La grande rivoluzione dei divorzi
Addio al “tenore di vita precedente”

Può definirsi la rivoluzione copernicana del diritto di famiglia, lo sconvolgimento sancito ieri dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11504. Il piatto era decisamente ricco, i litiganti due divorziandi vip: un ex ministro (ironicamente dell’economia), e una famosa imprenditrice.

I tempi sono cambiati, insomma, dice la Cassazione. L’interpretazione precedente, che vedeva presidiato il tenore di vita abituale dei coniugi, goduto in costanza di matrimonio, non è più «attuale». Al contrario, la valutazione sull’assegnazione dell’assegno di mantenimento al coniuge ritenuto più «debole» seguirà criteri davvero prosaici e molto poco romantici (come tutte le crisi matrimoniali): l’effettiva possibilità del coniuge che richiede l’assegno di procurarsi «mezzi adeguati» di sostentamento. È il talento della Cassazione scegliere parole eleganti per affermare concetti ben più meschini, in questo caso, il caro «Vai a lavorare», brocardo evergreen per eccellenza, sempre così versatile e attuale. Quando si parla di amori finiti, il minimo che si possa fare, del resto, è scegliere bene le parole.

 

 

La Cassazione, d’altra parte, lo aveva già fatto, quando, nel non sospetto 1990 (sent. 11490) si prefiggeva lo scopo di «evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale», imponendo al coniuge che richiedeva l’assegno di mantenimento di «attivarsi per realizzare propria personalità, nella nuova autonomia di vita». 27 anni dopo, «attivarsi» non basta più. Anche una mezza mela divorziata può scriversi un cv e trovarsi da campare.

La sensazione è che sia approdata nelle aule nei nostri tribunali, affollati di ex – rancorosi o fedifraghi (non esiste una terza categoria) – una nuova concezione sociale (oltre che legislativa), non solo della famiglia e del matrimonio, ma dell’essere umano nella propria unità. Non si può più trovare nel matrimonio la propria sistemazione definitiva. Nessuna ipoteca sul futuro, quindi, se ci si sposa bene. Se la «comunione materiale e spirituale tra coniugi non può essere mantenuta», afferma la Cassazione, allo stesso modo le strade dei rapporti economici e patrimoniali si divideranno. Sciolto il vincolo, coniugi dovranno considerarsi, definitivamente e sotto ogni aspetto, persone sing(o)le.

 

 

Nell’illustre caso all’esame della Cassazione, era una bionda imprenditrice «con elevata qualificazione culturale, che possiede titoli di alta specializzazione e importanti esperienze professionali anche all’estero» a chiedere l’assegno. Assegno negatole sonoramente a fanfare spiegate con la sentenza più rivoluzionaria in tema di diritto di famiglia degli ultimi anni. Dunque, piuttosto che l’«adeguatezza dei mezzi» ci toccherà cercare di essere adeguati anche da interi, perché il «finché morte non ci separi» è definitivamente capitolato. Cara la mia metà della mela, trovati un lavoro ché sei in gamba e fatti una vita. Forse andrà di moda sposarsi per amore. E, con un po’ di fortuna, i patti prematrimoniali.

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