La vicenda Italcementi, spiegata

È stato un fulmine a ciel sereno la notizia relativa alla cassa integrazione cui rischiano di andare incontro almeno mille lavoratori di Italcementi sparsi su tutto il territorio nazionale. Una novità che investe in pieno il territorio bergamasco, di cui l’azienda è un punto di riferimento con alle spalle 150 anni di storia. Su un totale di 2700 dipendenti in tutto il Paese, 1080 sono i lavoratori che potrebbero essere interessati dagli ammortizzatori sociali, secondo quanto emerso mercoledì 14 ottobre nell’incontro coi sindacati: gran parte di questi saranno tra la sede centrale bergamasca del gruppo e il Ctg, centro tecnico di gruppo, con altri 90 dalle cementerie ammiraglie di Monselice e Scafa, e 230 dalla trasformazione in centri di macinazione degli impianti di Sarche, Salerno e Castrovillari.

La cassa integrazione dal 2012. Per ripercorrere la storia della cassa integrazione a Italcementi si torna al 2012, quando la crisi del settore porta l’azienda ad adottare per la prima volta questa formula, dal febbraio 2012 al gennaio 2013: per un anno sono interessate, su tutto il territorio nazionale 198 persone, di cui 80 nella sede centrale di Bergamo, 60 al Ctg e 10 nella cementeria di Calusco d’Adda. 12 mesi dopo, viene chiesta un’ulteriore proroga: Italcementi presenta ai sindacati il cosiddetto “Piano Italia” con cui ristrutturare l’intero gruppo, con l’estensione della cassa integrazione a 669 dipendenti (di cui 200 in sede, 80 al Ctg e 10 a Calusco). Si arriva così al 2014, quando si fa avanti la richiesta della proroga complessa della cassa al Ministero del lavoro, che sarebbe dovuta durare 12 mesi più altri 12, col termine previsto per gennaio 2017.

L’acquisizione di Heidelberg. A cambiare le carte in tavola sono state le cronache di quest’estate, che hanno visto l’azienda bergamasca rilevata dal colosso del settore HeidelbergCement, con un’operazione del valore complessivo di un miliardo e 670 milioni di euro. È una notizia bomba per il settore, da tempo attanagliato da una crisi che ha portato ad un crollo della produzione del 50% del cemento in 8 anni, e fortemente polarizzato dopo che, nel 2014, c’è stata la fusione tra Holcim e Lafarge. Ai competitor italiani e tedeschi tocca mettersi assieme per non perdere terreno e ritrovarsi nell’angolo, unendo le loro forze e le loro propaggini sul mercato, fortemente complementari: Italcementi è forte nel Sud dell’Europa, in Medio Oriente e Nord Africa, Heidelberg negli Usa, in Asia e nel Nord Europa.

L’incontro di mercoledì. Mercoledì, quindi, l’incontro coi vertici di Italcementi ha svelato la novità: se i sindacati si aspettavano di discutere del rinnovo dei 440 cassaintegrati già del gruppo, hanno invece scoperto che ora a rischiare sono ben 1080. L’azienda continua a sostenere che tutto fa parte del piano di riorganizzazione, ma il sospetto dei sindacati è che invece c’entri l’acquisizione tedesca. Di fronte a questa e alle nuove norme sugli ammortizzatori sociali contenute nel Jobs Act, le strade erano due. La prima era quella chiedere al Ministero del Lavoro la continuazione della proroga complessa, ossia della cassa integrazione già in essere, usando per 12 mesi la normativa vecchia e per 12+12 quella nuova. Ma per Roma questa via non era praticabile: occorreva capire se ci sono i finanziamenti per utilizzare la normativa vecchia. Si è arrivati così alla proposta di una cassa per riorganizzazione semplice, dividendo in due pezzi l’azienda. I requisiti per questa nuova cassa sono ancora da chiarire in un prossimo decreto attuativo, ma la richiesta è che il 50-60% dei lavoratori in cassa vengano ricollocati. In quest’ottica, quindi, si è arrivati alla cifra di 1080 dipendenti, che però, per ora, sono cifre ancora teoriche: 1080 è infatti il numero di dipendenti per cui l’azienda è riuscita a ottenere le coperture economiche dal Ministero del lavoro. Ora inizierà la trattativa con i sindacati, e forse la cifra potrebbe calare.

Le mosse dei sindacati. Il problema è che la trattativa tra sindacati e Italcementi rischia di risultare viva ma, purtroppo, inutile, poiché i proprietari dell’azienda a breve risulteranno essere i tedeschi, coi quali però i gruppi sindacali non possono ancora parlare poiché l’accordo non è stato formalizzato: si attendono ancora le decisioni dell’Antitrust, che potranno arrivare non prima della primavera prossima. Intanto il Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi è in contatto con i tedeschi, ma la paura è che l’Italia si trovi a giocare un ruolo minore all’interno del gruppo. Dalla loro, i sindacati fanno pressione sulla famiglia Pesenti, chiamandola alla responsabilità sociale che l’azienda sente verso il territorio bergamasco e chiedendole di reinvestire nella bergamasca quanto ottenuto dalla vendita a Heidelberg. Cgil, Cisl e Uil avanzano una proposta: far sì che l’Italia diventi gestore per il gruppo di tutta l’area mediterranea. Una via che permetterebbe di recuperare alcuni posti di lavoro, facendo fronte alle necessità di quei dipendenti che oggi sono impiegati nell’area corporate dell’azienda.

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