Papa Francesco in visita a Milano
ben lontano dai centri di potere

Il Papa arriva a Milano, ma ha lanciato un messaggio ancora prima di scendere dall’aereo. Basta scorrere il programma per accorgersene: tappa in uno dei quartieri più disastrati della città, tappa e pranzo a San Vittore. Per il resto solo appuntamenti strettamente religiosi, in Duomo, a Monza per la grande messa, e a San Siro per incontrare i cresimandi. Quel che manca dal programma è un incontro con la “Milano che conta”, sia a livello politico che economico. Non è un programma anomalo, perché l’istinto porta il papa dai poveri, mentre i potenti aspettano alla porta. Tuttavia Milano è una città che in teoria avrebbe potuto proporsi un po’ come modello, visto che non solo la città oggi fa da traino al paese, ma ha anche messo a punto un governo che funziona, anche sul fronte del welfare e dell’accoglienza ai migranti.

 

 

Eppure il Papa anche a Milano tira dritto e incontra solo chi sta ai margini. Perché?, ci si può chiedere. Perché nella Milano che funziona c’è un aspetto che non può convincere uno come papa Bergoglio, che è ben abituato a conoscere le dinamiche vere della ricchezza globale. Milano da questo punto di vista rappresenta un caso emblematico. Le sue fortune recenti sono dovute, oltre a una natura naturalmente operosa, al fatto che la città è stata individuata come piattaforma perfetta per le attività di tante multinazionali finanziarie e tecnologiche in particolari. Ha dimensioni piccole, è nel cuore dell’Europa, è servita da tre aeroporti, ha infrastrutture che funzionano, non è sotto stress per tensioni sociali. Non è un caso che le acquisizioni immobiliari negli ultimi anni siano state fatte tutte da società straniere che con i loro loghi ormai dominano lo skyline della città.

 

 

È un tipo di economia che ha portato le sue logiche, che prevedono pochi doveri di responsabilità rispetto al luogo in cui si agisce. Tutt’al più si mettono delle palme in Duomo come operazione di marketing per preparare lo sbarco della multinazionale del caffè, in quello che un tempo era il centralissimo palazzo delle poste. È un tipo di economia che sorvola la città reale, che ne cambia la scenografia più che la sostanza. La sostanza ad esempio è il lavoro: che a Milano vive di minori sofferenze rispetto al resto d’Italia. Ma se poi si va a guardare dentro, si scopre spesso che è lavoro pagato poco e senza garanzie. È lavoro che fa crescere una nuova tipologia urbana, quella del proletariato digitale. È lavoro che non permette alle persone di progettare la propria vita, anche perché molto assorbente e spesso anche competitivo.

 


Sono tutte dinamiche che il papa conosce bene anche se si ammantano di belle apparenze e di euforia. Per questo Francesco sceglie di dialogare con chi sta ai margini. Non tanto per “consolare” cristianamente ed esprimere solidarietà, ma per far capire a tutti che il punto di vista di chi è bisognoso è più interessante anche in termini di sviluppo e di futuro. Al contrario, il peccato della nuova Milano è un po’ quel senso di autosufficienza di chi è certo di avere in mano l’unico futuro possibile. Il papa verrà a spiegare che invece ci sono altri futuri possibili.

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