L’alpinista russo che vive a Nembro
salva una vita sul Nanga Parbat

Tredici giorni in parete, una straordinaria scalata invernale e poi un miracoloso salvataggio grazie a un’incredibile operazione di soccorso. È una storia da superlativi, quella che ha visto come protagonista l’alpinista francese Elisabeth Revol, prima donna a piantare in inverno i ramponi sulla cima ghiacciata del Nanga Parbat, colosso pachistano di 8.126 metri. Nulla da fare invece per il suo compagno di cordata, il polacco Tomek Mackiewicz. Per riportare Revol giù viva dalla montagna è stato fondamentale l’intervento del russo Denis Urubko, che vive a Nembro ed è iscritto al Cai di Bergamo, e del polacco Adam Bielecki, due fuoriclasse dell’alta quota: sabato sono stati prelevati con l’elicottero dal campo base del K2, dove stanno tentando la prima salita invernale, e scaricati sulle pendici del Nanga Parbat.

Lei era bloccata a 6.700 metri, in una buca nel ghiaccio, con i piedi congelati e le batterie del telefono scariche. I due alpinisti hanno arrampicato tutta la notte, con temperature fino a -40 gradi, in velocità, limitando le protezioni sui ripidi pendii ghiacciati tra campo 1 e campo 2, per raggiungerla in tempo. L’hanno trovata, riscaldata, rifocillata, sostenuta, e poi piano piano hanno iniziato a scendere. Hanno superato il temibile muro Kinshofer, un verticale risalto roccioso a 6.000 metri, e sono arrivati ad un ripiano a 4.850 metri dove gli elicotteri dell’esercito pachistano, due Ecureuil, li hanno recuperati. Revol è stata trasportata a Islamabad per essere curata, Urubko e Bielecki sono tornati al K2.

Il compagno Mackiewicz è rimasto a 7.200 metri: aveva problemi alla vista e congelamenti, non è più riuscito a scendere. Il team che ha gestito i soccorsi, di cui hanno fatto parte attiva anche gli italiani Daniele Nardi, Agostino Da Polenza, Stefani Mondini, Maurizio Gallo, ha chiesto ai piloti degli elicotteri un’ultima ricognizione per cercare lo scalatore disperso ma le avverse condizioni meteo non lo hanno permesso.

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