Dopo una lunga agonia, muore
l’edicola Buona stampa di Albino

Muore a 98 anni. Una sua figlia poco più che ventenne, sempre ad Albino, è in coma profondo. Non è che stiano meglio i parenti che abitano in città o in qualche isola felice in provincia: Zogno, Alzano, Ponteranica. La malattia, d’altra parte, ha più o meno contagiato tutti, non ci sono santi che proteggano i battezzati e i cresimati, ed è la causa della fine: è un bacillo che, all’università di Torino, durante una lezione, un medico esperto, Umberto Eco, aveva chiamato imbecillità, e i sociologi chiamano analfabetismo di ritorno. Fuori della stentata e magari incomprensibile allegoria: a fine dicembre, nella parrocchia di San Giuliano ad Albino, dopo lunga agonia, chiude l’edicola “Buona stampa”; la biblioteca dell’oratorio ristrutturato alla fine del secolo scorso, dopo qualche apertura, è chiusa come un magazzino; di librerie o edicole cattoliche nella provincia di Bergamo, ce n’è forse una, di librerie laiche, due; le librerie in città combattono per sopravvivere, quella della “Buona stampa” ora ha qualcosa in più: «marmellate, grappe e birre» come titolava un articolo de L’Eco di Bergamo del 9 luglio, come altri dell’anno precedente.

 

 

Ad Albino cessa di esistere lo strumento che la parrocchia si era data, subito dopo la prima guerra mondiale, nel 1920, per diffondere, con i giornali e i libri, la cultura cristiana nella comunità: il quotidiano cattolico L’Eco di Bergamo ne era il mezzo più importante insieme con L’Italia (poi Avvenire d’Italia e poi ancora Avvenire), con i periodici Pro familia, La squilla dei lavoratori e per i ragazzi Il Coraggioso (poi Il vittorioso) e Lo scolaro. L’edicola era posta in un luogo pubblico e centrale del paese, lungo la via Umberto I (poi via Mazzini) in cima alla via S. Anna, da cui passava chi proveniva dalla Valle del Lujo per andare in municipio o nei negozi. La prima assunta per svolgere il compito di edicolante fu una vedova di guerra, “la Selvinèla”, tre anni dopo Emila Bulandi, che, dal 1° maggio 1923, fino al 1971, per 48 anni, fu più di un’edicolante, lei stessa una istituzione, che il direttore dell’oratorio don Pierino Corvo, nella sua ultima omelia ad Albino, quand’era già prevosto di S. Anna in città, non esitò a definire «una santa»: «Non i santi dei miracoli, ma i piccoli e i semplici, i poveri del Vangelo. Sono il Libio Milanese, la Milia Bulandi, la Rosina Noris e tanti piccoli e semplici».

Con la demolizione e chiusura dell’edicola davanti alla chiesa di S. Anna, per scelta dell’amministrazione comunale, la “Buona stampa” fu trasferita in via Vittorio Veneto 29, dove ha prestato la sua opera e il suo servizio, per 46 anni, Maria Teresa Ambrosini, morta l’8 marzo dello scorso anno. Ora l’amministrazione comunale, proprietaria dell’edificio in uso alla parrocchia, lo ha ceduto alla famiglia di F. Acerbis; le convenzioni fra Comune, privato e parrocchia prevedono che dei locali restino di proprietà del Comune, in uso alla parrocchia, ma soprattutto in funzione della chiesa di S. Bartolomeo. Così se i quotidiani L’Eco di Bergamo e Avvenire, specie il secondo, per una lettura cristiana degli avvenimenti quotidiani si possono trovare in tutte le edicole dei giornali, chi offrirà più, se ancora ci fosse qualcuno interessato, ad esempio, l’ultima edizione commentata dei Vangeli, l’ultima edizione dei Salmi del monastero di Bose, qualche libro sui santi, sul Papa, sulla teologia?

 

 

Siamo costretti a citare l’attuale direttore de L’Eco di Bergamo, del 27 novembre scorso: «Il disinteresse e il dileggio verso la carta stampata sono inesorabilmente schizzati alle stelle nell’era di Internet e dei social, intrecciandosi al tempo stesso con un drammatico crollo del livello culturale del Paese, alle prese con uno scarso numero di cittadini capaci di leggere, scrivere e far di conto, ecc.». E seguiva la citazione di Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». «Espressione forte – continua il direttore de L’Eco – non priva di verità per altro, ma nell’era del digitale, e oggi questa stiamo vivendo, è impensabile credere ancora di riuscire a lasciar fuori dai processi culturali una così larga massa di persone». Anche la Chiesa non può lasciare la catechesi in mano a Facebook, Twitter, Telegram e Instagram, anche se un cinguettio del Papa c’è ogni giorno. Pena la morte di un cristianesimo adulto, come diceva qualcun altro. Potrà salvarci solo il piccolo resto dei semplici secondo il Vangelo.

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