Ma il ministro Di Maio dov’è?

Ministro Di Maio, dove sei? Se lo stanno chiedendo in diversi, in questi giorni, visto che il titolare del ministero del Lavoro e delle Sviluppo economico non si è fatto vedere né sentire sul fronte di alcune emergenze che hanno conquistato anche la prima pagina dei giornali. Probabilmente ancora sotto choc per i risultati elettorali del 26 maggio, Di Maio sembra essersi dimenticato della sua funzione.

 

 

Il caso certamente più clamoroso è stato quello di Mercatone Uno. La storia è quasi da fantascienza: 1800 dipendenti lasciati a casa da un giorno con l’altro, con un semplice WhatsApp. Un indotto di fornitori messo quasi sul lastrico, ventimila clienti danneggiati perché non avranno mai le cose che hanno pagato o iniziato a pagare. Che la situazione fosse fortemente critica lo si sapeva, visto che il Tribunale di Milano aveva decretato il fallimento della società il 23 maggio. Il 26 i lavoratori si vedono recapitare quel messaggio via WhatsApp. E lui, il ministro, come risponde? Con un lungo silenzio interrotto solo il 6 giugno con un annuncio del tutto scontato: che per i lavoratori si potrà aprire la Cassa integrazione. Integrazione di cosa non si sa, ma così vanno le cose nell’era Di Maio. L’annuncio postato su Facebook raccoglie un po’ di giustificate perplessità: «Un po’ tardino, eh», commenta Alberto. «Ma lo capisco, tra un post, una piazza e una litigata, mica è facile stare dietro alle cose necessarie».

Mercoledì 5 giugno arriva un’altra doccia fredda: ArcelorMittal il gruppo indiano che ha rilevato l’Ilva di Taranto, annuncia la cassa integrazione per 1400 operai dall’1 luglio. E mette le mani avanti e lascia intendere che se il mercato dell’acciaio non dovesse conoscere una ripresa, per 1.400 operai dello stabilimento ex Ilva di Taranto la misura potrebbe essere prorogata. Di Maio, anche qui, fa una pessima figura. Era stato lui da ministro a fare digerire alla città che aveva votato in modo plebiscitario i Cinque Stelle la necessità che gli stabilimenti continuassero a lavorare e che quindi la cessione al colosso indiano non aveva alternative. Se la priorità ambientale su cui i pentastellati avevano costruito il loro successo veniva messa da parte, almeno si puntava a salvaguardare i livelli occupazionali. Invece sono bastati pochi mesi per trovarsi di fronte a questo nuovo smacco. Forse è meglio che da quelle parti il buon Luigi non si faccia troppo vedere…

 

 

Infine c’è il caso Fca. Per giorni si parla della fusione tra la più grande azienda italiana e la francese Renault per costruire uno dei più grandi poli dell’auto mondiali. Operazione delicata e complessa, perché in gioco anche qui ci sono fabbriche e posti di lavoro. Di Maio probabilmente deve aver pensato che non è sua competenza, tant’è che come prima uscita non trova di meglio che accusare il suo collega francese di eccesso di ingerenza. Ora, a parte che lo Stato francese è il maggiore azionista di Renault e quindi deve dire per forza la sua, ci sta che un ministro competente si interessi di un affare così delicato e indichi qualche priorità. Invece, anche qui, Di Maio ha fatto da spettatore. Ammesso e non concesso che fosse almeno spettatore e non fosse preso da tutt’altre priorità…

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