Quelli… «meno male che Gori c’è»

Bergamo, da lunedì 27 maggio, è una città goricentrica. Giorgio Gori non ha vinto, ha stravinto le Amministrative, diventando così il primo sindaco della storia della città da quando c’è questa legge elettorale (1992) a poter governare per due mandati consecutivi. Un’incoronazione, quella di Re Giorgio II, arrivata senza patemi, al primo turno, con uno schiacciante 55 per cento dei consensi e che apre ora le porte a un suo regno-bis.
Il tempo delle analisi, dei flussi di voto, delle riflessioni sta giungendo al termine. E Gori stesso non è tipo da perdere troppo tempo a filosofeggiare. Già martedì 28 mattina, a poco più di dodici ore dall’ufficialità della vittoria, era nel suo ufficio di Palazzo Frizzoni a lavorare al futuro, alla Bergamo che verrà e alla costruzione della corte che lo affiancherà in questi ulteriori cinque anni di governo.

 

 

La città ha votato Gori. Ovviamente, tutte queste decisioni sono (e saranno) però figlie dei risultati delle urne. Che hanno detto una cosa chiara: Bergamo ha votato, innanzitutto, Gori. Non il Pd – che in città ha comunque ottenuto un ottimo risultato a fronte della complicata fase nazionale -, non il centrosinistra, ma Gori. E lo dimostra la sbalorditiva crescita della sua lista civica, che non ha simboli al di fuori del suo cognome. Una lista creata a sua immagine e somiglianza, composta da «cittadini per passione», alias esponenti del cosiddetto mondo civico che a lui sta tanto caro e dal quale, a suo parere, dovrebbe ripartire anche il Pd nazionale. Non è un caso che il coordinatore della Lista Gori sia stato Niccolò Carretta, consigliere regionale classe 1991, ex consigliere comunale proprio della Lista Gori e “prodotto” politico del sindaco, che in lui ha creduto e che su di lui ha puntato forte sin da subito. Iscritto al Pd (ma non ha ancora rinnovato la tessera), Carretta appare però più devoto a Gori che al partito, cosa che gli ha attirato anche più di qualche antipatia dem.

 

 

Culto della… leadership. Dicevamo di un risultato sbalorditivo: la Lista Gori, infatti, è passata dagli ottomila voti circa raccolti nel 2014 ai quasi quattordicimila di quest’anno (13.648 per la precisione), pari al 22,83 per cento. Un dato che ha reso la lista il secondo partito della città, dietro soltanto al Pd (24,14 per cento) e davanti addirittura alla Lega (21,77 per cento). Un fenomeno politico che ha scelto una strada ben chiara: il supporto a un leader unico. E chi lo ha votato, non ha dato il proprio voto a un partito, a un’ideologia politica o a un progetto, ma a Gori. Non è un caso che una fetta di voti guadagnati dalla lista siano infatti giunti da ex elettori di centrodestra decisi a sostenere Gori ma non il Pd. Soprattutto ex elettori di Forza Italia, che sono dunque passati da «meno male che Silvio c’è» a «meno male che Gori c’è». Del resto, sempre di leadership si tratta. Al di là dello stile con cui è stata condotta dalla Lista Gori la campagna elettorale – ai confronti si son preferite le apericene, ai semplici gazebo le biciclettate, alle spillette e agli slogan le t-shirt e gli hashtag e agli applausi post vittoria i cori simil-stadio -, che è pura questione di gusti, la stravittoria di Gori e della sua lista pongono ora una questione di non poco conto, tutta legata agli equilibri della squadra di governo che verrà.

Il Pd s’è appoggiato a Gori. Il Pd e la Lista Gori portano nel nuovo Consiglio comunale nove consiglieri a testa. E se nel precedente mandato la lista civica aveva, in Giunta, un solo rappresentante (l’assessore all’Istruzione e allo Sport Loredana Poli), ora per forza di cose la…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo alle pagine 4 e 5 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 6 giugno. In versione digitale, qui.

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