Il giallo della morte del giovane Bara

La ricostruzione compiuta dalle forze dell’ordine pare più la trama di un film horror che la realtà. Una fuga disperata, nel buio della notte, con la mente accecata da rabbia, paura, addirittura terrore forse. Una corsa veloce, tragicamente conclusasi con un salto di circa quindici metri nel vuoto di un burrone che costeggia la provinciale 23 di Sedrina. Qui, però, non c’è nessun regista pluripremiato, se non il destino baro. Bara Mamadou Lamine Thiam, senegalese di vent’anni, è morto così, sembra. Bara (come lo chiamavano tutti) viveva ad Almè da anni e la sera di sabato 22 luglio, insieme ad alcuni amici, si è recato all’Ubiale Power Sound Festival, una festa come tante se ne vedono in questo periodo nella Bergamasca e organizzata al campo sportivo di Ubiale. Lì è iniziata la fine.

Bara è arrivato grazie al passaggio di un amico. Come ogni ragazzo della sua età, ha bevuto qualcosa, ha scherzato e riso con gli amici. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, però, all’una di notte circa è scoppiata una lite tra lui e un altro giovane che serviva ai tavoli. Nella concitazione della litigata, Bara ha sferrato una testata all’altro, tant’è che il cameriere, il giorno successivo, ha presentato ai carabinieri di Almenno San Bartolomeo una denuncia per lesioni. Anche Pietro Pellegrinelli, dirigente della società sportiva locale, al Corriere della Sera Bergamo ha dichiarato: «È arrivato (il cameriere, ndr) in lacrime con la faccia piena di sangue. Abbiamo tamponato la ferita e abbiamo chiamato il padre, ma non s’è capito cosa fosse successo». Il ragazzino è stato anche ricoverato all’ospedale di Bergamo, dove gli sono stati apposti tre punti di sutura. In tutto questo, però, nessuno di loro sapeva che fine aveva fatto Bara.

Dopo l’alterco e prima di farsi medicare, il giovane cameriere pare abbia chiesto l’intervento di un cinquantenne che durante la festa svolgeva il ruolo di addetto alla security. Bara era uscito nel parcheggio e, come racconta uno dei suoi amici, Klaus Topli, anche lui ventenne di Villa d’Almè, al Corriere, «lo guardavano male dopo il litigio di poco prima. quando ha appoggiato una mano su un’auto, il proprietario ha cominciato a insultarlo e allora ho detto: meglio che andiamo». I giovani si sono avviati alla macchina ma, prima che Bara salisse in auto, «alle spalle è arrivato uno che lo ha preso e buttato a terra, schiacciandogli giù la faccia – continua Klaus -. Lui è riuscito a liberarsi ed è scappato, con l’uomo dietro e poi altri due». Inizia così un inseguimento il cui finale, purtroppo, conosciamo bene. Klaus si è messo a correre per cercare di aiutare l’amico, che però era velocissimo. Prima del curvone, infatti, ha già perso tutti e tre di vista. Quando è arrivato lì, bara era sparito: «I due uomini lo cercavano e mi hanno minacciato. Così sono tornato al parcheggio e ho trovato un’altra dozzina di persone tra la strada e il campo. Ero sicuro che non lo avrebbero preso, ma anche che non sarebbe tornato indietro, così me ne sono andato». Stando a una prima ricostruzione degli inquirenti, Bara avrebbe scavalcato il muretto che costeggia la provinciale 23, nei pressi del fiume Brembo, finendo però nel burrone. Un’ipotesi in parte smentita da quanto racconta Sidy Thiam, 58 anni, operaio a Treviglio e padre del ventenne: «Un ragazzino ci ha raccontato di averlo notato: era fra gli alberi e si trascinava sui gomiti, ha pensato che i stesse solo nascondendo». Una testimonianza tutta da confermare.

Quel che è certo è che per Bara non c’è stato purtroppo nulla da fare. In seguito alla caduta sembra abbia riportato ferite molto gravi e le interminabili ore passate in fondo a quel burrone, impossibilitato a muoversi, lo hanno portato alla morte. Il suo cadavere è stato rinvenuto soltanto 24 ore dopo i fatti. Troppo. Ora la salma è all’ospedale Papa Giovanni, dove per venerdì 28 è fissata l’autopsia per accertare se, oltre alle ferite della caduta, ci siano anche segni di colluttazione o aggressione. Nel frattempo, il pm Fabio Pelosi, che è stato incaricato di seguire le indagini, ha iscritto al registro degli indagati l’addetto alla security cinquantenne con l’accusa di omicidio preterintenzionale, visto che si sarebbe rifiutato di rispondere alle domande. Si sta cercando anche il cellulare della vittima, svanito nel nulla, ulteriore elemento che porterebbe gli inquirenti ad escludere l’ipotesi della tragica fatalità. Va anche precisato, però, che l’iscrizione del cinquantenne nel registro degli indagati è un atto dovuto, che gli consentirà di nominare un legale.

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