Ops, Bergamo Jazz si è scordata
il più grande di tutti: Trovesi

Il festival del jazz di Bergamo compie quarant’anni. E festeggia il compleanno con un programma ricco di idee, suoni, contaminazioni, nomi noti e non. E sbarca al PalaCreberg, il grande teatro tenda, sede di concerti pop e rock dal tutto esaurito. Si dirà: è una destinazione obbligatoria visto che il Teatro Donizetti è chiuso per lavori di ristrutturazione. Il trasloco forzato servirà a definire lo stato di salute di una rassegna che affonda radici lontane nel tempo e che ha fatto di Bergamo e del suo festival una delle capitali italiane del jazz. Tuttavia, proprio per questo motivo, alla presentazione della rassegna che si terrà dal 18 al 25 marzo 2018, è balzata subito agli occhi una grave lacuna.

È stato ignorato quello che anni fa è stato definito negli Stati Uniti, da sempre la culla del jazz, «il più grande jazzista del mondo»: Gianluigi Trovesi. L’assenza del nome di Trovesi dal pannello delle proposte produce un effetto negativo e stridente con la lodevole grandeur che l’organizzatore della rassegna bergamasca, l’americano Dave Douglas, ha voluto dare alla manifestazione. Viene quasi da pensare che ci troviamo di fronte al più classico dei paradossi. Nel senso che Douglas dimostra di essere così impegnato a dare al Festival una caratura cosmopolita in senso geografico e stilistico sul modello del famoso Festival di Montreux, da essersi dimenticato di uno dei talenti più prestigiosi non solo della Bergamasca ma del mondo intero.

 

 

E pensare che la cifra stilistica di Trovesi, sia al clarinetto, sia al sassofono, si fonda sulla sperimentazione, sulla continua lettura di linguaggi che vadano oltre la “struttura del jazz” così come viene tradizionalmente intesa. Così come oggi viene coniugato il termine jazz che, dopo decenni in cui ha affermato i propri stili, cerca nuova linfa vitale affacciandosi nei territori della musica colta, classica, sinfonica e pop. Le performance di Trovesi hanno incantato i palcoscenici del mondo: dalla Carnegie Hall di New York, a Teheran, all’Australia, senza contare le innumerevoli tournée nel Vecchio Continente e, nella sterminata produzione discografica del musicista di Nembro, una serie di cd capolavoro realizzati per la prestigiosa etichetta tedesca Ecm. Di lui la critica specializzata ha annotato: «Con la sua musica Gianluigi Trovesi è riuscito a creare un mondo musicale immediatamente riconoscibile e allo stesso tempo completamente originale, ispirandosi a una diversità di fonti del tutto personale. Il suo stile di compositore e la sua voce strumentale lo collocano al livello dei musicisti che hanno praticamente definito il concetto di jazz europeo, ispirato alla tradizione americana senza esserne pedissequa imitazione».

 

 

La proverbiale insofferenza bergamasca di Trovesi a starsene seduto ad aspettare gli eventi lo porta da una parte a rileggere i suoi approcci alla musica e dall’altra a seguire strade senza fine di innovazione e ricerca. Trovesi suona con bande reggimentali e di paese, così come con jazzisti raffinati e di caratura mondiale come Enrico Rava e Paolo Fresu. A proposito, questi ultimi chiuderanno il Festival con Uri Caine e lo stesso Dave Douglas accompagnati tra l’altro dalla contrabbassista Linda May Han Oh, già vista a Bergamo in occasione del recente concerto di Pat Metheny. Un’esclusione quella di Trovesi che suona come un’inopinata bocciatura di un genio.

A parte l’odiosa dimenticanza, il Festival dimostra complessivamente una scarsa sensibilità nei confronti della scuola jazzistica bergamasca che negli ultimi anni ha lanciato talenti dal futuro assicurato nella cosiddetta musica improvvisata. Al CDpM di Claudio Angeleri viene affidato un ruolo delicato ma in qualche modo marginale rispetto alle serate con i concerti. Si tratta della sezione Jazz School, un appuntamento significativo per la cultura e per la formazione jazzistica del pubblico di domani con gli incontri che verranno tenuti soltanto al mattino con circa duemila studenti delle scuole di Bergamo e provincia. E tutto sommato si mostra anche poca sensibilità nei confronti della storia della nostra città e delle sue eccellenze musicali.

 

 

Il Festival del Jazz di Bergamo è stato il primo palcoscenico per Trovesi, un giovanotto di Nembro che vi debuttò nel 1971. «Fummo Paolo Arzano e il sottoscritto a volerlo far debuttare – dichiara il pianista Gianni Bergamelli che con Trovesi condivide da qualche tempo un’interessante rilettura della musica popolare del Novecento e lo spettacolo-concerto Le favole di Fabio –, suonò per la prima volta nel Quartetto Jazz di Bergamo e la critica nazionale e internazionale rimase colpita da quel ragazzo taciturno e allora un po’ timido che poi avrebbe recitato la parte del leone nella storia del Jazz moderno». E anche questo ricordo di Bergamelli dovrebbe indurci a pensare che sarebbe stato un bel gesto n e l l’anno del quarantesimo anniversario della rassegna invitare Bergamelli-Trovesi, che furono, con Paolo Arzano, i pionieri di un Festival importante e sempre di moda. Citando Carla Pozzi, moglie dell’indimenticato critico jazz de L’Eco, viene proprio da dire: «Niente Trovesi al Festival del Jazz di Bergamo? Che occasione mancata…».

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