Come mai il Venerdì Santo
non si celebrano le messe

Non si dice messa, il Venerdì Santo. Perché alla fine l’hanno ammazzato, nostro Signore. Non ha avuto modo di riposare, dalla cena di ieri. Uscito per pregare nell’orto degli ulivi – lì vicino c’è un frantoio – è stato preso, sballottato tra le autorità ebraiche e quella romana – mandato da Erode a Pilato, come si dice -, vestito come fosse un pazzo, sputato, preso a schiaffi, insultato, coronato di spine, fustigato secondo il diritto di Roma, caricato della croce e, infine, crocefisso nello spiazzo pelato detto “il cranio” (golgota, nella lingua locale). L’Isis non avrebbe potuto fare meglio.

 

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Comunque: è morto. Al Venerdì Santo si legge la cronaca delle vicende appena riportate. L’ha redatta san Matteo e viene rievocata, passo dopo passo, nella Via Crucis. La Passione, come viene chiamata dai tempi in cui accadde fino a Mel Gibson passando per Johan Sebastian Bach. Il venerdì è il giorno della sconfitta. Quello in cui anche coloro che gli erano stati vicini nei tre anni precedenti – a parte sua madre, la Maddalena e Giovanni l’apostolo – sono stati tentati di pensare che forse era davvero finito tutto. Che si erano illusi. Peggio: che li aveva ingannati.

Ormai il Maestro è stato coperto con un telo funebre e messo in una tomba nuova in un campo lì vicino. Non c’è più. Soprattutto, per le persone che gli erano andate dietro, non ci sarà più. A che serve allora ricordare la cena, che senso avrebbe riandare col pensiero al momento in cui aveva detto, spezzando il pane: «Questo è il mio corpo» o: «Questo è il mio sangue» offrendo il calice col vino? Che cosa poteva significare tutto questo, adesso che era morto come tutti muoiono e che non c’era un altro a poterlo tirar fuori come lui aveva fatto con Lazzaro o con altre ragazze, morte anche loro. Niente messa. Niente memorie. Solo silenzio ora che Dio stesso pare averci abbandonati. Pregare come succhiare un chiodo o mordere un sasso. E domani sarà ancora peggio, perché è duro stare due giorni senza più la sua voce, le sue parole, la sua presenza. È duro perché vuol dire che non c’è davvero alcuna speranza che si sia trattato di un incubo temporaneo, del sogno di un folle da cui ci si sveglia sudati.

 

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La Chiesa ci tiene a far sentire questo vuoto, la profondità di questa assenza. Il niente più niente che ci sia mai stato dall’inizio del mondo. Ogni tanto bisogna verificare se lo si avverte, perché se non accade, allora significa che nemmeno la sua presenza, la sua voce, le sue parole sono così determinanti per noi. Se quando una donna ti abbandona non ti si contorcono le budella vuol dire che non era poi così importante, no? L’abisso del telefono che non suona e il buio degli sms che non arrivano sono la misura del bisogno di lei. Il digiuno del Venerdì Santo lo è del bisogno che sentiamo di Cristo. E domani, si è detto, sarà ancora peggio.