Perché pare siano tutti contrari
al patto commerciale Italia-Cina

«È un nuovo ordine mondiale con “caratteristiche cinesi”, un progetto strategico che guarda ai prossimi cinquant’anni e non ai prossimi cinque». Così, sulle colonne de Il Foglio, Giulia Pompili, giornalista, esperta di Asia, ha definito la “Belt and Road Initiative”, ovvero la nuova Via della Seta che Pechino ha messo al centro dei suoi interessi strategici. I prossimi 21, 22 e 23 marzo il presidente cinese Xi Jinping sarà in Italia con un obiettivo ben preciso: firmare un memorandum d’intesa che farebbe del nostro Paese un anello importantissima di questa offensiva che è commerciale e diplomatica insieme. L’intesa per la firma è già stata raggiunta, come si legge sul sito del Ministero dello Sviluppo economico, dove già l’8 settembre si dava conto della missione del sottosegretario Michele Geraci in Cina, conclusa con il raggiungimento di un accordo. Nel testo si leggono anche i contenuti di questo accordo: «In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l’Africa, il continente che è destinato, con la sua prorompente demografia e le sue prospettive di crescita economica, ad attirare sempre maggiore attenzione dei Paesi europei».

 

 

Fosse stato un altro Paese e fosse stato un altro governo, la cosa sarebbe stata liquidata come un normale accordo diplomatico. Invece l’Italia è un Paese speciale, e per di più è guidato da una coalizione anomala. Così non si è persa l’occasione per mettere il Paese alla berlina. Ha iniziato il Financial Times, voce della grande finanza della City londinese, e poi ha proseguito la Ue, che oggi manderà un monito ad «assicurare coerenza con il diritto, le regole e le politiche dell’Ue. Né l’Ue né alcuno dei suoi Stati membri possono effettivamente realizzare i loro obiettivi con la Cina senza piena unità». In realtà, come ha detto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, è una tempesta in un bicchier d’acqua. «Si sta facendo una gran confusione su questo accordo» ha spiegato il ministro, «che non è un accordo, ma un memorandum d’intesa: da quello che so, vi si ribadiscono i principi di collaborazione e di cooperazione economico-commerciale, che sono presenti in tutti i documenti europei». E poi ha chiarito che la “Belt and Road Initative” non è certo un’iniziativa di oggi ma risale addirittura al 2013. «Essenzialmente è una grande visione di cooperazione economica, di connessione attraverso infrastrutture tra l’Europa e l’Asia. Di per sé, è chiaro che è una visione positiva».

 

 

Che sia una tempesta in un bicchier d’acqua architettata ad arte lo ha voluto sottolineare anche Alberto Bombassei, ex vicepresidente di Confidustria. «Non si capisce come la “Belt and Road Initiative”, nella versione che conosciamo, possa creare effettivo pericolo per la sicurezza italiana ed europea», ha detto in un’intervista alla Stampa. «Noi riteniamo che i percorsi di interdipendenza di largo respiro nel lungo termine portino a reciproci condizionamenti fra le economie che ne sono protagoniste». Probabilmente la ragione della tempesta diplomatica è da ricercare in altri motivi. L’Italia è rimasta molto indietro nei rapporti con la Cina. Esportiamo per 13 miliardi, la Germania per 90. L’Inghilterra esporta il 30-40 per cento più di noi, la Svizzera il doppio. E negli investimenti cinesi in Europa, l’Italia è il fanalino di coda: Pechino ha investito in Inghilterra 80 miliardi negli ultimi 15 anni, mentre in Italia solo 20, di cui 7 solo con l’acquisizione di Pirelli. «Non vogliamo alterare gli equilibri nell’Ue, che peraltro fa grandi affari con la Cina, probabilmente senza dirlo», ha tranquillizzato tutti il sottosegretario Geraci.

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