I profughi, le strade e altri problemi
Matteo Rossi racconta la Provincia

Da quando è stato nominato presidente, un anno fa, quello di Matteo Rossi non è stato un cambio di passo bensì una corsa a ostacoli. La nuova Provincia è stata ridotta nelle competenze, non però nelle incombenze. A essere ridimensionate sono state soprattutto le risorse, e ciò ha reso quasi impossibile far fronte alle richieste del territorio e tenere in equilibrio i conti, tanto più per un politico (di centrosinistra) che ha scelto il dialogo come metodo. Prima di insediarsi, Rossi aveva lanciato la proposta di una “fase costituente” che superasse il bipolarismo politico. Dodici mesi dopo è più che mai convinto che il dialogo sia «l’unica strada» per tentare di risolvere i problemi. Lo scontro non pagherebbe. Rossi lo afferma in maniera colorita: «Se in un momento così difficile passassimo il nostro tempo in Provincia a litigare, i bergamaschi dovrebbero venirci a prendere con il forcone».

Presidente “social” nel senso più ampio del termine, sulla sua pagina Facebook raramente si leggono polemiche: i messaggi e le foto parlano quasi sempre di trattative, intese e di lavori in corso. Negli ultimi giorni però un punto fermo Rossi ha voluto metterlo, a proposito dell’arrivo di nuovi profughi nella Bergamasca e della decisione del prefetto, Francesca Ferrandino, di ospitarli nelle palestre delle scuole: «Così non va», ha detto il presidente.

Rossi, che cosa è che non va?

«È evidente che quella dei profughi è una vicenda che non si risolve a Bergamo e dovrebbe prevedere uno sforzo vero dell’Europa, ma nel frattempo a noi rimane da gestire una situazione che non può ricadere solo sulla testa di pochi sindaci e di poche comunità locali informate poche ore prima dell’arrivo di decine di migranti».

Il messaggio è chiaro e forte. Ma come se ne esce?

«Questa settimana dovrebbero cominciare gli incontri con gli ambiti territoriali e sono convinto che questa sia la strada giusta. La Bergamasca è una provincia accogliente e suddividere i migranti in più Comuni può favorire l’integrazione e diminuire le tensioni. Al tempo stesso, però, chiedo con forza che le palestre siano liberate in fretta, perché non sono luoghi idonei e dignitosi per ospitare delle persone».

Altrettanto chiaro. Ora cominciamo l’intervista: è soddisfatto di questo primo anno?

«Il sentimento è duplice: orgoglio e rabbia. Orgoglio perché abbiamo rimesso in mare la barca, che era ferma al porto, indirizzandola su una rotta condivisa. Rabbia perché il trasporto pubblico e le strade ormai sono oltre il livello d’allarme: è una situazione inaccettabile».

Se lo dice lei…

«I tagli nazionali e regionali sui servizi sono oltre il livello di guardia e non ci sono le risposte che aspettavamo».

In che cosa consiste la nuova rotta?

«Abbiamo perseguito un’organizzazione diversa della Provincia e la creazione delle aree omogenee. I contenuti della sfida sono dieci accordi con le realtà territoriali dove per la prima volta i Comuni lavoreranno insieme su banda larga, politiche turistiche, stazione unica appaltante, fondi europei. Ci si sta muovendo anche sulla realizzazione del treno Ponte San Pietro-Montello perché esiste la possibilità di realizzarlo a lotti. Il primo lotto è la fermata dell’ospedale: costa 2-3 milioni».

Milioni. Ne ha ancora?

«Tutti i soldi che riesco a recuperare vanno sulle strade. Al mio insediamento c’erano però debiti ereditati dalla gestione Pirovano: 18 milioni per i disabili, 8 milioni promessi per la variante di Zogno, 5 milioni da pagare alle imprese. Dodici mesi dopo i soldi alle imprese sono stati pagati scegliendo consapevolmente di uscire dal patto di stabilità. L’ho detto anche al ministro Del Rio: lo Stato deve rendersi conto che se la Provincia paga il debito contratto con un’azienda, evitandole il fallimento, non può essere penalizzata per questo l’anno successivo. Sarebbe irragionevole e controproducente».

E per la variante di Zogno e i disabili?

«Mi sono impegnato a onorare la promessa di Pirovano, anche se gli accordi erano quelli di conferire alla Provincia la fase di progettazione, mentre la Regione avrebbe dovuto garantire i fondi. Troveremo gli otto milioni necessari. Il primo c’è, e abbiamo previsto un piano di alienazioni per recuperare gli altri sette. Invece. sui 18 milioni destinati ai disabili stiamo concordando col primo gruppo di Comuni una transazione al 70%, sempre che non si vada in dissesto.

Come è stato accolto questo suo impegno dagli altri amministratori e dalla gente?

«Più giro e più mi sento ripetere due cose: “è la prima volta che vediamo il Presidente” e “chi te l’ha fatto fare?”. In realtà sento un grande feeling con molti amministratori e con i bergamaschi perché, al di là dei problemi che posso o non posso risolvere, c’è rispetto e sostegno per chi ha deciso di prendersi sulle spalle un pezzo di responsabilità. Forse è il dono più bello di questi mesi».

Un dono?

«Se un politico sta in mezzo alla gente, si può giudicare bene o male a seconda delle cose che fa, ma non si può accusare in modo pregiudiziale. Finché stai lontano e parli dalla tv è chiaro che facilmente passa la logica del “sono tutti uguali” e vieni visto come uno che sta su un altro pianeta. Se invece ti fai conoscere e i cittadini sanno che cosa stai facendo, se anche tu fai fatica ad arrivare alla fine del mese, perché guadagni 1200 euro al mese, come tanti di quelli che incontri, appari subito ai loro occhi come uno credibile. Il che non ti toglie comunque nessuna responsabilità e non è una giustificazione, ma ti permette di lavorare in un clima diverso da quello dell’antipolitica».

Un clima di fiducia che supera gli steccati. D’altra parte lei, esponente Pd, se la intende a meraviglia con l’assessore regionale Alessandro Sorte, di Forza Italia…

«Con Sorte va benissimo: ha aperto un dialogo coerente con la Provincia, e in questo modo si è evitato che tante questioni finissero in beghe tra partiti».

 Non tutti però nel Pd apprezzano questo dialogo col “nemico”. 

«È stato il Pd, un anno fa, a lanciare la fase costituente, basandosi sul principio che gli elettori più che l’identità di un partito valutano la sua utilità. Oggi. è vero, c’è chi apprezza più o meno questa linea, ma due paletti sono sicuri: il programma che ho presentato e il dialogo tra le forze. Chi pensava che avremmo litigato sempre e su tutto si è sbagliato. Ci sono sindaci e politici giovani (i quali, tra parentesi, non prendono un euro) che invece di far carriera cercando lo scontro preferiscono metterci la faccia e assumersi delle responsabilità».

La Lega parla addirittura di inciucio. 

«La Lega sta costruendo la sua identità nazionale scegliendo la via conflittuale. In Provincia però i suoi esponenti hanno usato finora toni meno aspri di quello che avrebbero potuto fare. Secondo me, comunque, un partito che ha fatto del territorio la propria vocazione e che rimane fuori da questa fase gridando all’inciucio, manca un po’ di responsabilità».

Insomma, lei avversari veri e propri non ne ha.

«Esplicitamente nessuno. Ci sono due dinamiche in corso: nel centrodestra, la Lega continua a pretendere da Forza Italia che scelga che parte stare. Nel centrosinistra, che vive la principale sfida nel governo della città, dove le differenza tra minoranza e maggioranza sono ben chiare, a volte c’è qualche inevitabile fibrillazione, perché si parla di due maggioranze diverse».

 

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Presidente, quali sono cinque cose di cui va fiero?

«La prima è sicuramente il dialogo con i dipendenti. Quando mi sono insediato c’era una forte tensione. Li ho convocati tutti spiegando che il mio ruolo, a differenza del loro, era solo temporaneo e che le figure davvero importanti per la Provincia sono loro. Oggi, al di là dei sindacati, c’è un rapporto personale con i collaboratori più vicini di cui sono molto contento. Non a caso ho firmato l’istituzione delle benemerenze provinciali destinate alle buone pratiche amministrative. Il premio è intitolato a Renato Stilliti, dirigente del settore viabilità scomparso pochi mesi fa».

A proposito, che fine faranno tanti dipendenti della provincia?

«La legge prevede che entro il 31 dicembre 2016 le province debbano svolgere le loro funzioni con il 50 percento della spesa del personale. Dopo quella data, chi non si sarà ricollocato in altri enti, andrà in mobilità all’80 percento. Il nostro obiettivo è ricollocare in altri enti il 50% del personale entro quella data: nessuno deve andare in esubero».

Le altre realizzazioni di cui è contento?

«La seconda è la Fiera dei Mestieri: abbiamo rimesso al centro dell’opinione pubblica la formazione professionale come una delle principali politiche di sviluppo, mettendo insieme tutte le scuole, pubbliche e private. La terza è aver pagato i debiti alle imprese edili, dando ossigeno a un settore in grave difficoltà. La quarta è non essermi risparmiato nel girare i Comuni, perché capisco che la gente vorrebbe più Provincia e non meno Provincia. E dove non si può arrivare con i soldi o con le strutture, si può andare personalmente e prendersi in carico almeno qualche problema su cui lavorare».

Quinta e ultima?

«L’Ufficio Europa che apriremo a settembre, perché è il segnale che tra Provincia e Comune di Bergamo c’è un serio tentativo di superare le distanze, cercando insieme i finanziamenti dove ci sono».

Una questione che si trascina da decenni. E che con Gori supersindaco sembra ancora più complicata.

«Rivendico di essere stato uno dei primi a scommettere sulla candidatura di Giorgio Gori e di averlo aiutato a parlare all’ala di Sinistra del nostro partito. L’ho fatto con convinzione politica e senza secondi fini. Oggi non faccio fatica a riconoscere che l’esperienza della città si dovrebbe estendere alla “Grande Bergamo” che sognava il sindaco Bruni, una comunità più grande dei 115 mila abitanti di Bergamo. D’altra parte, aver affidato a Gori la cura del marketing territoriale e del turismo è stato un modo di scommettere insieme sull’idea che la città si mettesse a disposizione del resto della Provincia. E sono davvero soddisfatto di questo consigliere delegato, basta vedere il programma della Domus che è sempre più dedicato a eventi che avvengono oltre le mura di Bergamo».

Ma?

«Ma siamo due caratteri tosti e così come è giusto che sia rivendicata la centralità della città, è giusto anche – e non per ragioni di potere o di visibilità personali – riconoscerne i limiti, perché ci sono enormi fette della Bergamasca che non possono essere governate dal Comune di Bergamo. Se io abdicassi al mio ruolo per favorire la città, farei un danno a tutto il territorio. Mi limito a un esempio: nelle valli i pullman devono prestare un servizio efficiente, sia per combattere la dispersione scolastica, sia per giustizia sociale. Ebbene, se per raggiungere questo obiettivo si dovrà rinunciare a un pullman in città, sarà fatto. Su questo non c’è da discutere».

Quali sono le realtà che l’hanno colpita di più in questo primo anno di governo?

«Quello che ho visto muoversi in Valbrembana attorno alla vicenda dell’Arlecchino, snobbata dai radical chic, ma secondo me molto significativa. La statua posta all’ingresso della valle e il film di Pasotti, che hanno messo insieme imprenditori e sindaci, sono il sintomo di una valle grintosa che ha voluto stringersi attorno al suo simbolo. Un’altra sono i sindaci che ho visto farsi carico delle crisi aziendali dei loro territori. Tra Romano e Cortenuova, dove stanno chiudendo numerose aziende, ho ammirato sindaci che, pur faticando a chiudere i bilanci, stanno facendo molto di più di quanto venga chiesto loro per aiutare aziende e lavoratori. Infine il distretto del Moscato di Scanzo, che è una traduzione pratica del detto “con i piedi nel borgo e la testa nel Mondo”. Qui una trentina di sindaci si sono messi in rete e, con un prodotto di nicchia come il moscato, hanno vinto il primo posto dei distretti di attrattività turistica della Lombardia».

Anche lei ha la sensazione che la strada del turismo stia cominciando a fare breccia tra i bergamaschi?

«I bergamaschi si son resi conto che se vogliono puntare sul turismo devono cambiare anche loro: un territorio diventa attraente se le persone sono accoglienti. Sicuramente in questi ultimi anni è stato fatto un passo decisivo per superare le barriere e le gelosie. Bergamo però non ha rinunciato a investire sul manifatturiero e questo è molto importante. Ed è cresciuta nella consapevolezza che è necessario innovare».

Quali sono gli obiettivi del prossimo anno?

La priorità è chiudere il bilancio e completare la riorganizzazione. In autunno partiremo in quinta per la creazione delle aree omogenee. Ormai è diffusa la consapevolezza che l’abolizione delle province è stato un mantra elettorale e anche il mondo dei media ha cambiato registro: la provincia non è più vista come il male assoluto. Rimane aperta la sfida lanciata dalla legge Del Rio: fare delle province gli enti di coordinamento tra gli attori del territorio e tra i Comuni. Noi vogliamo essere determinati nel vincere questa sfida. Insieme a Brescia siamo un’anomalia, perché tra le dieci province con più di un milione di abitanti, Bergamo e Brescia sono le uniche che non sono città metropolitane.

A proposito di Brescia, abbiamo perso la partita per Montichiari…

«Punto primo: Sacbo deve espandersi dal punto di vista industriale ma non può più farlo sul nostro territorio per evidenti incompatibilità ambientali. Punto secondo, la strada della new.co su Montichiari era e rimane la scommessa di creare l’Hub dei curier del sud Europa, ma visto l’atteggiamento di Brescia e Verona è doveroso verificare altre strade, a partire da un accordo con Sea. Da questo punto di vista, lo studio affidato a Paleari è stata una scelta utile e condivisa.

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