Quella spiegazione dell’ora et labora
(che può essere la chiave della vita)

La giornata è stata lunga, via Sant’Alessandro è quieta. Un gruppetto di suore mi precede sul lato destro; scavalca le auto parcheggiate, entra al civico 51, Monastero di San Benedetto. Il chiostro è piccolo, quadrato, sul campanello interno una scritta a mano, con le grazie lunghe sotto le lettere. C’è un affresco con un capitolo di monaci e monache, silenzio. La chiesina è piena, niente giovani, la grata elegante separa i banchi dall’altare, le monache dietro sono già sedute. La prima volta che sono stata qui avevo tredici anni in meno di adesso, le monache ci avevano regalato il chiostro per un reading di letteratura. Una di loro, la più giovane, dalle grate al primo piano aveva lasciato cadere la voce di Giobbe sugli spettatori. Nessuno di noi – tra Dylan Thomas e Calvino – era ovviamente riuscito a fare di meglio, quella sera. A creare più intensità.

 

 

Sono le 20.30 di un martedì qualunque di febbraio, tre tranche di lavoro alle spalle, smartphone, cena. Prendo una sedia dall’angolo e la avvicino al primo banco, la smetto di scattare foto. Sono distratta. La domanda è: cosa può offrire la regola benedettina per la vita di oggi? Parla per prima Madre Cristina Picinali, abbadessa. Ci impiego una manciata di secondi a capire, la voce è la sua. Quella di Giobbe che cadeva sulla me ragazzina. Mi ero tagliata il gomito con una grata, quella volta, ho ancora la cicatrice. La voce è la sua: giovane, muscolare, senza fronzoli. Come ha fatto a creare quella presa allo stomaco senza neanche farsi vedere, tredici anni fa. Parte con una battuta («Io non dovevo parlare oggi, questi sono scherzi da prete»), racconta la vita del monastero, sono 14 monache, un tempo fino a 60, neanche Napoleone le ha cacciate, ha comprato il monastero con loro dentro, e poi loro se lo sono ricomprato. Non fa pause, non si agita. Al sesto minuto dice «società liquida, la chiamano così». Aggiunge: «Invece, il monastero è rimasto. Perché la stabilità per la regola benedettina è un valore». Raddrizzo le spalle. «La stabilità fisica e anche quella del cuore. San Benedetto dice: stai lì e ama. Ma prima: stai lì». No matter what, penso; lei lo sottointende. Mi distraggo di nuovo: mia nonna che fa il caffè, sempre lo stesso caffè, l’altra mia nonna che stira i panni sul tavolo con la coperta marrone sotto; le geografie strette, il farsi pietra angolare, stare. Fedeltà. Quanto mi dimeno, in confronto. Le monache dietro non si muovono, come mia nonna guardano.

Al settimo minuto lei smette di parlare. Mentre si allontana dall’ambone – bianco, ritorto, stranamente leggero – capisco: era quella cosa lì, la voce che cadeva, noi liceali tutti a cercare l’intonazione, la parola, la virgola, l’interpretazione, il senso e l’oltre. E lei invece dall’alto della grata – quanti anni avrà avuto allora: trentacinque, quaranta? – stava. Punto. Mi tocco la cicatrice al gomito, sotto il cappotto, c’è. Sette minuti soltanto, poi dom Giordano Rota, abate di Pontida, arriva al microfono, si volta verso l’altare: «Faccio presto, che le sorelle monache domani si svegliano alle cinque». Una mano si alza a dirgli: alle quattro, piccolo brivido di sorriso tra i veli. Quanto sono belli i benedettini: neri, austeri. Dom Giordano racconta la vita di San Benedetto: l’infanzia a Norcia, gli studi e la giovinezza a Roma, la ricerca di Dio a Subiaco in solitudine, la vita cenobitica a Montecassino. Era il Cinquecento, il mondo era in disordine, la cristianità aveva perso la sua natura di fulcro, la definiscono decadenza che è una parola che rende bene. San Benedetto a Roma non trova più Dio, perciò parte. È una fuga mundi, ma nel senso preciso del: prendo le distanze da tutto ciò che allontana da Dio. Quindi: distacco dal distacco. Mi sto confondendo. Dom Giordano rispiega: la ricerca di Dio non è solo indagine, è anche allontanamento da quello che distrae. Tiro su di nuovo le spalle, io è tutto il giorno che sono distratta, eppure ho fatto mille cose. Quando ci mettiamo in indagine dobbiamo chiederci: chi sto cercando? Ma anche: da cosa devo rifuggire? Bene, penso. Perciò non basta mettersi in moto, bisogna pure rinunciare a qualcosa. Del resto, lo diceva anche…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 10 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 7 marzo. In versione digitale, qui.

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