Sabbia e crateri, croci e silenzio
In Normandia per capire la guerra

Gruppi di turisti in giacca impermeabile passeggiano pigramente sulla sabbia svelata dalla bassa marea, ogni tanto un calesse li supera al piccolo trotto. Qualche centinaio di metri al largo spuntano delle vele colorate impegnate in una piccola regata. Affacciate sulla spiaggia, alcune ville dominano il giallo senape della spiaggia e il blu intenso della Manica. Omaha Beach rapisce gli occhi e scava un buco nel cuore. Settantuno anni fa questo suggestivo confine tra terra e mare diventò una linea di faglia tra la vittoria e la sconfitta, tra la vita e la morte. Qui avvenne lo Sbarco in Normandia, che cambiò le sorti della Seconda Guerra Mondiale: impossibile calpestare la sabbia senza pensare ai soldati alleati che balzavano fuori dai mezzi anfibi sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche, annidate fra le basse colline.

71 anni dopo. Ciò che accadde il 6 giugno 1944 se lo sono portati via il tempo e il vento: restano solo tracce austere, senza ombra di retorica. Basta una didascalia enorme, scolpita in inglese e in francese su una grande stele di pietra, per raccontare il “giorno più lungo”: «Le forze alleate sbarcarono su questa spiaggia e liberarono l’Europa». Inutile aggiungere di più. Perché Omaha Beach è soprattutto un grande vuoto. I reduci che tornano qui lo riempiono con i ricordi, i turisti con l’immaginazione. Pointe du Hoc, invece, è rimasta la stessa. Alcuni chilometri a nord ovest, la scogliera presa d’assalto dai Rangers americani è ancora sfigurata dai colpi di artiglieria: crateri e bunker sfondati spiegano meglio di qualsiasi parola tutto il peso della guerra, che tutto schiaccia e devasta.

Le 9800 croci. Ma per comprendere a fondo cosa è stato il D-Day bisogna prendere il sentiero che da Omaha Beach si arrampica a Colleville-Sur-Mer, dove 9.836 croci bianche piantate nel prato verde smeraldo indicano i resti dei soldati alleati caduti nella battaglia. Sono schierate a un paio di metri una dall’altra, nell’ordine rigoroso che solo i cimiteri militari riescono ad opporre all’oblìo. Colleville-sur-Mer è una ferita incisa per sempre sul paesaggio magnifico di Normandia. Non è un posto per selfie, questo. Lo smartphone resta in tasca, si cammina leggendo nomi, gradi e battaglione: un pugno di cifre e parole che condensano il senso di vite sacrificate per fermare la bestia nazista. Quando le note del “Silenzio”, al tramonto, accarezzano la radura, i visitatori si bloccano e osservano le guardie che ammainano e ripiegano la bandiera a stelle e strisce.

Pochi onorano i vinti. Se Colleville è una meta irrinunciabile, La Cambe è una tappa che quasi tutti preferiscono saltare. Nascosto nell’entroterra, a poche centinaia di metri dall’autostrada, il cimitero tedesco giace all’ombra di grandi alberi. Una rimozione geografica, prima ancora che dalla memoria. Non ci sono candide croci ma solo lapidi scure a ricordare i 21.222 caduti dell’armata di Hitler. Poche auto si fermano nel parcheggio, i turisti preferiscono onorare i vincitori piuttosto che fermarsi a ricordare chi è morto dalla parte sbagliata.

Musei e cimeli. Carri amati (i vecchi Sherman verdi con la stella bianca spuntano ovunque), cannoni e musei punteggiano i luoghi che furono teatro del D-Day. Ogni paese ha un monumento o almeno qualche cimelio da esporre. Capita di percorrere una stradina di campagna e scorgere una jeep arrugginita accanto a un chiosco, oppure addirittura un mezzo da sbarco. I memoriali più famosi sorgono a Caen e a Bayeux, ma l’esposizione “definitiva” è ospitata nell’Overlord Museum, inaugurato un anno fa vicino a Omaha Beach: foto ingiallite e mezzi militari di ogni sorta raccontano la grande battaglia. Così come il museo “Airborne” racconta il lancio dei paracadutisti americani su Saint-Mère Église: ai piedi dell’enorme aereo da trasporto conservato nell’hangar spuntano sagome in mimetica e capelli alla mohicana, come usavano le “screaming eagles” dell’82esima divisione aerotrasportata. Uno di loro, John Steele, restò appeso al campanile della chiesa mentre sotto si sparava: si finse morto e si salvò. Ancora oggi un manichino ricorda la sua storia, con tanto di paracadute impigliato sul tetto. A un paio di chilometri un soldato di bronzo sorveglia il ponticello sul rivo Merderet, dove gli americani respinsero la controffensiva dei panzer tedeschi. Da Saint-Mere-Église inizia la “Voie de la liberté”: la terza armata americana del generale Patton partì da qui per andare a liberare Bastogne.

Il blitz dei parà inglesi. Otto itinerari tematici guidano i visitatori attraverso i luoghi del D-Day: un enorme museo naturale tra gli scenari mozzafiato della Normandia, che emoziona e sorprende. Come la batteria di artiglieria di Merville, con i suoi bunker di cemento armato e i sacchetti di sabbia delle trincee. I parà inglesi la raggiunsero alle cinque del mattino, dopo essere atterrati dietro le linee nemiche: ebbero la meglio sui tedeschi e neutralizzarono i cannoni che avrebbero potuto colpire la flotta alleata. Suoni e luci all’interno del caveau di comando aiutano a rivivere la drammaticità di quegli istanti. Ma è una delle poche concessioni alla spettacolarizzazione della memoria, perché tutti i percorsi sono studiati per documentare con rispetto e rigore i momenti cruciali dell’offensiva. Passare dalla Normandia significa riaprire il libro di storia e rileggere bene anche le pagine più sbiadite. Qualcosa è cambiato per sempre il 6 giugno 1944, ed è successo proprio tra queste spiagge e questi prati.

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