Sette cose su Ubi e Banca Popolare
che a Bergamo si dicono sottovoce

Dell’assemblea dei soci del 25 aprile, che si terrà alla Fiera di Bergamo e con la quale verrà approvato il bilancio 2014 ed il dividendo di 0,08 per azione da distribuire agli azionisti, sembra non interessare a nessuno. Si prevede un afflusso lontanissimo da quello che il 20 aprile 2013, due anni fa, vide gli stessi padiglioni gremiti, con ben 13.189 soci votanti, di cui 5.147 in proprio, e quindi fisicamente presenti, e gli altri per delega.

In quell’assemblea si votava, per la prima volta con risultato non scontato, il nuovo management dopo l’era di Emilio Zanetti, presidente uscente, artefice della fusione con Brescia nel 2007, e da circa tre decenni presidente della Banca Popolare di Bergamo, la corazzata del gruppo. I soci si trovarono a scegliere fra tre liste, guidate rispettivamente da Andrea Moltrasio, ex presidente di Confindustria Bergamo; Andrea Resti professore bocconiano e Giorgio Jannone, presidente delle cartiere Pigna ed ex deputato PDL. Chi sarebbe stato il successore di Zanetti?

Dall’assemblea uscì vincente la lista capitanata da Moltrasio, con 7.318 voti contro i 4.693 della lista “Ubi banca popolare” del professor Resti e i 1.548 della lista “Ubi banca, ci siamo”, capitanata dall’onorevole Jannone. La nuova dirigenza avrebbe dovuto traghettare la grande banca bergamasco-bresciana lungo un percorso che sembrava essere epocale. La vera svolta è arrivata invece dal decreto di “riforma” delle Popolari emanato dal governo Renzi all’inizio di quest’anno, approvato definitivamente, ponendo la fiducia, il 24 marzo scorso. La legge stabilisce che le maggiori banche popolari, fra le quali Ubi Banca, hanno l’obbligo entro 18 mesi di trasformarsi da società cooperative, nelle quali vige il voto capitario (una testa, un voto), in Società per azioni, nelle quali il voto pesa in misura proporzionale al capitale (numero di azioni) posseduto.

 

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Partita chiusa per Ubi banca cooperativa?

La determinazione con la quale il premier Renzi si è da subito espresso a sostegno della trasformazione delle banche popolari in Spa, arrivando a porre la “questione di fiducia” sull’approvazione in Parlamento, nonostante la sterile levata di scudi da parte della forze parlamentari di opposizione e timidamente da parte dell’opposizione interna al suo partito, in particolare dell’area cattolica, evidenzia che i margini per considerare la partita ancora aperta sono veramente ridotti al lumicino. Oltre al governo, in modo favorevole alla trasformazione si sono espressi Banca d’Italia – già dai tempi in cui era guidata da Mario Draghi -, Banca Centrale europea, Antitrust e Consob.

Tra i principali oppositori al decreto merita di essere segnalata l’iniziativa di 162 economisti, firmatari di un manifesto a sostegno delle Popolari, con a capo Leonardi Becchetti, professore di Economia all’università di Tor Vergata, i quali hanno tra l’altro rilevato che, se l’obiettivo del governo era quello di far ripartire l’erogazione del credito, con questa norma si è colpito il settore che durante gli anni della crisi ha garantito le migliori performance. Secondo Becchetti, un qualsiasi socio potrebbe decidere di far ricorso alla Corte Costituzionale, ritenendo il provvedimento, come sostenuto da diversi giuristi, in conflitto con la Costituzione che prescrive di riconoscere “la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità”.

Verso questa soluzione pare vogliano orientarsi i vertici di alcune Popolari del Nordest. Un’eventuale pronuncia di incostituzionalità del provvedimento potrebbe tuttavia portare a ricadute negative sui mercati azionari e sulla stabilità delle banche.

 

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Quando si voterà per la trasformazione in Spa?

La normativa prevede dunque che entro 18 mesi le banche popolari di maggiori dimensioni (con oltre 8 miliardi di attivo), tra cui Ubi Banca, dovranno trasformarsi in Spa. La trasformazione dovrà essere sancita da un’assemblea straordinaria nella quale oltre i due/terzi dei presenti dovrà votare a favore della nuova forma societaria. Per Ubi ciò significa che il termine fissato dal legislatore consentirebbe di convocare l’assemblea ben oltre la data di scadenza dell’attuale consiglio di Sorveglianza (aprile 2016), ma la volontà dell’attuale Consiglio sembra quella di convocarla molto prima della scadenza, già nell’autunno di quest’anno, in modo da evitare ad aprile 2016 un’assemblea che si dovrebbe tenere ancora col voto capitario per la nomina del nuovo consiglio di Sorveglianza in scadenza. Questa scelta presuppone ovviamente che nel frattempo gli equilibri futuri siano stati definiti tra le parti in campo.

Se la direzione è questa, perché un socio dovrebbe andare a votare?

La trasformazione in Società per azioni taglierà fuori di fatto dalla partecipazione attiva tutti i piccoli azionisti soci, quelli cioè in possesso di almeno 250 azioni (minimo elevato lo scorso anno dal consiglio di Sorveglianza e seguito da un’accesa discussione in assemblea, rispetto al precedente diritto di voto che spettava anche col possesso di una sola azione) a qualche migliaio di azioni.

Tenuto conto che la Ubi Banca ha oltre 900 milioni di azioni, per la nomina ad esempio dei vertici della banca, il peso del voto in assemblea di una famiglia di quattro persone aventi ciascuna 250 azioni peserà per circa un milionesimo, mentre nella scorsa assemblea aveva pesato per 4/13.189 cioè per un/tremillesimo. In parole povere, i piccoli soci non hanno la minima possibilità di aver voce in capitolo.

 

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Che cosa cambierà nella struttura della banca?

La trasformazione in Spa, facendo aumentare la contendibilità del titolo, apre nuovi scenari per Ubi banca. Anche se l’amministratore delegato Victor Massiah, all’incontro del 15 aprile con i soci al Centro Congressi di Bergamo, ha affermato che, essendo UBI una banca solida non ha nessun obbligo di “aggregare” o “aggregarsi” con altre banche, e che quindi qualsiasi eventuale operazione dovrà creare valore aggiunto per i soci UBI e non per quelli delle altre banche, è verosimile che una volta trasformate in Spa si aprirà quello che viene definito in gergo il “risiko” delle maggiori banche con accorpamenti tra loro. Sul piatto ci sono Monte dei Paschi di Siena, Antonveneta, CARIGE. Ma anche BPM, Banco Popolare (dove è confluita la banca Credito Bergamasco), e Banca Popolare di Vicenza si sono dette interessate ad operazioni di fusione.

Inoltre, al di la delle possibili aggregazioni, è probabile che dopo la trasformazione Ubi abbandonerà l’attuale struttura costituita da una Holding (Ubi banca) e da banche rete possedute al 100% da UBI (tra cui Banca Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Commercio e Industria, Banca della Valle Camonica, Banca Popolare di Ancona, ecc.), e nascerà la banca unica, il cosiddetto Bancone. I diversi marchi resteranno, ma la banca sarà una sola. Dove avrà sede il “bancone” dipenderà poi da molti fattori e in particolare dagli equilibri che si formeranno. Le maggiori possibilità (e le voci) le avrà comunque Brescia e non Bergamo.

 

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Chi conterà e avrà più peso all’interno di Ubi?

Ubi banca è nata dalla fusione di due anime diverse (oltre a qualche acquisizione di minor rilievo): quella bresciana del Banco di Brescia, già strutturata in forma di Spa, con quella bergamasca della Banca Popolare di Bergamo, ricca di una storia di cooperativa lunga oltre 140 anni. Va da sé che, spostando il peso del voto dalle persone al capitale, la trasformazione in Spa è subito apparsa favorire la compagine bresciana, che concentra oltre il 10% del capitale nella mani di poche importanti famiglie, a differenza di quella bergamasca nella quale l’azionariato, per la sua tradizione di cooperativa, è molto più frastagliato.

Bisogna tener presente inoltre che i Fondi istituzionali rappresentano il 45% del capitale di Ubi banca e il loro interesse è la stabilità e l’incremento del valore del titolo e dei rendimenti. La soluzione più gettonata è dunque che i grandi soci bresciani e bergamaschi trovino un accordo (attraverso un patto di sindacato) per governare insieme la banca, con il consenso implicito dei Fondi. Su questo fronte più voci confermano i primi ammiccamenti.

Anche in questo caso, tuttavia, per Bergamo potrebbe trattarsi di una partita già compromessa: le stesse persone che affermavano che anche prima il potere fosse di fatto esercitato da Brescia, sostengono ora che difficilmente la parte bergamasca avrà la rilevanza che le dovrebbe essere riconosciuta in virtù dei risultati nettamente predominanti all’interno del gruppo della locomotiva Banca Popolare di Bergamo. Brescia e Bergamo dovranno tuttavia prestare attenzione ad eventuali azioni dall’esterno, a seguito di operazioni di fusione che potrebbero spostare i centri di potere da tutt’altra parte, ma soprattutto da parte di grosse realtà internazionali che potrebbero essere fortemente attratte dall’ipotesi di acquisire un’importante area del mercato bancario nella parte più produttiva del Nord Italia.

Che cosa cambierà per il piccolo azionista?

Azzerato il peso del proprio voto, al piccolo azionista di UBI non resta che sperare che il corso del titolo salga e di godere di un buon dividendo. Nei suoi quasi 150 anni di storia la Popolare di Bergamo può vantare di essere l’unica banca ad avere sempre distribuito annualmente un (piccolo o grande) dividendo ai suoi soci.

Quale sarà il valore delle azioni in futuro: conviene vendere o tenere?

La contendibilità sul mercato delle azioni a seguito della trasformazione, insieme alla (ventilata) ripresa economica e all’attuale azzeramento dei tassi di interesse ottenibili dagli investimenti in titoli pubblici ed altri titoli a reddito fisso, dovrebbe garantire nell’immediato futuro la crescita del valore del titolo. Da gennaio 2015 il titolo è cresciuto del 20%.