Che significa maggiore autonomia?
Ad esempio, stipendi più alti ai prof

Oggi è il giorno tanto atteso in cui il percorso dell’“autonomia differenziata” chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna comincia il suo cammino: sarà materia del Consiglio dei Ministri e a poche ore dall’apertura della discussione è arrivato il via libera del ministero dell’Economia al rispettivo capitolo finanziario. Le tre regioni chiedono di avere funzioni aggiuntive su ventitré materie che secondo l’articolo 117 della Costituzione sono in compartecipazione tra lo Stato che fissa i principi fondamentali, e le Regioni stesse, che disciplinano le regole di dettaglio. Le Regioni, sempre secondo la Costituzione possono chiedere allo Stato «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» rivendicando più competenze su queste materie che vengono definite “concorrenti”.

Lombardia e Veneto, hanno provato a fare l’en plein chiedendo il pacchetto completo delle ventitré competenze. Alcuni ministeri hanno già risposto picche, ma la decisione finale su ogni materia andrà presa direttamente in Consiglio dei ministri. L’Emilia Romagna si è mossa in modo più prudente e ha chiesto una serie di funzioni limitata a quindici delle ventitré competenze in gioco. Ovviamente questo trasferimento ha un costo e queste funzioni aggiuntive chieste dalle Regioni del Nord dovrebbero essere finanziate cedendo loro una quota dell’Irpef o di altri «tributi erariali» (per esempio l’Iva) generata sul territorio. Qui il percorso è molto complesso e tutt’altro che chiaro. Per la Lega ovviamente è comunque una vittoria importante.

 

 

Ma concretamente cosa significherà questo trasferimento di competenze determinato dall’autonomia? È interessante il caso dell’Istruzione. Il modello a cui si riferiscono Lombardia e Veneto è quello delle provincie autonome di Trento e Bolzano, dove però i presupposti finanziari sono un po’ diversi: infatti le due province trattengono i nove decimi delle tasse pagate sul territorio in virtù dell’autonomia speciale. Così ai professori viene garantito uno stipendio che è del 30 per cento superiore alla media nazionale con una richiesta di impegno però aumentata a 220 ore annuali rispetto allo standard. Con l’autonomia “differenziata” (il nome tecnico del nuovo status richiesto dalle tre regioni) sarà possibile garantire un aumento di stipendio del 10/15 per cento ai professori, creando un percorso per gli assunti in ruolo a livello regionale. La mobilità territoriale resterà garantita, anche perché nelle regioni del Nord c’è un grave deficit di insegnanti di materie scientifiche che oggi trovano sbocchi professionali molto più interessanti dal punto di vista economico.

Solo Lombardia ed Emilia hanno chiesto di poter varare la nuova scuola regionale, mentre l’Emilia si è limitata a chiedere più potere solo sull’istruzione professionale. A un anno dall’approvazione della legge, a un professore o dirigente sarà possibile chiedere di essere trasferito alla nuova scuola regionale, dove il contratto di lavoro sarà completato da un contratto integrativo, che lascia intatta la base degli accordi nazionali. L’aspetto interessante di questo percorso è il rafforzamento dell’integrazione tra mondo dell’istruzione e mondo produttivo: le Regioni vogliono avere più competenze per varare una diversa programmazione che produca più effetti a livelli occupazionale e che venga incontro alle specifiche domande dei singoli territori.

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