Dopo il terremoto, in Ubi si pensa
alle nozze con Banco Bpm (pare)

Sarà un caso, ma non appena sono variati gli equilibri, anche le dichiarazioni sono cambiate. Ubi Banca sta vivendo giorni decisamente concitati. Il nuovo assetto azionario, conseguente alla nascita del Comitato azionisti di riferimento (Car) in cui sono confluiti i bergamaschi Bosatelli, Bombassei, Radici, Andreoletti e Pilenga e che ha tolto la “leadership” al Sindacato azionisti Ubi di sponda bresciana, ha infatti aperto le porte a ipotesi che, fino a oggi, erano sempre rimaste sottotraccia.

 

 

Si sta parlando, in particolare, di una fusione con Banco Bpm, strada di cui si parla (sottovoce) da tempo negli ambienti finanziari ma che finora era rimasta, per l’appunto, soltanto una chiacchiera davanti a un caffè piuttosto che una vera possibilità. Che l’ad di Ubi Victor Massiah stia da tempo sostenendo l’ipotesi di una fusione della “sua” banca con un altro grande istituto italiano è cosa nota, ma fino a oggi le divisioni territoriali interne lo avevano sempre frenato, costringendolo a percorrere altre strade. Ora che gli interessi locali, invece, sono sfumati nella nascita del Car (che ha, tra i suoi primi obiettivi dichiarati, proprio il superamento delle divisioni tra bergamaschi, bresciani e cuneesi), tutto cambia.

 

 

Le domande, per i meno esperti, sorgono spontanee: perché una fusione di Ubi con un altro istituto è ritenuta così importante da Massiah? E perché l’altra grande banca lombarda con “geni” bergamaschi, ovvero Banco Bpm (che, ricordiamo, ha inglobato il Credito Bergamasco), sarebbe la partner perfetta per questa operazione? A rispondere è il rapporto stilato dagli analisti della banca d’affari americana Morgan Stanley, pubblicato il 27 settembre scorso (manco a farlo apposta, pochi giorni dopo l’annuncio della nascita del Car): in un quadro di tassi sempre più negativi e di frenata dell’economia nell’Eurozona, il modello di business delle banche commerciali italiane viene messo sotto stress e c’è la necessità di ridurre le spese. Un obiettivo che, scrivono gli esperti, si può raggiungere dando vita a un minor numero di banche che siano in grado di creare maggiori profitti e siano di conseguenza più forti sia rispetto agli scossoni del mercato che alle incertezze geopolitiche. Morgan Stanley, dunque, da un lato suggerisce un’ulteriore riduzione delle filiali (strada su cui si sono già avviati diversi istituti) del dieci per cento circa, dall’altro sottolinea come…

 

Articolo completo a pagina 4 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 10 ottobre. In versione digitale, qui.

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