Via col Veneto, Tosi cacciato
Che primavera aspetta la Lega

Ora è ufficiale: Flavio Tosi è decaduto dal ruolo di militante della Lega Nord e di segretario della Liga Veneta. Ad annunciarlo, nella serata del 10 marzo, è stato il leader del Carroccio Matteo Salvini, attraverso la sua pagina Facebook. Una decisione presa dopo giornate di tensioni, provocazioni e frecciate, che aveva ormai reso evidente come la coesistenza fra Tosi e Salvini (e in seconda battuta Zaia) non fosse più recuperabile. Il colpo di grazia è stato dato dalla scelta del leader di candidare alle elezioni regionali del Veneto (che si terranno questa primavera) Luca Zaia, inferendo a Tosi l’ennesima batosta, solo l’ultima di tante susseguitesi nel corso degli anni, in una storia politica che ha sempre visto Matteo e Flavio in trincee opposte pur all’interno di una medesima barricata, quella leghista.

Una rivalità con radici lontane. Il dualismo Salvini-Tosi altro non è che l’incarnazione del perenne confronto fra Lombardia e Veneto, fra Lega Lombarda e Liga Veneta, i due cuori pulsanti del credo nordista divenuti, nel tempo, troppo grandi per un solo petto. L’uno, Matteo, milanese per storia personale (è la sua città natale) e politica (ne è stato consigliere provinciale e comunale), ha sempre visto nel capoluogo, e in generale nella Regione lombarda, il luogo privilegiato dove prendere le decisioni e dettare la linea politica della Lega; l’altro, Flavio, veronese di nascita nonché prima assessore regionale del Veneto e poi sindaco della stessa città scaligera, è da sempre un punto di riferimento per tutti i sofferenti di un certo rancore per i meriti mai pienamente dati al Veneto riguardo all’ascesa della Lega e alle battaglie politiche del movimento bossiano.

 

 

Hanno reso nuova la Lega. Entrambi si sono resi promotori del riorientamento della bussola leghista, portando il partito fuori dai retaggi simbolici e medievali della secessione, di Alberto da Giussano, dell’acqua del Po e delle canottiere di Bossi, e trainandolo nelle questioni cruciali dell’Italia degli anni Duemila, come l’euro, l’immigrazione e il lavoro. E in questa riprogrammazione radicale, i primi segni di attrito: Salvini è l’uomo della carrozze della metropolitana riservate ai milanesi, delle ruspe nei campi rom, dell’uscita incondizionata dall’euro e dello stop totale agli immigrati; Tosi è il sindaco che scende in piazza a Verona insieme alla comunità senegalese, che vuole aprire i registri comunali alle coppie omosessuali, che di uscire dalla moneta unica non ne è convinto nemmeno un po’, e che manifesta pubblicamente il proprio dissenso contro i tagli del Governo Bossi-Berlusconi ai Comuni.

Lo strappo tra 2008 e 2010. Oltre ai contrasti programmatici, numerosi sono stati anche gli attriti politici. Durante il congresso regionale di Padova del luglio 2008, Umberto Bossi lanciò la candidatura di Flavio Tosi alla presidenza della Regione Veneto, dopo il mandato di Giancarlo Galan. La candidatura faceva parte di un accordo che stabiliva che Gian Paolo Gobbo, a quel tempo sindaco di Treviso, diventasse il segretario della Liga Veneta. La seconda parte del patto venne mantenuta (Gobbo fu eletto), ma a candidarsi alle regionali del 2010 non fu Tosi ma Luca Zaia, che vinse con oltre il 60 per cento dei voti. Primo, grande smacco del partito nei suoi confronti. Nel 2012, però, la vendetta: Tosi si presenta alle elezioni comunali di Verona con una semplice lista civica recante il proprio nome, al di fuori del gruppo Lega-PdL. Flavio e i suoi ottennero 17 seggi comunali sui 33 disponibili, mentre il Carroccio solo 5. Il fatto di aver voluto presentare una lista con il proprio nome fu accettata da Bossi, ma molto contestata. Anche perché avrebbe potuto creare imbarazzo all’interno della coalizione che, con Zaia, governava in regione.

 

 

Il Patto del Pirellone. Nel 2013, la seconda doccia fredda per Tosi: il cosiddetto “patto del Pirellone”, suggellato alla presenza del vate leghista Roberto Maroni, stabiliva il ritiro della candidatura di Tosi per la segreteria della Lega, lasciando così strada libera a Salvini, in cambio di un appoggio da parte di tutto il partito a Flavio per arrivare alla leadership del centrodestra italiano. Come parte di questo percorso, il 6 ottobre del 2013, dal Palabam di Mantova, Flavio Tosi ha lanciato la Fondazione “Ricostruiamo il Paese”, con l’obiettivo di organizzare le primarie nazionali di centrodestra e sostenere la sua candidatura a leader dell’ipotetica coalizione. Ma anche in questo caso, il partito tradisce Tosi, e nessun tipo di appoggio formale o endorsement ha mai avuto luogo. Così, mentre il sindaco di Verona subisce continue e cocenti delusioni da un partito che evidentemente non intende scommettere su di lui, quello stesso partito stende ponti d’oro ai piedi di Salvini per farne il nuovo e incontrastato comandante.

Gli screzi più recenti e il definitivo addio. Con le nuove elezioni regionali del Veneto di questo 2015, si è presentato nuovamente il dualismo Tosi-Zaia, che poi significa Tosi-Salvini, con il favore di quest’ultimo decisamente pendente verso il già governatore, ricandidato proprio dal leader del partito per questa tornata elettorale. Tosi non ha per nulla accettato di buon grado questa decisione, valutando l’ipotesi di presentarsi alle urne con una propria lista. Da qui, il pandemonio. Salvini, naturalmente, non ha accettato un’ipotesi del genere, e Tosi ha cominciato a comportarsi da separato in casa, lanciando quotidiane critiche all’operato di Zaia in Regione e di Salvini nella direzione del partito.

Il futuro. La Lega non può permettersi di vedere le proprie file così divise in procinto di un appuntamento tanto importante, specie con possibili alleati (Forza Italia ed Ncd) tanto deboli e un avversario, il Pd, che, nonostante le proprie fratture interne, si presenta ugualmente come reale alternativa al dominio leghista in Veneto. Salvini ha così, nei giorni scorsi, lanciato un ultimatum a Tosi: accettare determinate condizioni (ovvero nessuna lista a suo nome alle Regionali in Veneto, divieto di presentare il logo della sua fondazione, Ricostruiamo il Paese, in qualsiasi elezione, e accettazione di Gianpaolo Dozzo quale emissario di Salvini per quanto riguarda la scelta dei candidati) oppure ricevere il benservito dal partito. Tosi ha fatto sapere di essere disposto, con sommo sforzo, ad accettare i primi due dettati, ma circa l’ingerenza di Dozzo, e quindi di Salvini, in scelte che secondo Tosi dovrebbe competere esclusivamente ai colonnelli regionali del partito proprio non ne vuole sapere. Vista questa ormai assodata impossibilità di coesistenza, Salvini ha deciso di salutare, nemmeno troppo calorosamente, il sindaco di Verona. Si rivelerà una saggia scelta per la Liga Veneta e per la Lega Nord in generale? Lo scopriremo a maggio, grazie alle urne.