Il vicesindaco Sergio Gandi: vi dico
cosa non funziona più nel Pd

Politicamente parlando, questo 2018 parte in quinta. Dietro l’apparente pace di questi giorni, infatti, i partiti continuano a muoversi in direzione 4 marzo, giorno designato per le prossime elezioni nazionali e, molto probabilmente, regionali. Queste ultime toccheranno molto da vicino anche Bergamo, visto che il candidato del centrosinistra è Giorgio Gori, sindaco del capoluogo orobico. Eppure, a Palazzo Frizzoni, la situazione pare essere tranquilla: «Siamo amministratori locali e la nostra priorità è governare la città – spiega il vicesindaco e assessore al Bilancio e alla Sicurezza Sergio Gandi -. Il sindaco si dividerà su due fronti, sta dimostrando di saperlo fare. Le polemiche mosse dalle opposizioni mi sembrano un po’ pre – testuose. La squadra c’è, siamo sul pezzo».

In casa Pd, però, le cose non sembrano andare così bene…
«È vero, sarebbe stupido negarlo».

L’impressione è che ci sia paura di una sonora sconfitta e tutti pensino più a se stessi che al partito.
«È sicuramente qualcosa su cui dovremmo riflettere, ma non adesso. Lo si doveva fare tempo fa, e io l’ho sempre sostenuto anche se sono nella “minoranza” del Pd. Adesso però è il momento della condivisione e della campagna elettorale».

 

 

C’è davvero condivisione?
«A Bergamo credo che il livello di condivisione sia molto alto. Noi, come giunta, siamo molto coesi e abbiamo sempre un confronto sincero ma costruttivo. In questo credo si rifletta benissimo il progetto su cui è nato il Pd. Non è così, invece, a livello nazionale. Mi sarebbe piaciuto vedere un peso maggiore di certe personalità del partito su alcune scelte del segretario nazionale, soprattutto in questa fase delicata. Invece mi sembra che Renzi sia un po’ isolato».

Ha peccato di arroganza, Renzi?
«Un po’, ma c’è stata poca umiltà anche da parte di altri vertici del partito».

È un peccato che ritrova anche a livelli più “bassi” del partito?
«Più che altro c’è un distacco tra il livello nazionale e quello locale. Ho la massima stima dei nostri parlamentari e ritengo che abbiano fatto tanto per Bergamo. Ma a volte ho l’impressione che manchi la percezione della distanza che si è creata tra noi e l’elettorato. Certo, viviamo un momento in cui la gente è arrabbiata a prescindere, soprattutto con il Pd, che viene identificato con il “potere” e paga anche errori non suoi. Ma c’è soprattutto un problema di comunicazione».

 

 

E di rappresentanza?
«Dipende. A livello regionale no. O meglio, non del tutto. Per capirci: in lista ci sono dieci posti e i nomi sono stati espressi dalle assemblee svolte dalle diverse aree territoriali del partito…».

Sì, ma in Val Cavallina hanno indicato due nomi della Bassa. Qualcosa non torna.
«In alcuni casi vengono fatte scelte bizzarre diciamo. Non lo nego. Però, in generale, sono nomi espressione del territorio. Poi la segreteria regionale darà forma a queste proposte, ma intanto c’è un collegamento con la gente».

La città che nome farà?
«Quello della presidente del Consiglio comunale, Marzia Marchesi. Perché credo sia giusto che la nostra esperienza amministrativa venga rappresentata da una figura di rilievo e perché è una donna con esperienza politica importante, di livello».

I nomi per il Parlamento, invece?
«Il discorso qui è diverso. C’è un problema, innanzitutto, legato alle tempistiche. I nomi in ballo saranno tanti, ma la direzione nazionale sarà a metà mese e le liste dovranno essere chiuse per fine mese: che spazio c’è per il confronto? Renzi, la prossima settimana, inizierà a sentire i vari segretari regionali, forse qualche segretario provinciale, ma dubito si riuscirà ad avere un confronto che coinvolgerà anche noi amministratori locali. Il rischio è che il quadro dirigente non possa fare altro che prendere atto di quanto deciso da alcuni ma non da tutti. Con tutto il rispetto per il segretario regionale, penso che tante idee possano arrivare dal territorio piuttosto che da lui».

 

 

Pensa che Alfieri stia guardando troppo al suo orticello e basta?
«A me piacerebbe solo sapere cosa andrà a dire a Renzi. Che proposte avanzerà? Che nomi farà? Sarei curioso di avere una risposta a queste domande. Poi magari mi verranno date, ma per ora non ci sono».

Dice di sentirsi nella “minoranza” del Pd, ma ha deciso di restare.
«Sì. E se anche decidessi di uscire, non entrerei in un altro partito».

Altri hanno fatto scelte diverse, anche a Bergamo.
«Ognuno ha le proprie idee. Io continuo a credere nel progetto Pd e, soprattutto, nel fatto che debba essere un partito in grado di raccogliere anche posizioni e anime diverse, non omogenee. La soluzione è il dialogo, non la scissione».

Il principale caposaldo su cui si basa Liberi e Uguali è la contrapposizione al Pd?
«La sensazione è questa. Credo che la differenza sia negli obiettivi che uno si pone. Io, pur essendo affezionato all’ideologia, credo che l’ambizione di un partito debba essere quella di uscire bene dalle elezioni e, se possibile, vincerle. Loro…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 7 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 11 gennaio. In versione digitale, qui.

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