I writer di Stezzano si raccontano
Dobbiamo chiamarli imbrattamuri?

Curiosi tocchi di colore, impronte artistiche clandestine, anche nella placida e sonnolenta Stezzano? A quanto pare è possibile. Una prima testimonianza si trova nel parcheggino di via Vallini, quello accanto alle scuole, che puntualmente si riempie di Suv in doppia e terza fila, maledetti dai condomini che sudano sette camicie per uscire da casa loro. Uscendo dal parcheggio su via Rizzo, guardando a sinistra, ci si imbatte negli occhioni, divertenti e beffardi, dipinti con perizia su di una piccola centralina elettrica collocata sul limitare del marciapiede, uno «scatolotto» discreto il cui colore originario era il grigio chiaro. Il dettaglio si fa curiosità, poiché basta percorrere pochi metri, dopo una doppia svolta a destra, e un’altra faccetta con relativo ghigno e dentoni colpisce l’attenzione di chi passa, grazie anche a un evidente effetto «Minions», seppur in verde smeraldo: il riferimento è al film d’animazione del 2015, spin-off del celeberrimo Cattivissimo Me. Questa volta a prendere vita è uno dei quattro «panettoni » di cemento, originariamente gialli, posti all’ingresso della strada pedonale che divide a metà il grande spiazzo verde incastonato tra il centro sportivo comunale e il complesso di Villa Zanchi, dal lato di via Dante, strada principale che rappresenta di fatto il nodo viario più battuto del paese. Lo stile è lo stesso, come anche le mani che li hanno realizzati. Basta bazzicare un po’ gli ambienti giovanili di Stezzano e dintorni per dare loro anche un volto. Trattasi di un piccolo collettivo di quattro ragazzi, tra i 18 e i 20 anni, residenti tra Stezzano, Bergamo e i paesi immediatamente limitrofi. «Ifert» e «Asmo», «Mors» e «Waid» sono i loro pseudonimi.

 

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Da quanto tempo dipingete o realizzate murales o graffiti? Cosa vi spinge a farlo?
«Ormai sono tre anni che dipingiamo: abbiamo iniziato per pura passione e per fare pratica usavamo i muri nei nostri garage o dei pannelli di compensato, così in tranquillità potevamo fare tutti gli errori che si potevano fare, per poi correggerli e tornare a sbagliare, poiché solo così si può imparare. Personalmente, parlando come Ifert, vedo la street art e in particolare l’arte del writing come uno sfogo, un modo di incanalare tutto ciò che c’è dentro di me, ed è così per tutti noi; questo tipo di sfogo è ciò che ci accomuna e consolida le nostre amicizie e i nostri rapporti, cercando di essere solidali l’uno con l’altro. Passo dopo passo portiamo avanti la nostra concezione artistica, migliorandoci ogni volta di più. Il mondo del writing è basato sul rispetto ma anche sulla rivalità, e cerchiamo di starci dentro ma sempre entro i nostri limiti: l’obiettivo è di arrivare in alto ma abbiamo ancora molta strada da fare».

Avete delle particolari propensioni artistiche riguardo lo stile e i luoghi in cui realizzare le vostre performance?
«Noi cerchiamo di mettere ciò che è la nostra persona, noi stessi, in quello che facciamo. All’inizio quando non sapevamo come si usasse una bomboletta, prendevamo ispirazione dai più grandi: adesso, man mano che andiamo avanti, cerchiamo sempre di più di affermare un nostro stile, di farci riconoscere e distinguerci. Ripeto, siamo agli inizi ma l’obiettivo è questo: far capire a chi ci guarda come siamo fatti, mettendo ciò che siamo in ciò che facciamo. I luoghi in cui operiamo sono vari, cerchiamo dei posti in cui i nostri pezzi siano visibili, così come fanno tutti, cercando sempre di rispettare le proprietà: non vogliamo che la gente pensi che la nostra arte sia “imbratto”, al contrario vogliamo che sia la gente in primis ad apprezzarla. L’arte di strada è quella che chiunque può vedere senza dover pagare un biglietto, poi ovviamente c’è chi apprezza e chi meno».

 

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Come si svolge la vostra pratica e, soprattutto, come aggirate i controlli delle forze dell’ordine?
«Quando decidiamo di uscire a dipingere come prima cosa scegliamo il luogo, cercando di capire se c’è visibilità o meno, poi ognuno di noi ha il suo compito: c’è chi fa lettering (ovvero le scritte) e chi invece fa i puppet (mostri o disegni). Cerchiamo sempre di fare il più veloce possibile e di non dare troppo nell’occhio. È già successo di dover interrompere per scappare, ma in questi casi cerchiamo sempre di tornare per finire il lavoro; i controlli ovviamente ci sono, e quando arrivano la polizia o i carabinieri si scappa, perché sono loro i primi a non comprendere la nostra arte».

Cosa rispondi a chi sostiene che i graffiti imbrattano i muri?
«Dipende molto dal tipo di persona a cui ci rivolgiamo, alla sua età ed esperienza: come spesso accade tutto è relativo. Evidentemente non cerchiamo la comprensione di una persona anziana che probabilmente ha dei modelli culturali molto lontani dai nostri, ma di certo ci ferisce sapere che dei ragazzi coetanei o adulti dell’età dei nostri genitori considerano le nostre opere un mero imbrattamento. Il nostro collettivo non disturba la proprietà privata e non dipinge su muri aventi valore storico o evidente importanza urbanistica. Noi puntiamo a rivalutare con forme e colori le pareti murarie che hanno perso un loro significato, che risultano “grigi” sia come aspetto che come significato. Attraverso questa forma d’arte vogliamo donare un valore intrinseco a qualcosa che prima era spento e appunto grigio: sappiamo che qualcuno ci disprezza, ma al tempo stesso speriamo che siano più gli apprezzamenti. In tal senso dobbiamo ammettere che il nostro capoluogo si dimostra piuttosto aperto, grazie soprattutto a “Tracce Urbane”, lo storico progetto dell’assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bergamo che si propone la realizzazione di opere legali di writing. Un bando a cui, da quest’anno, partecipa orgogliosamente anche il nostro collettivo».

 

 

Secondo voi tutti i graffiti sono forme d’arte? Se no, qual è il discrimine?
«Nella parola “graffito” c’è già una sorta di limite, almeno discorsivo. Una scritta è poco più di un’impronta, un messaggio per lo più fine a stesso, e può essere arte per quello che riesce a passare. Attraverso il graffito, invece, si vuole esprimere una forma d’arte sempre più modernizzata, libera, e per questo difficile da individuare. Anche nel nostro gruppo vi sono divergenze marcate ed esigenze differenti – da chi si ispira ad uno stile “old school” a chi invece predilige accenti più personali e originali – eppure questa esperienza ci unisce ogni giorno di più, ci ha fatto diventare inseparabili in ogni ambito: così facendo esprimiamo davvero noi stessi, consci che davvero tutto può essere arte».

Ti hanno mai sorpreso a disegnare sui muri? Hai mai avuto paura di essere s coperto?
«Io e il mio gruppo siamo stati sorpresi più di una volta durante le nostre performance, ma fortunatamente non siamo mai stati bloccati dalle forze dell’ordine o denunciati. Quando capita c’è solo una cosa da fare: correre e lasciare tutto sul posto, fuggendo possibilmente in direzioni opposte. Qualche tempo fa, proprio a Stezzano, durante una sera d’inverno nebbiosa stavamo dipingendo su di una parete piuttosto esposta su una strada principale, dove molte automobili passavano senza tuttavia prestare attenzione a noi. Purtroppo però, forse per l’ora non così tarda (saranno state infatti le 22 o le 23 al massimo), una vettura anziché passare dritta ha inchiodato e il conducente è sceso, sorprendendo non poco i nostri due “pali” addetti alla sorveglianza. Siamo quindi scappati e ci siamo rannicchiati per una ventina di minuti sotto alcuni cespugli e siepi».

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