Zina, un omicidio annunciato

Per tutti, era semplicemente Zina. Bionda, occhi cerulei come il cielo. Aveva 36 anni, Zinaida Solonari. In Bergamasca ci era arrivata anni e anni fa, lasciando casa sua, Basarabeasca, un paesino della Moldavia al confine con l’Ucraina. Qui, nella nostra terra, aveva trovato l’amore: Maurizio Quatrocchi, undici anni più di lei, imbianchino e muratore. Un uomo dal passato burrascoso, con piccoli precedenti penali per ricettazione e guida in stato di ebbrezza. Con Zina pareva aver messo la testa a posto: tredici anni fa si erano sposati e insieme avevano messo su famiglia, con due bambini, oggi di 12 e 8 anni, oltre alla prima figlia di Zina avuta da una precedente relazione, sedicenne. E invece è stato proprio quell’uomo, nella notte tra sabato 5 e domenica 6 ottobre, a ucciderla con tre coltellate, due alla gola e una al petto. Il movente? La gelosia.

 

 

Zina viveva in Italia, a Cologno al Serio, da quindici anni. Qui aveva conosciuto Maurizio, di cui si era innamorata. La loro storia, come spesso capita in questi casi purtroppo, pareva non avere ombre. Le cose, in realtà, non stavano proprio così: la scorsa settimana, Zina si era rivolta ai carabinieri impaurita e agitata, perché Quattrocchi recentemente aveva preoccupanti «crisi di gelosia» (così pare le avesse definite la donna), minacciava gesti violenti, alzava la voce. Una versione confermata anche da una amica della 36enne, Liuba, come riporta L’Eco di Bergamo: «L’ultima volta che ci siamo viste, mi aveva detto che suo marito la minacciava. Le aveva detto: “Se tu vai via, io mi uccido e uccido anche te”. Era cambiata nelle ultime settimane: non sembrava più lei. Dimagrita, aveva paura. Diceva che lui era cambiato. Non la faceva più lavorare (Zina era cameriera in un locale della zona, ndr), era diventato molto geloso». Liuba racconta di averle suggerito di denunciare l’uomo, e alla fine Zina era andata davvero dai Carabinieri, ma alla fine aveva preferito non denunciarlo. Su consiglio dei militari, però, una settimana fa circa aveva deciso di lasciare casa sua e di trasferirsi, con le tre figlie, dalla sorella, sempre a Cologno. È lì che Quattrocchi l’ha raggiunta e uccisa.

 

[Immagini de Il Giornale di Treviglio]

L’uomo ha poi iniziato una disperata fuga. Mentre in tutta la provincia scattava una imponente caccia all’uomo, il 47enne, a bordo della sua Peugeot 207, ha vagato praticamente per 36 ore, cercando di evitare i posti di blocco e i controlli delle forze dell’ordine. A fregarlo, pare, il gps del cellulare, grazie al quale gli investigatori lo hanno rintracciato in una zona tra Calcio e Martinengo. Ma Quattrocchi aveva già ceduto: lo hanno infatti trovato  la sera di domenica 6 mentre si stava recando alla caserma di Martinengo per confessare il delitto. Portato poi alla caserma di Treviglio, è stato arrestato con l’accusa di omicidio aggravato e portato in carcere a Bergamo. La pm Letizia Ruggeri, a cui è stato assegnato il caso, chiederà la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere per omicidio aggravato. Intanto filtrano le prime informazioni su come sono andate le cose nella tragica notte tra sabato e domenica. Quattrocchi aveva calcolato tutto: non era andato a casa della sorella di Zina, Oxana (sposata tra l’altro con il nipote dell’uomo), semplicemente per chiarire. Da casa si era portato un coltello e aveva preparato una imboscata, aspettando che la 36enne tornasse da lavoro nel cortile della palazzina. Zina ha fatto appena in tempo a parcheggiare la sua auto e a fare pochi metri prima che lui, senza dire una parola, l’aggredisse con un coltello da cucina. Colpi violenti ma non ben assestati, tant’è che la vittima ha gridato, urlato, svegliando i vicini e la sua stessa sorella, che hanno immediatamente chiamato i soccorsi mentre iniziava la disperata e fortunatamente inutile fuga dell’assassino.

 

 

Ora è, ovviamente, il tempo del dolore e della riflessione. Il sindaco di Cologno, Chiara Drago, ha annunciato il lutto cittadino. Ma c’è anche da domandarsi come fare per porre un freno a questi omicidi di donne figli di un’insana e malata gelosia. Quello di Zina, infatti, è il terzo omicidio di questo tipo da inizio anno in Bergamasca. Il primo, a gennaio, fu quello di Stefania Crotti, 42enne di Gorlango; poi è stata la volta di Marisa Sartori, di Curno. Ora Zina. Sui giornali (e in politica) si torna a parlare di femminicidio, della necessità di nuove leggi, di pene più pesanti. Ma la prima cosa che dovremmo cambiare (tutti, perché è un processo che solo il lavoro della comunità intera, in squadra diciamo, può fare) è la cultura. E per farlo, purtroppo, non bastano nuove leggi o coniare sostantivi quali “femminicidio”. Intanto, ahinoi, non resta che il dolore.

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