Gli otto frati cappuccini di Albino
e il loro gran daffare per la Chiesa

Il 2 agosto è stata la giornata del Perdono di Assisi, solennità religiosa voluta da San Francesco e molto sentita ad Albino, in particolare grazie alla presenza, da oltre quattrocento anni, dei frati Cappuccini. Abbiamo incontrato padre Dino Franchetto, superiore e guardiano del convento, per conoscere il significato di questa tradizione.

 

 

Da quanto tempo è superiore della fraternità di Albino?

«Da ormai cinque anni, è il mio secondo triennio. Ogni tre anni facciamo il nostro Capitolo provinciale e in base alle necessità delle comunità ci si distribuisce».

Ci presenti la comunità e il significato di questa vostra presenza.

«Siamo in otto frati più un giovane ventottenne ungherese, fra Daniel, che si è unito alla nostra fraternità, per uno stage di un anno, prima di continuare la sua formazione come teologo e studente di teologia a Venezia. Siamo un po’ su di età, di media 60-65 anni. È una bella comunità, nella quale cerchiamo di condividere un’esperienza un po’ particolare con l’attenzione a vivere, per quanto possibile, le cose insieme; sia la nostra spiritualità che i servizi qui in casa (cucina, pulizie, attenzione alla portineria…), azioni molto semplici ma che aiutano le persone a radicarsi in un luogo. Se non si mette insieme la contemplazione con l’azione si rischia di vivere un po’ sulle nuvole, questo ci ha aiutati a instaurare una vita di famiglia che è un po’ la caratteristica dei frati: vivere da fratelli. La fraternità passa dalle piccole cose, Sant’Agostino diceva ai suoi canonici: “Vuoi sapere quanto sei cresciuto nella vita dello Spirito? Confrontati sempre con questa domanda: faccio sempre le cose della Comunità prima di quelli che sono i miei interessi, le mie cose? Se la risposta è affermativa, allora stai crescendo”. Questa è la linea che ci ha guidati in questi anni e che naturalmente applichiamo anche all’apostolato; ad esempio, il giovedì sera tutti i frati con un gruppetto di persone interessate a questa proposta, propongono e partecipano a un laboratorio di fede ritmato su quattro momenti: fede ascoltata, fede celebrata, fede condivisa e fede approfondita attraverso la catechesi. Poi naturalmente viviamo un’ottima collaborazione, ciascuno secondo il proprio carisma, con i sacerdoti del Vicariato e della Cet (Comunità Ecclesiali Territoriali), che si costruisce anche grazie a momenti feriali molto fraterni. Poi ci diamo un po’ alla predicazione, agli esercizi spirituali, ritiri, sostegno alle religiose sul territorio e soprattutto quello che è un po’ il nostro punto di forza all’interno della Chiesa locale: il ministero delle confessioni. Tanta gente, non solo di Albino ma un po’ da tutta la Valle Seriana, viene qui per accostarsi a questo Sacramento, specialmente nei momenti forti dell’anno. Altra caratteristica della nostra casa è che è un convento di accoglienza. Dopo la prima tappa del cammino di discernimento della vocazione, i giovani della nostra provincia lombarda vengono ad Albino per passare con noi dei weekend di formazione nell’ultimo periodo prima di accedere al postulato (prima tappa ufficiale per diventare frati). Siamo molto legati a questo convento, fino al 2003 vi era il Seminario minore e quasi tutti i frati lombardi ci sono passati e ne conservano un dolce ricordo».

Cos’è il Perdono d’Assisi?

«Nella nostra tradizione francescana è una grande festa legata a un luogo, la Porziuncola (piccola parte di terra) di Santa Maria degli Angeli, a cui Francesco era legatissimo in quanto cuore dell’Ordine, che ha segnato alcuni passaggi cruciali della vita del Poverello di Assisi: ci veniva con i suoi frati agli inizi della sua missione; vi è stata accolta Santa Chiara; ci veniva per i Capitoli, man mano l’Ordine cresceva; vi è morto. Diceva ai frati: “Lasciate tutti gli altri luoghi ma non questo, questo è il Signore che ce lo ha dato”. La storia ci dice che in una notte di luglio del 1216, mentre Francesco era in preghiera nella chiesa della Porziuncola, ebbe una visione di Gesù e della Vergine Maria circondati da una schiera di angeli. Gli fu chiesto quale grazia desiderasse, avendo egli tanto pregato per i peccatori. Francesco rispose domandando che fosse concesso il perdono completo di tutte le colpe a coloro che, confessati e pentiti, visitassero la chiesa: voleva portare tutti in Paradiso. A quel tempo, per ragioni economiche, non tutti potevano andare in Terra Santa o in qualche grande santuario per ottenere l’indulgenza plenaria, ma Francesco voleva portare tutti in Cielo, specialmente i poveri. L’indulgenza plenaria è legata a questa attenzione di Francesco non solo di aiutare i poveri materialmente ma anche e soprattutto spiritualmente, salvare l’anima, come si diceva allora. Non è semplice spiegarlo oggi il senso dell’indulgenza plenaria; mentre ai tempi di Francesco era legata a una visione giuridica della salvezza (si contavano i giorni, c’era l’indulgenza parziale e plenaria), oggi siamo educati a una visione più comunitaria e personalistica della salvezza, cioè che è tutta la persona che è salvata ma dentro la comunità. Per coglierlo bene bisogna pensare che noi dobbiamo fare delle cose, ma è Dio che nella sua Carità immensa darà un colpo d’ala alle colpe e alle pene conseguenti, per aiutarci a riprendere una vita nuova. Non è un colpo di spugna, ma un’opportunità nuova, questo grazie alla Sua infinità bontà e alla preghiera degli altri. Nelle invocazione delle lodi del mattino c’è una preghiera molto bella che dice: “Ti ringraziamo Signore per il nuovo giorno che ci dai, fa che segni l’inizio di una vita nuova”. Il cristianesimo è sempre un ricominciare a partire dall’incontro con la misericordia del Signore. La cosa essenziale non è ciò che faccio io, c’è anche quello, ma è una conseguenza di un rapporto che devo sempre ritrovare ai piedi di Gesù, altrimenti il mio è un gran fare e, come dice il Salmo, “se il Signore non custodisce la città, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare”».

E in chiave moderna?

«Per leggerla in modo più vicino a noi, l’indulgenza plenaria consiste nel vivere il tempo che Dio ci dà, partendo proprio da come Gesù viveva il suo. Se guardiamo il primo capitolo del Vangelo di Marco, troviamo lo schema di una giornata tipica di Gesù. Il mattino andava presto a pregare sul monte, da solo… Gesù aveva chiaro l’essenziale della sua vita, della sua missione: il Padre, la predicazione, la guarigione dei miseri, il coltivare le relazioni. Vivere bene l’indulgenza plenaria, che è poi sempre un mistero aperto a Dio, significa abitare il tempo in un modo diverso rispetto a quanto facciamo di solito. Tante volte scambiamo l’urgente con l’importante o l’essenziale. Se il tempo lo vivo a modo mio, rischio di arrivare alla fine della giornata che sembra di averlo perso, perché non c’è un filo che tiene insieme il tutto, un po’ come quello della corona del Rosario, se non c’è quel filo lì i grani vanno tutti dispersi… E magari arrivi alla fine della giornata che ti sembra di aver fatto tante cose ma scopri che hai smarrito il senso di tanto affanno. L’indulgenza plenaria è una grazia, un dono della Chiesa, per ricentrarci nell’amore di Dio attraverso le opere e i gesti che siamo chiamati a fare: preghiera, confessione, eucarestia, visitare una chiesa, ma soprattutto nella quinta condizione che tante volte non si dice, che sta nel non avere alcun affetto per il peccato mortale ma anche per quello veniale. L’invito forte è a scegliere di dare attenzione all’essenziale che è Cristo».

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