I 104 anni della sig.ra Prima Parietti
«Il mondo cambia e la vita è strana»

Prima Parietti gira per casa, poi si siede al tavolo, sorride, dice: «Parli ad alta voce perché ci sento poco, sa con l’età che ho. Ho perso i denti, ci sento poco e non ci vedo neanche bene. Però non mi lamento». La signora Prima ha da poco compiuto 104 anni. Vive in casa da sola, in via Cairoli. «Sì, però una volta alla settimana viene una mia amica, la Babi, mi aiuta e mi porta a fare le spese al supermercato, in macchina», spiega. Il figlio Isacco, che di anni ne ha ottanta, passa a trovarla tutte le mattine per la partita a burraco. Spesso vince lei perché «non mi dimentico nemmeno una carta».

Dove è nata?

«Sono nata nel letto della mia nonna, in Borgo Santa Caterina al numero 48. Ho passato tutta la vita in Borgo Santa Caterina, da vent’anni sto qui in via Cairoli, ma il quartiere è sempre lo stesso. Sono del marzo del 1915. I miei abitavano in Francia, nella zona delle Alpi, mio padre lavorava in una fabbrica di confine. Mia madre aveva imparato molto bene il francese, aiutando i bambini che andavano a scuola».

Ma lei è nata a Bergamo.

«Sì, perché stava per scoppiare la guerra e allora i miei hanno preferito tornare, mia mamma era incinta di me, io sono nata dopo poco che erano tornati e stavamo a casa dalla nonna, dove c’era la trattoria Tre Corone, lei se la ricorda? Mia mamma era una donna forte, prese la spagnola e guarì e allora andava in tutte le case di Borgo Santa Caterina ad assistere e aiutare i malati. Eravamo poveri. Lo sa dove mi ha messo mia mamma quando sono nata?».

Dove?

«In una cassetta del sapone, che lei aveva foderato. E la cassetta la teneva sotto il tavolo e non sopra, perché sopra c’era il pericolo che io finissi giù, per via del caos che facevano parenti e fratelli. Invece, sotto il tavolo non correvo rischi».

Ma poi è cresciuta. È andata a scuola?

«Sì, ho fatto la quinta elementare. Poi ho imparato a fare la sarta. Mi sono sposata nel 1938, mio marito si chiamava Giovanni Signorelli, ma lo chiamavano tutti Pasquale, chissà perché. Abbiamo avuto tre figli, Isacco, Mario e Lucia, è rimasto soltanto Isacco che ha studiato, è diventato medico. Mario e Lucia sono morti che avevano pochi mesi».

 

 

Che lavoro ha fatto?

«Dopo pochi mesi che eravamo sposati, era la Santa Lucia del 1938, abbiamo avuto la licenza per la macelleria. Ma nel 1939 chiamarono il mio Pasquale sotto le armi. E io rimasi da sola con la macelleria, al numero 1 di via Borgo Santa Caterina. È una storia quella della macelleria, perché mio marito non aveva la tessera del fascio».

E quindi?

«Il Pasquale aveva sempre lavorato per dei parenti e quindi non aveva bisogno di tessere. Ma per avere la licenza di commercio, invece, i fascisti controllavano per bene e ci dissero: “Ai disfattisti e menefreghisti non possiamo dare la bottega”. Allora la mia mamma andò da un fascistone, il Calonghi, di Santa Caterina, che veniva ogni tanto a mangiare a casa nostra. Era una buona persona, in fondo. E mia mamma gli chiese: non è che può fare la tessera del partito alla mia Primetta? E lui rispose che sì, che me l’avrebbe fatta preparare. E così con la licenza a mio nome, iscritta al partito, potemmo aprire».

Ma poi…

«Ma poi mi trovai senza il mio Pasquale, la macelleria la portai avanti io. Avevo sempre un giovane che tagliava la carne, ma ogni mese dovevo cambiarlo perché gli arrivava la cartolina del militare… E una volta me la sono vista brutta. Un mio cliente voleva uccidermi perché è arrivato con il tagliando per una razione di carne e io non l’avevo. Che spavento. È che la gente era disperata, non avevano da dare da mangiare ai figli. Però io non ce l’avevo perché quelli della distribuzione non me l’avevano data».

Come ha fatto?

«Sono riuscita a scappare di sopra, in casa, e mi sono chiusa dentro».

E poi?

«E poi quando sono uscita sono andata dai fascisti della distribuzione, c’era un addetto che era un terrone però era bravo, mi ha ascoltata e poi mi ha aiutata, perché se no quell’etto di carne in più per quel signore non me l’avrebbero dato, non so per quale errore o per quale ruberia. Lui è andato di là nel macello e ha detto che nel pacco per Parietti bisognava aggiungere un po’ di frattaglie. Così trovai dentro fegato, milza, polmone… e fu un lusso, riuscii a sistemare anche quel povero che mi voleva ammazzare».

La guerra è una brutta cosa.

«La guerra è una pazzia, ma l’uomo è così, c’è una parte di pazzia. Quando diventa forte allora viene la notte. Mi ricordo quando hanno bombardato Dalmine, io ero sul treno per San Giovanni Bianco perché il mio bambino, Isacco, era da dei parenti perché io non potevo seguirlo in quei momenti. Però andavo su tutti i pomeriggi in treno e venivo giù a Bergamo con il primo treno del mattino. Sentimmo le prime esplosioni, la gente gridava “Madona, i bombarda Berghém!”, il treno prima si fermò in una galleria, e non si mosse più per un bel po’, perché lì era protetto dagli attacchi. Arrivammo a sera a San Giovanni Bianco e tutti erano spaventati, preoccupati. Sapemmo di quello che era successo a Dalmine, la tragedia».

Lei non abbandonò la macelleria.

«No, ma ne ho passati di momenti. Una volta mi portarono in questura perché vendetti la carne bianca a due lire anziché a una lira. Ma io la pagavo due lire, quindi pensai, in buona fede, che l’indicazione di una lira fosse un errore. Poi in questura vidi uno che conoscevo, uno di S. Caterina che lavorava dal prefetto. Mi prese con lui, mi portò in prefettura, mi ricordo quello scalone bianco. Mi fece accomodare, mi portarono il tè su un vassoio d’argento e poi arrivò il prefetto in persona, un uomo alto, molto distinto, io spiegai quello che mi era successo, lui mi disse che avevo comunque sbagliato… alla fine presi soltanto una multa».

Adesso come va?

«Adesso sono vecchia, tutte le mie amiche sono morte, anche la Ginì che mi stava tanto vicina, era così brava a raccontare le barzellette. Ci sono i nipoti, i pronipoti. Mio marito è morto nel 1999, ma per ventidue anni è stato paralizzato; lui era l’allenatore della squadra di calcio dell’Excelsior, un grande appassionato. Ricordo che mi diceva sempre che io ne avevo sempre una, che ero fragile di salute. Ma la vita è strana».

E del Simone Pianetti che cosa dice?

«Me lo raccontava sempre mia mamma, lei lo aveva conosciuto bene perché andava giù in fondo a via Pignolo dal fruttivendolo a spennare gli uccelli e i polli. Quel fruttivendolo era un suo nipote, vendeva anche il carbone e la legna. Un giorno i carbonai dell’alta Valle Brembana vennero giù dal fruttivendolo con un uomo: era il Pianetti, quello che aveva ammazzato per vendetta sette persone su a Camerata Cornello. Aveva un fucile con le finiture d’oro che gli aveva regalato il re perché il Pianetti gli aveva fatto da guida in alcune battute di caccia. La mia mamma diceva che il Pianetti si era rifugiato lì in via Pignolo e che il re gli faceva avere dei soldi. Poi i carbonai lo presero e lo portarono a Genova con il carbone, lo imbarcarono su una nave… non si è più saputo niente di lui. Mia mamma diceva che lo aveva incontrato e che lui era pentito perché ne voleva ammazzare altre due di persone del paese perché gli avevano fatto del male».

Il mondo è cambiato.

«È cambiato tanto, lei non si rende conto di quanto sia cambiata la vita. Una cosa rimpiango: il senso di solidarietà, di amicizia che c’era fra le persone. Eravamo tutti poveretti, le nostre porte erano spalancate, cercavamo di aiutarci tutti. Io dissi al Signore: se mi fai guadagnare un po’ di soldi, io aiuterò tutti. E così ho fatto. Ma tutti ci volevamo bene, era un mondo così, la gente del popolo, pur con qualche eccezione, era così».

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