Reinhold Messner, l’ultimo
di quelli che aprivano la strada

Compie settant’anni il «re degli ottomila». La sua storia con la montagna, iniziata nel ’49 sulle Dolomiti a fianco del padre, nel ’70 lo condusse ad attraversare il Nanga Parbat (8125 mt), in una spedizione che costò la vita al fratello Günther. Lo «stile alpino», leggero e senza portatori, cominciò quel giorno in Himalaya e Messner ne diventò il miglior interprete. Nel ’78 inaugurò l’era del «senza ossigeno» quando arrivò in cima all’Everest (8848 mt). Qualcuno non gli credette e lui ripetè l’impresa. Per festeggiarlo, gli rendiamo omaggio con le sue stesse parole, sospese tra amarezza per il destino dell’alpinismo e gratitudine per il “fratello” e maestro bergamasco Walter Bonatti.

 

«Calza gli scarponi e parti. Se hai  un compagno porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto, anche a tornare indietro, nel caso ch’io m’incontri con l’impossibile».
Lo scriveva Reinhold Messner in un articolo intitolato L’assassinio dell’impossibile. Nel 1968 a ventiquattro anni. Quell’articolo, apparso sulla rivista del CAI, voleva essere – ed in un certo senso è stato -, il manifesto di un nuovo alpinismo. Un alpinismo che non si appiattisse sulla mera dimensione ludica o sportiva, ma che rappresentasse il rapporto dell’uomo con la montagna, e, insieme, il rapporto dell’uomo con se stesso attraverso la montagna. La dimensione del confronto era stata, infatti, ridicolizzata dalla tecnologia, che moltiplicava – e moltiplica ancora oggi – le forze dello scalatore, rendendo virtualmente possibile ogni ascesa.

«Il chiodo ad espansione è diventato una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L’arrampicata di oggi non vuole precludersi la via della ritirata e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta».
La chiama la generazione del filo a piombo, delle direttissime ad ogni costo. Quella che intende la via di montagna come un’autostrada che percorre il tratto nel modo più veloce possibile, superando in fretta l’ostacolo, preoccupandosi solo di avvicinare l’arrivo al punto di partenza. La via di Messner era, invece, come il sentiero del bosco o come il corso del fiume che segue le asprezze del terreno, ammettendo anche il rischio di doversi interrompere. Non che fosse un avversario della direttissima in sé, della via della goccia cadente, purché la montagna fosse d’accordo, desse il suo benestare.

«La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica, il fattore decisivo».
All’epoca di queste parole era poco più che vent’enne, ma già una nuova via d’ascesa sulle Dolomiti portava il suo nome: la Variante Messner, aperta scalando la Punta di Mezzo del Sasso Della Croce, in libera e lungo la via logica. Era un ragazzo, allora. Ma in poco tempo sarebbe diventato un eroe dell’alta quota.

«Il mio alpinismo è fallito, non esiste più».
Oggi ha settantanni e a 46 di distanza da quello scritto pronuncia il resoconto, amaro, di una vita spesa sulle montagne del mondo promuovendo, invano, la dimensione umana dell’alpinismo.

«Forse Bonatti è stato l’ultimo vero alpinista e la mia generazione ha portato il suo stile leggero sulle montagne più alte del mondo».
«La montagna e creatività e immaginazione. Come un artista inventa noi con l’alpinismo che possiamo esprimere. Bonatti era più artista che sportivo».
Quando il leggendario alpinista bergamasco Walter Bonatti, in solitaria e d’inverno, nel 1965 affronta parete Nord del Cervino, compie un’impresa che va ben oltre la prestazione fisica e la dimensione sportiva. Da molti quell’ascesa è considerata un’opera d’arte, anche da Messner, che gli dedica per quell’impresa queste parole.
E che Bonatti sia stato il modello e l’ispirazione di Messner, fino quasi a diventare una presenza fraterna, per lui, è fuor di discussione. Entrambi hanno legato a doppio filo la loro storia personale e professionale a quella dell’alpinismo, rendendosi protagonisti di imprese ancora oggi eccezionali. Entrambi hanno condotto lo stile alpino, quello leggero,  senza portatori e ausili tecnologici, sulle vette più alte del mondo. Entrambi hanno cercato  il limite dell’impossibile, spostandolo ogni volta un po’ più in alto.

 

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«La scalata del K2 e dell’Everest sono state solo la conquista di un punto geografico, l’alpinismo è un’altra cosa. L’alpinismo non è scalare le montagna per raggiungere un punto inesplorato,  è una condizione che lo scalatore si pone per conquistare se stesso, con la conquista del punto materiale».
Anche Messner, come Bonatti, si rende protagonista di imprese non comuni,  quando si dedica alle cime dell’ Himalaya e del Karakorum. Nel 1970 è invitato insieme al fratello Günther a scalare il Nanga Parbat, 8125 msl. Sarà una tragedia. Davanti ai suoi occhi perderà proprio il fratello, travolto da una valanga. Dovrà allontanarsi senza poterlo salvare. Ritornato vivo, riporterà gravi ferite da congelamento, perdendo sette dita dei piedi. Da allora dovrà abbandonare le arrampicate estreme su roccia.
L’apice della fama è però nel 1978, quando raggiunge la sommità dell’Everest senza ossigeno. In tanti non gli credono. Nel 1980 mette a tacere le polemiche ritornando sul tetto del mondo ancora senza ossigeno e in solitaria, lungo la parete Nord. La sua opera d’arte. Tutti rimangono senza parole. Nel 1986 sarà il primo uomo ad aver scalato tutti gli ottomila della terra. Ma il record in sé non è quello che importa.

Protagonista  della montagna e talvolta primo attore, Messner è un mito e un distruttore di miti. Accusato di aver ceduto alla tentazione dello sport-business e di aver compiuto molte scalate solo per il gusto del record,  è e rimane, in ogni caso, un grande narratore dell’uomo e del fascino per l’estremo.