Addio a Francesco, il vigile alpino
«Mio marito aiutava sempre tutti»

Domenica scorsa, 10 marzo, Francesco Brignone si è tolto la vita nella sede del distaccamento della polizia locale di largo Roentgen a Loreto. Francesco aveva 56 anni, era sposato, con un figlio. Abitava nel quartiere di Santa Lucia dove era molto conosciuto e apprezzato. Abbiamo parlato con la moglie, Daniela, il figlio Nicola e un’amica di famiglia. I funerali di Francesco si svolgeranno al Tempio Votivo di via Statuto lunedì 18 alle 15 (orario da confermare).

 

 

«Ci siamo alzati domenica mattina normalmente. Eravamo soli in casa perché nostro figlio Nicola si era alzato presto per andare a Cartoomics. Erano le nove, lui stava guardando delle cose al computer, non era in servizio quel giorno. Abbiamo fatto colazione, era una mattina splendida, tersa, abbiamo detto che poi avremmo fatto qualcosa, insieme. Sembrava tranquillo. Poi, Francesco mi ha detto che andava a fare un giro in bicicletta». Daniela parla nel soggiorno della sua casa di via Panseri; le pareti bianche, il divano, una libreria in stile antico. Con lei ci sono il figlio Nicola che ha diciotto anni e Francesca, amica di famiglia dai tempi dell’oratorio.

Lei non si è accorta di niente?

«No, soltanto il fatto del giro in bicicletta mi era suonato un poco strano, ma poi ho pensato che ci stava perché era davvero una bella mattina. Lui di solito andava a camminare un po’ a piedi, con il cane. Passava a salutare i suoi amici di colore che stanno davanti alla clinica San Francesco e vendono piccoli oggetti, aiutano a parcheggiare. Anche loro gli volevano molto bene. Mi era suonato un po’ strana l’idea del giro in bici perché Francesco amava la bicicletta, da ragazzo aveva fatto grandi giri pedalando, però negli ultimi anni l’aveva usata di meno. Però no, non potevo immaginare quello che sarebbe successo, no. Lui era in un momento non facile, questo lo sapevo. Pensavo che magari mi avrebbe detto che voleva stare via qualche giorno, sì, quello poteva starci. Ma quello che è successo no, non lo immaginavo».

Quindi ha preso la bicicletta.

«Sì, ha preso la bici, è passato da Aldi, il nuovo supermercato di via 24 maggio, si è fermato a comprare i biscotti: li portava al distaccamento della polizia locale di largo Roentgen, dove lavorava. Erano per la pausa del pomeriggio, anziché andare dieci minuti al bar bevevano un caffè o un tè lì; lui forniva i biscotti. È uscito da Aldi e ha raggiunto l’ufficio, ha messo i biscotti al loro posto, era lì da solo. Non è più tornato a casa. Adesso c’è un grande vuoto. È difficile. Io e mio figlio Nicola cerchiamo di renderci conto».

Francesco era molto conosciuto a Bergamo.

«Sì, lui era un personaggio, aveva un carattere che di certo non era banale. Era una persona generosa, se sapeva che qualcuno aveva bisogno si faceva in quattro, sempre. E questo gli ha causato anche delle difficoltà».

Per esempio?

«Per esempio aveva aiutato una nostra amica in un contenzioso con il Comune di Bergamo, fino ad accompagnarla in tribunale. Era stato poi accusato per il conflitto di interessi rispetto al suo ruolo di agente della polizia locale e sospeso dal servizio per cinque mesi. Questo lo aveva fatto soffrire tantissimo. Si era rivolto alla Giustizia, alla fine i cinque mesi erano diventati dieci giorni. Ma lui ancora ci soffriva perché riteneva di avere pienamente ragione, di essersi comportato bene».

 

 

Che cosa è successo poi?

«Poi è successo che c’è stata quell’alluvione a Bergamo, forse tre anni fa, una bomba d’acqua che aveva allagato anche la zona di Piazza Pontida e delle Cinque Vie. Il negoziante di tappeti portò il furgoncino davanti al negozio, in sosta vietata, dopo il nubifragio, e cominciò a caricarlo per salvare i tappeti perché il negozio e l’interrato si erano riempiti d’acqua. Un vigile passò e gli diede la multa! La cosa fece scalpore e lo stesso sindaco Gori intervenne per chiarire che, in situazioni così particolari, le persone vanno aiutate e non sanzionate. Ecco, lì mio marito si tolse un peso: era come se il sindaco avesse assolto anche il suo comportamento, magari contrario a una regola ma intriso di senso di giustizia».

Quella vicenda ha pesato sulla decisione estrema?

«Non penso. Però lui non sopportava di vedere le cose storte, anche tra i colleghi, con i superiori. Non era una persona da compromessi».

A Bergamo aveva fatto scalpore anche la sua decisione di indossare il cappello di alpino anziché il berretto da vigile, nel giorno del funerale del presidente degli alpini, Leonardo Caprioli.

«Mio marito era un alpino, attaccatissimo alla tradizione. Lui era in servizio per il funerale, per via del cappello subì un procedimento disciplinare, alla fine chiese scusa, disse: “Chiedo scusa, ma lo rifarei di nuovo”. Lui era così. Sapeva che la divisa ha un valore importante, ma in quel momento riteneva che mettere il cappello d’alpino non contrastasse con la sua divisa, e che fosse un segno di rispetto e di…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 5 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 21 marzo. In versione digitale, qui.

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