«Alessio, mi hai fatto piangere»
Firmato: il figlio di Walter Chiari

Alessio Boni da Sarnico compie 52 anni il prossimo 4 luglio. Al cinema ha interpretato 21 film, tra cui molti d’autore. Tra questi ricordiamo: La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana; La bestia nel cuore di Cristina Comencini e La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. In tv ha recitato in 28 fiction, l’ultima delle quali, La strada di casa, è andata in onda su Rai1 a partire dal 14 novembre scorso. Tra le altre: Caravaggio di Angelo Longoni e Walter Chiari – Fino all’ultima risata di Enzo Monteleone. Ha portato su palcoscenico 27 lavori teatrali, tra i quali: Michelangelo – La carne del marmo, con la regia di Alessio Pizzech e L’avaro di Moliere diretto da Giorgio Strehler. Ha interpretato due opere liriche. In radio, ha condotto due programmi: Titanic – Le ultime 100 ore e Il Graal. Ha inciso un audiolibro, Peter Pan. E ricevuto 39 premi nazionali e internazionali in carriera. Ha messo la sua immagine e il suo impegno a disposizione di otto campagne a sfondo sociale.

 

Val di Chiana, un gioiello incastonato tra Toscana e Umbria che Goethe definiva così: «Non è possibile vedere campi più belli, non vi ha una gola di terreno che non sia lavorata alla perfezione…». Qui c’è il casale di Alessio Boni, da Sarnico, 51 anni, fidanzato con una giornalista, grande attore di teatro, cinema e televisione. In un garage della fattoria, Alessio si dedica a uno dei suoi hobby. «Sto mettendo a posto delle lampade acquistate alla Fiera di Parma, verifico se funzionano, se la presa è a posto, se l’alloggiamento della lampadina non si è ossidato».

Alessio lei è nato a sul Lago d’Iseo, torna spesso da quelle parti?
«Appena posso, ci vado. Ho avuto la fortuna di nascere in un bel contesto famigliare dai solidi valori etici, cui sono legato da sempre. Sento molto l’appartenenza ai miei fratelli Andrea e Marco, ai miei genitori per cui appena posso ci torno, anche se debbo vivere la mia vita, la mia libertà, nessuno mi può incatenare. Sono così di carattere».

 

 

Si fermi, se può, nei suoi luoghi della memoria.
«Le passeggiate su Viale Garibaldi, il lungolago, ricordo i luoghi dove presi la decisione di andarmene, i mandarini sotto un salice piangente, la Vespa 50. Ricordo dove ho dato il primo bacio, quando ho preso la prima sberla da una ragazzina in un anfratto vicino a un bosco, la prima caduta col Garelli. Sono immagini indelebili. Come il primo tuffo al lago a sei anni. Allora si poteva fare il bagno».

E il suo fisioterapista, Gigi Spina di Chiuduno…
«Scriva massofisioterapista se no s’arrabbia. Giro il mondo, ma quando salgo a trovare i miei, una o due sedute dal Gigi non me le toglie nessuno. Ho altri fisioterapisti in Toscana, a Roma, a Milano… ma lui è speciale».

Ho letto che quando è nel suo casale taglia legna, raccoglie olive, produce l’olio.
«Sì, l’ho appena fatto. Non lo commercializzo, lo imbottiglio per famigliari e amici e lo regalo per Natale, per un compleanno. Chi mi conosce si aspetta la bottiglia d’olio, per me regalarla ha un significato particolare. Ricorda i nostri contadini, la dignità del lavoro della terra».

Prima di diventare attore affermato, lei ha fatto mille mestieri, anche l’animatore in un villaggio turistico.
«Quella è una scuola pazzesca, prenda l’esempio di Fiorello. Nel senso che puoi nascere artisticamente dove e quando meno te l’aspetti. Guardi Stefano Accorsi. Si è fatto notare con lo slogan pubblicitario “Due gust is megl che uan”. Poi la carriera va avanti a seconda dalle scelte che fai, dopo devi saper scalare. Benigni, quando ricevette l’Oscar per La vita è bella disse: “Ringrazio i miei genitori che mi hanno fatto scoprire che cos’è la povertà, che cos’è la fame”. Loro non avevano niente, nemmeno il bagno in casa. Se poi tu ti volti a riguardare il tuo passato, quei ricordi lì sono straordinari».

Tra i vari lavori, anche il piastrellista.
«Non solo: il cameriere e l’attore di fotoromanzi per Grand’Hotel, non mi vergogno di nulla. Frequentavo l’Accademia a Roma e dovevo sbarcare il lunario con 50mila lire in tasca. Quando mi chiamavano per i fotoromanzi, facevo salti di gioia perché mi consentivano di pagare l’affitto per altri due mesi».

 

 

Lei ha dichiarato: un attore deve interpretare la vita e sensibilizzarsi agli eventi della natura.
«La natura ha una forza spaventosa, non ti senti mai giudicato da lei. Quando stai in mezzo a un bosco, o tra le dune di un deserto, o in mezzo al mare o in montagna potresti trovare l’assassino più ferale della terra ma ti senti comunque a tuo agio. Perché c’è l’equilibrio costante che ti circonda. E non potrai mai dire quel sentiero è troppo stretto, quella nube è troppo grigia. C’è una perfezione nella natura dall’equilibrio straordinario, quella a cui, credo, attori, scultori, letterati, cantanti, direttori d’orchestra cercano di assurgere».

È come se lei cercasse l’equilibrio perfetto.
«C ’è una frase incisa sul sarcofago di Raffaello che dice: qui giace colui che fece arrossire la natura perché la superò nella sua bellezza con la sua arte pittorica. È una cosa enorme superare la natura. Io cerco di portare in scena dei sentimenti di vita vissuta e apprendo da tutti coloro che mi circondano. Il prossimo non è un alieno».

Nella fiction di Rai1 La strada di casa lei è Fausto Marra, un uomo che va in coma per cinque anni e poi si risveglia.
«Il fattore che più mi ha incuriosito di questo lavoro televisivo è che il pubblico, con gli occhi di Fausto, potesse riavvolgere il nastro della memoria del personaggio, creando lentamente un suo puzzle. Ci ho pensato anch’io tante volte. Tanto che, se dovesse succedere a me una cosa del genere, al risveglio mi vedrei davanti a un camino con tre figli accanto».

Un’ipotesi di futuro, eppure lei dice: meglio vivere il presente.
«L’oggi inteso come la battaglia quotidiana che devi combattere. Non devi aver paura di questa signora Italia che magari zoppica, è in una casa di cura, ha degli acciacchi. È una fiaccola la nostra Italia e io cerco di alimentarla, di sostenerla, di farla vivere. Il presente è vivere al di là del fatto che possa essere pesante, storicamente inetto, burocraticamente insostenibile. Vivere cercando la positività».

Positività, un termine che sembra fuori moda.
«Magari c’è poca onestà, non si sottolineano le regole. Si ha poco rispetto delle eguaglianze tra gli esseri umani. Un brutto modo di procedere questo, però si può fare altro, se ci si crede davvero».

 

 

Nel lavoro, quando si è sentito più realizzato?
«Al cinema senz’altro ne La meglio gioventù. Ha vinto Cannes, una marea di premi, mi ha cambiato il modo di vedere la vita professionale. Un’opera di impatto che molti critici hanno paragonato a C’era una volta in America di Sergio Leone. Ma il personaggio che mi ha dato più filo da torcere è stato Walter Chiari».

Un grande successo, con lo share tra il 21 e il 23 per cento.
«Avevano tutti i fucili puntati per poterti massacrare. E invece ne è nata una rievocazione corretta. Ho studiato come un pazzo. Ho parlato con chi l’aveva conosciuto, gli amici, i figli, l’ex moglie. Ero talmente dentro il personaggio che dal punto di vista artistico ho toccato qualche corda e ne è uscita un’interpretazione fuori dal comune».

Il complimento più bello.
«Me lo ha riservato Simone Annichiarico, il figlio di Walter. Arriva ’sta telefonata alla fine della seconda puntata molto drammatica, girata con Lorenzo Monteleone, dove Chiari muore. Simone è commosso, telegrafico, mi dice: “Ma vaffanculo, Alessio. Ho pianto due volte nella mia vita: quando è morto mio padre e adesso… ciao”».

Ha detto: se non avessi fatto l’attore avrei fatto lo psicologo.
«Mi interessa sapere di più quello che pensa la gente di quanto la pensi io. Il pensiero dell’altro è una ricchezza. Se potessi mi piacerebbe fare un’intervista a lei. Parlando di me non aggiungo nulla di quanto già io non sappia di me, non mi arricchisco. Aggiungo qualcosa nel momento in cui chiudo la telefonata e mi metto a leggere un libro di filosofia, un romanzo».

Lei ama gli sport estremi, ma anche il tiro con l’arco, il biliardo, le bocce.
«Sono appena tornato dalla Tunisia dove ho fatto un lungo viaggio in moto, una cosa meravigliosa. La moto è un cavallo che cavalco da quando ho quindici anni. Non avevo nemmeno 14 anni e già guidavo il Garelli di mia madre. Mi piace il mare, nuotare, tutto ciò che mi dà adrenalina. Circuiti come il Mugello, Misano dove, quando tocchi i 260 all’ora con la motocicletta, il cuore va a 150 battiti al minuto. Con Giacomo Agostini, grande bergamasco, ultimamente abbiamo visto il Gran Premio Moto GP a Misano. Poi yoga, training autogeno, respiro interiore, frecce, bocce, biliardo perché ha un respiro interno che è importante per il mio mestiere. Niente convulsione, eccitazione, c’è bisogno di massima concentrazione quando ti cali in un personaggio. Amo le bocce, tra l’altro mio padre e mia madre ne sono grandi giocatori. Dall’anno prossimo, organizzo il Torneo Boni di bocce nei circoli di Sarnico. Sono già tutti in agitazione i giovanotti di ottant’anni che praticano questo sport».

 

 

E la moto?
«Un mix di adrenalina e libertà. Puoi andare in certi posti dove arrivi solo a piedi o con gli asini. Nel deserto, nelle dune, ci vanno solo i cammelli, i tuareg e le moto. Credo sia un privilegio imbattersi nell’immagine di una carovana di cammelli, capitanata da un tuareg che si perde nell’immensità del deserto. Ho girato la Patagonia, sono andato a San Pietroburgo, vorrei seguire la strada dell’Orient Express. Adesso vado a Cuba e me la giro in camper. Voglio respirare l’aria di quell’isola magnifica, utopica, un esempio per tutto il mondo. Quel senso che ha Cuba di totale libertà e sorriso non c’è da nessuna parte».

L’incontro che le ha cambiato la vita?
«Sono tre: il mio maestro Orazio Costa Giovangigli, un grande luminare, pedagogo del teatro. Giorgio Strehler, un genio che ho incontrato a 28 anni e mi ha fatto capire l’importanza dell’energia che ti può arrivare dal pubblico. Il maestro Marco Tullio Giordana per La meglio gioventù. Da lì è partito tutto. Incontrare persone di valore è meglio che avere successo».

Il mondo che ci sta attorno che effetto le fa?
Siamo noi e non dobbiamo ghettizzarlo perché ne facciamo parte. E non bisogna andare appresso alle mode, ai modi di dire. Mi ricordo sempre questo gesto di mia nonna Maddalena. Ero in montagna con lei, c’era un bivacco, era sporco, scartoffie e rifiuti dappertutto. Scartai una caramella e buttai la carta per terra. Mi arrivò uno schiaffo che sento ancora oggi: tu devi fare il tuo e vedrai che la società cambierà…».

Insomma, Alessio lei è un grande sognatore, come De André che diceva: non bisogna impedire all’uomo di sognare.
«Se non puoi sognare, scappa dove puoi farlo. La persona più povera al mondo è colui che non possiede un sogno. Il sogno ti consente anche in un quotidiano pesante, di mettere un po’ di panacea, di zucchero alla tua esistenza, ti può far volare ovunque. Ci sono tantissimi letterati e autori che ci hanno portato a sognare. Perché una volta che riesci a conquistare il sogno dei popoli, hai conquistato il mondo intero. Intendo il sogno magico, quello vero, quello onirico della mitologia, del cavallo alato, quello per cui vorresti essere un pesce. Questo sogno infantile ci salverà».

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