“Alla fiera dell’Est”, spiegata

«È un pezzo importantissimo per me, è il mio passaporto verso l’immortalità. A un bambino di oggi il nome Branduardi non dice niente, mentre conosce molto bene il topolino della canzone. È un brano che vive di vita propria e che non appartiene più al suo autore, ma alla cultura popolare». A parlar così è Angelo Branduardi, che fa riferimento al celebre topolino che venne mangiato dal gatto, che venne morso dal cane, che venne picchiato dal bastone, che venne bruciato dal fuoco… insomma, si parla de Alla fiera dell’est. E dice bene, il cantautore: è un brano che è e rimarrà scolpito nella mente e nell’ugola di tutti, così affascinante per i bambini tanto quanto divertente per i più grandi. È persino contenuto in alcune raccolte di filastrocche. Ecco, proprio quest’ultimo è il crimine più violento che si possa perpetrare nei confronti di questa canzone: considerarla una storiella per piccini. Perché Alla fiera dell’est è, in realtà, un dottissimo richiamo alla cultura ebraica, alla caducità delle forze politiche della storia e all’ineluttabilità del giudizio divino. Potrebbe sembrare troppo, ma forse è addirittura troppo poco. Ma andiamo con ordine.

Di Branduardi spesso si dice che sia stato un sessantottino soft, un po’ perché timoroso un po’ perché schizzinoso, un intellettualoide, un musicista troppo barocco per i tempi in cui si è trovato ad esprimersi. Chissà, forse. Quel che invece è certo è che era (ed è) un uomo interessato a tutto, in particolare alla storia più antica delle religioni: a Branduardi, nelle interviste, piace soffermarsi sul Concilio di Nicea, sull’eresia dei Catari, su che cosa mai significhi che «in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Soprattutto, Branduardi è affascinantissimo dalla cultura ebraica. E, da vero appassionato, fin da giovane conosceva il canto del Chad Gadyà, ovvero il canto del capretto.

Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due susim. Un capretto, un capretto.
E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due susim.
E venne il cane, che morse il gatto, che…
E venne il bastone, che picchiò il cane, che…
E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…
E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…
E venne il bue, che bevve l’acqua, che…
E venne il macellaio, che uccise il bue, che…
E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…
E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…

Secondo l’antichissima tradizione del Seder di Pesach, la cena della Pasqua ebraica in memoria dell’Esodo del popolo eletto dalla terra e dalla schiavitù degli Egizi, al termine della lettura della Hagadah shel Pesach (la Narrazione della Pasqua) vengono intonate dai presenti le dieci strofe del canto riportato. Ciascuna delle quali ha un ben preciso significato.

Secondo la tradizione ebraica, il padre di cui si parla rappresenta Dio, che un giorno spese due soldi (il Cielo e la Terra) per acquistare il capretto, ovverosia Abramo, il capostipite di tutto il popolo d’Israele. Quest’ultimo, però, venne mangiato dal gatto, cioè dal regno di Babilonia. Il cane simboleggia il terzo regno, quello del Faraone, che morse il gatto di Babilonia: «Un cane – insegna la tradizione ebraica – ritorna sui propri escrementi, così come un pazzo alla sua follia». Esattamente come il re d’Egitto che, a dispetto delle piaghe illustrate nel libro dell’Esodo, continuava a rifiutare la libertà al popolo ebraico. L’Egitto superò Babilonia in potenza, senza però mai affrontare uno scontro militare diretto. Per questo motivo «morse», ma non mangiò l’avversario.

Ma il cane venne sonoramente picchiato da un bastone: quel legno che Dio consegnò a Mosè e con cui il profeta tramutò le acque del Nilo in sangue, che trasformava in un serpente e che, soprattutto, divise il Mar Rosso annegando gli eserciti del Faraone e salvando Israele. Quest’ultimo, come noto, era un popolo parecchio testardo, e facile al tradimento di Dio: così, secondo le Scritture, un leone di fuoco scese dal cielo, prendendo le forme del regno babilonese di Nabuccodonosor, il quinto nella storia del capretto, e bruciando il bastone (il potere temporale) di Israele. Il tempio fu divorato delle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Di fronte a un tale incendio, cosa c’è di meglio dell’acqua? Il sesto regno è quello di Persia e di Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare, sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.

 

branduardi

 

Secondo la tradizione ebraica, il toro era un simbolo celeste che rappresentava le fortune della Grecia: proprio quel popolo ellenico che sconfisse così incredibilmente l’impero persiano, quasi come fosse bere un bicchier d’acqua… Ma la sovranità delle polis greche ebbe termine con l’arrivo dell’ottavo impero, quello che più di tutti si macchiò le mani e le vesti del sangue di centinaia di popoli, come fosse un macellaio che si sta occupando di un grasso toro: l’impero romano. Ma Roma divenne corrotta, violenta persino nei confronti di sé stessa: la bruttura veniva decantata come bellezza, e la vera bellezza presentata in maniera repulsiva; la barbarie era spacciata per cultura, e la cultura vera appariva vuota di significati; la brama di consumare e di possedere cresceva a dismisura, trovando però sempre meno occasioni di placare la propria voracità. Venne, insomma, il regno dell’Angelo della morte, simboleggiante Roma che si autodistrugge. Il cerchio, infine, si chiude con un ritorno al punto di partenza, con Dio e il suo giudizio espressi come l’ultima e definitiva parola sulla storia, nonché come unica forza in grado di far ripartire tutto, con l’acquisto di un nuovo capretto.

Branduardi altro non fece che mettere un topolino al posto del capretto: tutto sommato, almeno idealmente più appetitoso per un gatto. È ancora così certo che Alla fiera dell’est sia una frivola e, per quanto divertente, semplice filastrocca per bambini?