Amatrice meritava di essere amata
anche prima di questa tragedia

Il nome è bellissimo e respira di Italia antica. Il luogo in cui si trova è altrettanto bello: una conca dolce e verdeggiante in cui l’asprezza degli Appennini trova finalmente un po’ di pace. È Amatrice, il più importante tra i paesi che questa notte è stato travolto dal terribile terremoto che ancora una volta ha sconvolto questo fazzoletto d’Italia (L’Aquila è a soli 50 chilometri).

Dagli Antichi Romani agli Orsini. Un paese dalla lunga storia, grazie anche a quella sua posizione strategica, dove oggi si incrociano i confini di ben quattro regioni (Lazio, naturalmente, Umbria, Marche e Abruzzo) e sullo spartiacque tra Tirreno e Adriatico. Amatrice per i romani era Summa Villarum, facilmente raggiungibile perché poco lontana dal percorso della Salaria, tanto che qui venivano in villeggiatura personaggi importanti, come ad esempio lo scrittore Marco Terenzio Varrone, dal cui nome deriva una delle frazioni del paese, quella di Varoni. Poi è stata Longobarda, poi Sveva perché appendice nord del Regno di Napoli, poi Angioina, Aragonese sino a finire tra i possessi di una delle più potenti famiglie romane, gli Orsini.

 

Le foto di Amatrice prima e dopo il terremoto.

Tutti i terremoti della sua storia. Insomma Amatrice, per quanto isolata a mille metri nel cuore degli Appennini, si è sempre trovata nel pieno della grande storia. E i segni non mancano: nel centro storico la Torre civica, i campanili di Sant’Agostino, il portale di San Francesco. Tutte architetture gotiche, a segnalare un passato nient’affatto banale e sopravvissute ai terremoti che periodicamente hanno sconvolto Amatrice. In particolare tra Seicento e Settecento, la terra si era dimostrata piuttosto inquieta: la scossa più terribile fu nel 1639 e si protrasse per dieci giorni, tra 7 e 17 ottobre, con episodi continui. Poi ci furono quelle del 1672, del 1703  (che aveva colpito anche L’Aquila) e del 1730. Chissà se hanno retto al terremoto di questa notte…

L’artista. Amatrice aveva avuto anche un suo genius loci: si chiamava Nicola Filotesio, era nato nel 1480, era pittore, architetto e scultore e alla storia sarebbe passato con il nome ben più noto di Cola dell’Amatrice, proprio in omaggio al suo luogo di nascita, che aveva lasciato presto perché chiamato da committenze importanti in particolare ad Ascoli che era centro di grande importanza dello stato pontificio (sua è la bellissima facciata del Duomo).

 

 

Una Madonna del Trecento. Ad Amatrice si arrivava anche per venerare l’Icona Passatora: un’immagine della Madonna che era custodita in una piccola edicola, chiamata dal popolo Madonna di Canalicchio, dal nome della località. Secondo la tradizione, l’immagine risale agli inizi del Trecento ed era posta in un luogo di passaggio di pastori e viandanti e per tale ragione fu soprannominata Icona Passatora.

La pasta all’Amatriciana. Infine Amatrice inevitabilmente richiama uno dei più popolari piatti di pasta che ci siano: la pasta all’Amatriciana. Era il piatto inventato per necessità dai pastori con gli ingredienti a loro disposizione sulle montagne quando seguivano al pascolo le loro greggi: guanciale a cubetti o fettine sottilissime, pecorino e spaghetti, piatto che veniva tradizionalmente chiamato “unto e cacio”. Poi venne ingentilita aggiungendo il pomodoro. Ma quella tradizionale resiste, comunemente detta “gricia”, anche se a tradimento qualcuno mette la pancetta invece del guanciale.

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