Arlecchino e la Valle Brembana
Storia di una maschera bergamasca

A Villa d’Almè, alla rotatoria che fa porta d’ingresso per la Val Brembana, sabato 14 febbraio alle 10.30 è stata inaugurata la statua di Arlecchino più grande del mondo: è alta cinque metri (1,60 di basamento e 3,40 per la figura), pesa 18 tonnellate ed è stata realizzata in marmo bianco di Carrara e arabescato orobico dallo scultore del Duomo di Milano Nicola Gagliardi. Alla spesa (60mila euro in tutto) hanno contribuito alcuni imprenditori bergamaschi, la Comunità montana Valle Brembana e i Comuni della Valle. La celebre figura della maschera bergamasca accoglie ora i visitatori, mentre la frase che lo abbraccia ci tiene a precisare che quella è «terra di Arlecchino». Presente alla cerimonia, l’attore bergamasco Giorgio Pasotti, regista e protagonista del film Io, Arlecchino, al Conca Verde dal 23 febbraio.

 

Chi di noi non ha mai indossato almeno una volta il più classico dei travestimenti di Carnevale? Quanti bimbi ancora oggi fremono nell’attesa di mascherarsi con quel costume dalle mille losanghe colorate? Domande e consuetudini apparentemente scontate nei giorni in cui frittelle, chiacchiere e zucchero a velo la fanno da padrone, ma a cui cerchiamo di dare risposte focalizzandoci sui legami che accumunano la figura dell’Arlecchino alla Valle Brembana e in particolare al paese di San Giovanni Bianco, non fosse altro che, all’ingresso del comune situato ad una trentina di chilometri da Bergamo, campeggia la scritta in dialetto «Ol paìs de l’Arlechì» e la curiosità di indagare sui motivi di tale singolare ostentazione sovviene naturale. Dunque, chi era l’Arlecchino? Dove viveva? Cosa faceva per vivere?  Perché indossava quello stravagante vestito multicolore?

Mescolare storia e leggenda nel calderone ci aiuterà a fare luce su questo variopinto personaggio della tradizione popolare bergamasca, tanto imitato quanto poco conosciuto. Innanzitutto, è bene sapere che sono molteplici le interpretazioni che si danno all’etimologia del nome Arlecchino: correnti di pensiero lo associano a tale Hellequin, un irascibile demonietto solito menare le mani citato nelle cronache medievali francesi; altri studiosi rimandano ad un folletto dispettoso della mitologia nord europea e persino Dante scrisse del diavolo Alichino nei canti dell’Inferno.

 

[Arlecchino servitore di due padroni, Carlo Goldoni, regia di Strehler, nei panni di Arlecchino: Ferruccio Soleri]

 

Un forte legame personaggio – territorio brembano lo si ottiene recandosi nella storica frazione di Oneta, un piccolo ed affascinante agglomerato di case di pietra attraversato dell’antica Via Mercatorum poggiato sulle alture di San Giovanni Bianco, ai piedi del Monte Cancervo; qui sorge lo splendido edificio del Quattrocento conosciuto come Casa di Arlecchino, in quegli anni proprietà della nobile famiglia Grataroli, che vantava possedimenti ad Oneta e ricchezze a Venezia, città sotto la cui egida era posta la Valle Brembana. La nobiltà dell’epoca e gli stessi Grataroli erano soliti circondarsi di servitori pronti a svolgere qualsiasi tipo di mansione pur di crearsi un futuro che li strappasse ai massacranti lavori nei campi e alla miseria in cui versava il territorio orobico nel cinquecento.

Così possiamo affermare che originariamente Arlecchino non fosse altro che un povero servo affamato, ingenuo e rozzo, vestito di ciò che capitava, dalla tipica parlata bergamasca, alter ego – anche sulla scena teatrale – degli zanni (furbi servitori nel gergo dialettale veneto). Ad avvalorare queste sue prerogative, un affresco dipinto all’ingresso della dimora dove si crede abbia vissuto, mostra un uomo rude che brandisce un grosso bastone e che lascia trasparire il suo carattere burbero e poco ortodosso con la frase: «Chi non è de cortesia / non intragi in chasa mia / se ge venes un poltron / ge darò col mio baston». Ospitale, vero?

Nella seconda metà del Cinquecento, poi, servi spiccatamente abili nell’arte comica contribuirono ad una positiva e grandiosa evoluzione della figura di Arlecchino, tra loro Alberto Ganassa, originario di Oneta, interpretava burlescamente il ruolo che ricopriva nella vita di tutti i giorni, elevando la maschera bergamasca allo status di apprezzato comico intrattenitore e saltimbanco, prima della nobiltà italica e, successivamente, presso le sfarzose corti dei sovrani di Francia e Spagna.

Di pari passo al prestigio ottenuto sui palcoscenici di mezza Europa, mutò pure l’aspetto estetico del personaggio, il costume divenne un’esplosione di colori, losanghe variopinte disposte ordinatamente creavano ora un perfetto accostamento con la scura maschera dal naso aquilino e le orbite scavate, il berrettino bianco e un piccolo manganello di legno appeso alla cintura completano l’irriverente travestimento.

Oggi la casa di Arlecchino ad Oneta di San Giovanni Bianco ospita il museo a lui dedicato, una piacevole opportunità per respirare e rivivere gli usi, i costumi ed i luoghi che hanno dato i natali ad una delle più celebri maschere di Carnevale, orgogliosamente bergamasca.