Bambi, la Banksy al femminile
che piace tanto (troppo?) ai vip

Agisce nell’illegalità. Si muove di notte alle prime luci dell’alba e nasconde la propria identità per ragioni di sicurezza. Lotta contro le ingiustizie e le disuguaglianze come un eroe a fumetti della Marvel, ma combatte a suon di stencil e bombolette spray. No, non è Banksy. È Bambi.

I primi ritratti dei vip. Il misterioso e civettuolo pseudonimo di questa street artist, taggato rosa fluo sui muri di Inghilterra, ha spesso accompagnato i ritratti di alcune celebrità che calcano la scena del jet-set: da David Beckham alla Regina Elisabetta, passando da Papa Ratzinger e Kate Moss. Ma il momento in cui il nome di Bambi si afferma definitivamente è nel settembre 2010, quando un’immagine di Amy  Winehouse appare nei pressi di Camden Town, non lontano dall’ultima abitazione della cantante. È questa l’effige fortunata che segna l’istante in cui Bambi diventa glamour e suoi committenti iniziano ad essere proprio quelle star che prima erano solo il frutto delle sue colorate rappresentazioni grafiche. E questo con conseguente rapida ascesa sul mercato dell’arte del valore dei suoi pezzi.

Le commissioni delle star.Il battesimo dei mecenati avviene grazie al rapper  Kanye West che, per il proprio matrimonio, regala alla moglie un’opera che la ritrae in déshabillé. Viene seguito da altri, come Brad Pitt, che dapprima sborsa l’equivalente di 80mila euro per comprare un ritratto delle nozze del Duca e la Duchessa di Cambridge e poi ne commissiona uno della sua stessa famiglia. Anche Robbie Williams vuole il suo Bambi e nel 2012 compra l’immagine di un neonato poco prima della nascita di suo figlio, mentre un altro ex-Take That, Mark Owen, si regala per il suo quarantesimo un pezzo dell’artista del valore di 20mila sterline.

Eppure, non proprio come Bansky. Bambi viene presto identificata come una nuova Banksy. Entrambi sono inglesi, proteggono cautamente il proprio anonimato e fanno dell’uso dello stencil il proprio segno di riconoscimento. Questa tecnica non solo ha un forte impatto grafico e comunicativo, ma consente anche di destreggiarsi con rapidità, riducendo il rischio di essere scoperti. Al pari di Banksy, anche Bambi ha dichiarato di rifarsi alla street art come mezzo per abbattere la distanza tra il tormentato atto creativo e gli spazi sterili e senza vitalità dove l’arte viene esposta e venduta. Eppure, rispetto al suo collega antesignano, sembra mancare di acume e sarcasmo. Altra grande differenza: le creazioni di Bambi, in origine grido di protesta generato dall’alienazione urbana, ora sono raffinato decoro delle ricche residenze dello star system. Lei stessa si definisce (qui) «più della semplice versione femminile di Bansky». Rimandiamo, per una bella riflessione in merito, a questo articolo del Guardian.

 

 

Chi è Bambi davvero. Più frivolo il dibattito intorno all’identità della street artist. Si mormora, infatti, che Bambi possa essere il nome dietro cui si cela una pop star internazionale: si fanno addirittura nomi importanti, quali quelli di M.I.A, Paloma Faith, Geri Halliwell  o Adele. Queste ipotesi derivano dalla ricostruzione di alcuni indizi, forse maliziosamente disseminati come tasselli di un puzzle in alcune dichiarazioni rilasciate per voce del proprio manager. Ma di fatto permane un ermetico silenzio stampa contro le richiesta dei curiosi di saperne di più. Del resto, Bambi deve tutelarsi di fronte alle autorità dal rischio di essere perseguita per un’attività che sa essere illegale e dalla quale, pure, non si astiene. Secondo quanto dichiarato, infatti,  il suo grave problema è quello di non poter «resistere di fronte a un muro bianco».

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