Barbara Baraldi, ovvero la donna
che s’incatena agli alberi per salvarli

«La prima volta mi sono incatenata a un ciliegio. Avevo quindici anni. Era un ciliegio che a primavera faceva dei fiori bianchi bellissimi, tanti… io ci ero affezionata perché era vicino a casa di mia nonna, in via Solari, a Valtesse, e sotto quell’albero avevo letto tanti libri e in quel prato da bambini giocavamo tutti. Ricordo i vigili che mi ridevano in faccia, ma io resistetti e riuscii a coinvolgere l’assessore all’Ambiente di quell’epoca, era Zavaritt, doveva essere il 1989… Alla fine il ciliegio non fu abbattuto. Venne sollevato dalle radici, fecero un grande buco, c’era un’autogru gigantesca e fu spostato in un altro luogo, lì vicino, in zona Valverde». Barbara Baraldi è la donna che si incatena agli alberi per salvarli. L’estate scorsa lo ha fatto con gli alberi di piazzale degli Alpini. Ma gli è andata male. In altre occasioni ce l’ha fatta: con il platano davanti al parcheggio della Fara, per esempio. Barbara è bergamasca, per lavoro si occupa di uffici stampa e di imprenditoria, relazioni internazionali.

 

 

Scusi, Barbara, ma perché, davvero, si incatena agli alberi?

«Perché io soffro fisicamente quando so che un albero è in pericolo. Mi succede anche con gli animali, naturale. Ma provo un’empatia forte anche con le creature vegetali. Ho una casa con un giardino, con alberi e siepi. Non voglio che gli alberi vengano mai potati, voglio che abbiano la chioma libera. Mentre le siepi le faccio toccare appena appena… Mi dà fastidio la cesoia che taglia i rami».

Perché le dà fastidio?

«Mi immedesimo. Sono creature viventi, le piante. Nascono, crescono, si riproducono. Avverto che hanno anche una sensibilità; non si possono trattare come degli oggetti, come delle pietre. In realtà tanta gente non se ne rende conto, anche fra chi della vegetazione si occupa. Vanno, tagliano, segano, sradicano come se niente fosse. Ma non è giusto».

Il grande platano della Fara è riuscito a salvarlo.

«Sì, avevano detto che era malato, che andava eliminato, ma non era vero».

E perché lo dicevano?

«È un trucco normale. Si convocano degli “esperti” che certificano quello che le ditte vogliono. Se un albero dà fastidio per qualsiasi ragione, allora è “malato”, è un “pericolo”. E lo si taglia».

 

 

Quindi il platano non era malato?

«No. Quando volevano abbatterlo, chiamai il Comune e l’impresa e mi sedetti sotto l’albero fino alle dieci di sera. Era il 27 marzo del 2017. Chiamai un mio amico agronomo che effettuò una tomografia assiale dell’albero che dimostrò che, con i suoi cento anni, il platano era sanissimo. Il Comune allora dichiarò che per il momento avrebbe soprasseduto ed eventualmente indagato ancora».

E poi?

«E poi venne agosto, un periodo molto critico per gli alberi in pericolo perché in agosto chi vigila se ne va… Così anche io ero partita per le vacanze, ero andata per quindici giorni ad Antibes, in Costa Azzurra. Arrivai là e mi telefonarono: un amico mi comunicava che il giorno dopo l’impresa sarebbe entrata in azione. Così girai la macchina e in piena notte piombai a Bergamo. Mi sedetti sotto il platano».

E riuscì a salvarlo.

«Sì, perché passai tutte le vacanze lì, sul marciapiede appena dopo la Fara, con una sdraio, sotto il platano, e con tanti libri da leggere. Ho letto tanto e conosciuto diverse persone: la gente mi guardava, qualcuno si fermava, mi chiedeva che cosa ci facevo lì, pronta con le mie corde e le mie catene…».

Lei gira sempre con le corde e le catene nella borsa?

«Devo essere pronta a ogni emergenza… Scherzi a parte, a mali estremi a volte servono anche questi mezzi».

Agosto è un periodo critico.

«Sì. Prenda anche piazzale Alpini, le piante le hanno segate il 16 o il 17 agosto scorsi, se non sbaglio. Oppure i…

 

Articolo completo a pagina 11 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 3 ottobre. In versione digitale, qui.

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