Il barista maratoneta di Curno
che ne avrà di corse da fare

Tra le grandi novità che riguardano gli insediamenti commerciali sulla Briantea, ce n’è una che interessa direttamente un locale già esistente. Stiamo parlando del ViceeVersa, un bar ormai consolidato e gestito da Mario insieme al fratello Giovanni Carrara. E la novità riguarda appunto la loro collaborazione che, da poco, si è interrotta.

Quindici anni di Viceeversa. «Dopo 15 anni di attività insieme, dal 2003 ad oggi, io e mio fratello abbiamo deciso di dividerci e di prendere ognuno la proprio strada – racconta Mario, ora unico titolare del ViceeVersa -. Quando abbiamo iniziato avevamo più o meno 24 anni, e non sapevamo a cosa andavamo incontro. All’inizio il locale era piccolo, c’era solo lo spazio al piano terra. Per questo, quando si sono liberati gli uffici sopra di noi, abbiamo pensato di allargarci. Il proprietario ci ha dato la possibilità di aprire, abbiamo realizzato la scala per collegare i due piani e, dopo qualche tempo, si è liberato un ulteriore spazio adiacente a quello che già avevamo. Ci siamo buttati e abbiamo deciso di rilevarlo, anche perché era il momento in cui cominciavamo ad avere richieste per feste, per le quali però occorreva un ambiente riservato.

Così, nel 2012, è nata questa sala che si chiama “Sipario”, ed è uno spazio che sta andando per la maggiore e che sta prendendo piede anche grazie al passaparola. È completamente indipendente e dotata di un suo banco bar e di un bagno. Ha pure un impianto autonomo per la musica e la usiamo anche come sala meeting, perché abbiamo creato un telone a scomparsa e una botola nella quale inserire il proiettore collegabile al computer. Qui facciamo riunioni e coffee break, oltre che feste di laurea, battesimi, diciottesimi di compleanno e pensionamenti. Abbiamo affrontato un po’ di spese ma ora siamo strutturati bene, c’è anche un bel magazzino al primo piano, mentre quando siamo partiti avevamo solo il piccolo spazio al piano terra con una cantinetta. Proponiamo alla nostra clientela formule diverse, in base ai gusti e alle esigenze. Di nostro prepariamo pizzette, taglieri, panini, piadine, piatti misti e insalatone, mentre per quanto riguarda i primi, abbiamo una gastronomia che ci rifornisce con piatti freschi di giornata».

La nuova fase. Mario parla poi della recente separazione dal fratello: «Abbiamo preso questa decisione a cuor sereno perché, dopo tanti anni, c’era la voglia, sia per lui che per me, di sperimentare cose nuove. Giovanni inizierà il mese prossimo una nuova avventura a Bonate Sopra. Siamo tutti e due contenti, è chiaro che sarà un bell’impegno per entrambi. Io attualmente ho cinque dipendenti e alcuni collaboratori a chiamata per il weekend; sono davvero bravi e in questo particolare momento di transizione mi stanno dando una grossa mano. Sono un bel punto di forza per il locale, senza di loro non potrei mai farcela. Insieme ci stiamo misurando con questa nuova fase, che sarà il mio Vice 2.0, il mio step successivo». Grandi cambiamenti anche a livello di gestione: «In questa nuova fase sono molto presente anche sui social, e vedo che c’è un riscontro. Mi sono interessato ai metodi di comunicazione, per capire cosa vuole la gente e cosa guarda».

 

Pubblicato da Mario Carrara su venerdì 16 febbraio 2018

 

Non manca un pensiero sul centro commerciale a cielo aperto che è diventata la Briantea: «In questa via ci hanno messo dentro di tutto e di più, e sto cercando tenere il passo con tutte queste nuove attività e questi nuovi colossi che stanno arrivando. Sono catene di fast food forti economicamente e con loro è difficile competere. Non voglio fare la guerra dei prezzi, perché voglio mantenere la mia qualità e le mie scelte. Ho quindi deciso di puntare sul fattore umano, perché quello sicuramente non ce lo toglie nessuno. I clienti conoscono me, conoscono i miei ragazzi, sanno che persone siamo e che qui cerchiamo sempre di metterli a loro agio, come se fossero a casa loro». Mario annuncia grandi novità anche in vista dell’estate, quando ci sarà l’inaugurazione del l’estivo. E sorprese anche da settembre.

Entusiasmo e grinta. Ne parla con grande entusiasmo, ma da dove nasce tutta questa passione. «Negli anni dell’università, per guadagnare due soldi, ho cominciato a lavorare come barista a Dalmine, al Caffè del Viale. Dopo tre anni ho abbandonato la facoltà di Economia e Commercio perché, al termine di uno stage in un’azienda, ho capito che quello che avrei voluto fare nella vita era legato al mondo del bar. Quella era la mia strada. Non ritengo che i miei tre anni di università siano stati buttati, perché credo che l’istruzione sia sempre e comunque un valore aggiunto. Devo però ringraziare mio papà Gianpaolo e mia mamma Annaluisa, per aver sempre appoggiato le mie scelte. E per aver dato, a me e a mio fratello, una grossa mano. Così come devo ringraziare mia moglie Viviana, che da casa mi aiuta con le incombenze legate alla gestione del bar e che mi è stata vicina appoggiando questa mia scelta fin dall’inizio. Ora il tempo da dedicare a lei e ai nostri due figli Marta e Jacopo si è un po’ ridotto, ma cerco comunque di ritagliarmi degli spazi per stare con loro nei momenti più calmi della giornata. Spesso Viviana viene qua con i bambini per mangiare insieme a me. Lo sappiamo entrambi che questa nuova gestione comporterà tanti sacrifici, ma speriamo che il lavoro porti anche dei bei risultati. La grinta ce l’ho, spero che il corpo mi venga dietro».

 

 

La maratona di New York. La stessa grinta che Mario ha dimostrato anche lo scorso anno quando, in occasione del suo quarantesimo compleanno, ha deciso di farsi un regalo speciale e di partecipare alla maratona di New York, nel novembre del 2017. «Nell’estate del 2016 ho cominciato ad appassionarmi alla corsa, mi allenavo alla mattina quando non ero di turno. Dopo un po’ sono andato da un personal trainer e con lui ho iniziato un programma di allenamento mirato. Quindi ho fatto gare di paese. Ho cominciato con le 10 – 12 chilometri. Poi sono arrivate le mezze maratone, la prima delle quali è stata “la mezza del Brembo”. In quell’occasione, da atleta inesperto qual ero, sono partito sparato come un cannone e sono arrivato annaspando. Ma per fortuna ogni gara ti dà qualcosa, e impari a gestirti con il corpo e con la mente. Poi ho fatto la mezza di Verona, di 21 chilometri, e la Sarnico-Lovere, di 26 chilometri, e con queste due gare ho cominciato a entrare in ottica maratona. Sono passato poi ai lunghi da 30 e da 35 chilometri, perché in allenamento non arrivi mai a farne 42, che quindi ho corso per la prima volta a New York. I preparatori dicono che se fai i 35, poi i 42 arrivano, e infatti è stato così. Quanto corri c’è tanto allenamento, ma c’è anche tanta testa, perché la corsa è anche una sfida con te stesso. Dicono che fare la maratona sia come vivere un’altra vita. Quella di New York è stata anche l’occasione per ritornare in quella fantastica città con i bambini, a distanza di dieci anni dalla prima volta in cui io e Viviana ci eravamo stati da fidanzati. La gara è cominciata alle 5.30 del mattino e la cosa più dura è stata l’atte sa, perché si parte a onde e io, che non avevo mai fatto maratone, sono partito tra gli ultimi. Dal punto di vista psicologico è bello perché superi tanta gente, e questo ti incentiva, ma il fatto di aspettare tre ore prima di partire è snervante. Ho avuto una crisi intorno al trentesimo chilometro, ma quello è notoriamente un muro da abbattere per arrivare a percorrere tutti i 42 chilometri e 195 metri».

«In quel momento ho capito che avevo fame – prosegue -, stavo avendo un calo di zuccheri, e nel Bronx mi hanno dato banane, marmellate e, mentre camminavo, ho mangiato e bevuto, e quando sono stato meglio sono ripartito. Infatti in mio miglior chilometro l’ho fatto al 37esimo. Poi, quando arrivi a Central Park, ormai le gambe vanno da sole ed è come entrare in un’arena. C’è una grande festa, campanellini che suonano, tutti che ti chiamano per nome, perché è scritto sulla maglia. Ti incitano e ti supportano come se ti conoscessero. E poi all’arrivo, nel momento più bello, c’erano i miei bimbi e mia moglie che mi attendevano. Il mio tempo e stato di 4 ore e 24 minuti, che è diventato un tatuaggio insieme alla data del 5 novembre. In questo periodo di grandi cambiamenti purtroppo ho smesso di correre, e per un po’ credo proprio che le uniche corse che farò saranno quelle a l l’interno del mio locale. Ma si sa, la vita è fatta di cambiamenti. Con emozione e con nostalgia io e mio fratello abbiamo preso strade diverse. Auguro a lui, e anche a me stesso, che questa nuova corsa ci porti tante soddisfazioni».

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