Bertacchi, che voleva l’Atalanta
e sogna la Champions in Oceania

«E quella dell’Atalanta e di Doni, quella ve la racconto?». Non tutte le storie sono uguali. Quella di Giorgio Bertacchi, 26 anni, sembra un’antologia di Peter Cameron, con personaggi che partono e vanno in giro per il mondo, fanno esperienze di vita, hanno avventure incredibili. Nato a Bergamo e cresciuto a due passi dallo stadio, non si è accontentato di venire su dietro casa.

L’ultima tappa di questo viaggio straordinario che è la vita Giorgio lo sta vivendo alle Vanuatu, un arcipelago di isole dell’Oceano pacifico meridionale. Come? Giocando a calcio. «Il loro approccio non è come il nostro. Il pallone è un divertimento. Cercando sempre di rispettare le regole come i professionisti, ma con più serenità e calma. C’è gente che vive ancora nelle capanne, nella giungla, hanno i capi-villaggio, c’è un mercato ortofrutticolo che raggiungono dalla giungla, e poi c’è gente coi soldi che si costruisce le case. Io e i miei compagni abbiamo vissuto in hotel per alcuni mesi, stavamo lì, andavamo ad allenarci, la mattina andavamo in palestra, e dopo il mister ci portava a vedere i posti e le spiagge con la macchina della società. È bellissimo».

Non è vero che tutti i sogni sono uguali. Anche se quello di Giorgio ovviamente si chiama Champions League, come da noi. Solo che la stanno giocando in Australia tra le squadre del Pacifico. Chi la vince vola a giocarsi il mondiale per club, e domenica l’Amicale Fc, la squadra di Bertacchi, affronta l’Auckland. «Se vinciamo noi andiamo diretti in semifinale. Ho fatto gol nell’ultima partita, su punizione. Ho il numero 21 come Pirlo e Cigarini, perché sono i miei idoli e perché gioco in quel ruolo lì. Sogno di vincere la Champions. Per tutta la gente delle Vanuatu. Da poco sono stati travolti da un ciclone che ha demolito le case. So che ci guardano, fanno il tifo per noi. A me, poi, può cambiare tutto, la carriera, chissà».

 

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Facciamo un passo indietro. Come ci è finito all’altro capo del mondo?

«È un po’ più lunga di così. Bisogna andare indietro qualche anno. Giocavo in Serie D, a Seriate, era il 2013, e avevo sentito da un amico bresciano di un ragazzo, tale Marcello, che era andato via, non mi ricordo dove. Allora chiedo i contatti. Mi dice che secondo lui vado bene per l’Australia, perché c’è un calcio fisico ma la tecnica è tutta da migliorare. Volevo andare a Brisbane, ma poi è successo un casino».

Quale?

«Ci vado. Ma il tizio che mi aveva promesso il provino non si presenta. Così ho passato quindici giorni da solo in un ostello. Avevo 22 anni, non è stato bellissimo. Fortuna che avevo un altro contatto, quello di Vince Colagiuri…».

E che è successo?

«Niente. Gli spiego la situazione e mi dice che una squadra di Serie B australiana, il Sydney Olympic, mi vuole subito, così, senza nemmeno il provino. Io dico ok. Volo in sede. Ho firmato due ore prima che chiudesse il mercato, mi è andata bene».

Che esperienza è stata?

«Fantastica. Società bella, stadio importante, tutto meraviglioso. Il proprietario è un greco e molti giocatori pure. Siamo usciti ai play-off, ma anche se li vinci non vai su. Funziona come l’Nba».

Come si vive il calcio in Australia?

«Un festa. La domenica, per esempio, si comincia alle 10 di mattina e si va avanti così fino a sera. Giocano le squadre di bambini contro lo stesso avversario che affrontano i grandi. Come se a Zingonia ci fosse un Atalanta-Brescia di tutte le età, per dire. E si fanno grigliate, picnic. L’idea di calcio che tutti sognano, ecco: lì c’è».

A proposito di Atalanta, tifoso?

«Molto di più. Ci sono cresciuto. In Primavera giocavo con Bonaventura, Zaza e Gabbiadini. Avevo un treno, ma non è andata come previsto. Ho fatto il settore giovanile dell’Atalanta undici anni. Una storia lunga, la racconto?».

Certo, ci dica.

«È una storia assurda. Da piccolo giocavo al Lazzaretto, solo lì, mai per una squadra o un oratorio. Un pomeriggio leggo che ci sono provini al campo Utili e dico a papà che voglio andare. C’erano trecento ragazzi, all’ultima partita mi buttano dentro in campo come esterno alto e faccio tre gol. La sera chiamano prima il Brescia e poi l’Atalanta, ma papà non era in casa e mia madre rispose che non eravamo interessati alla cosa…».

E perché?

«La cosa sembrava finita lì. E invece. Un giorno mio padre va al lavoro (lui fa l’ortopedico) e uno dell’Atalanta gli dice che da questo provino era saltato fuori un ragazzino che si chiamava come me. Insomma, mia madre gli aveva nascosto tutto perché voleva facessi sci».

Come sci?

«Eh. I primi due anni facevo allenamenti di calcio in settimana, il sabato la partita e poi si andava a fare la domenica la gara di sci. Due anni, una fatica, poi ho scelto il calcio».

Torniamo all’Australia…

«Ah sì. Ho vissuto per tre mesi prima in un ostello, poi mi sono trasferito da un amico, Massimo Colombo, che viveva lì da 8 anni. Mi ha ospitato a casa sua con un altro ragazzo, un irlandese. Un appartamento in spiaggia, ci svegliavamo alle 6, colazione, una corsetta o mezzora di surf. Poi andavo all’allenamento, oppure a un corso di inglese o a girare la città. Una favola. Sono affascinato da quella parte del mondo. Lo stile di vita è diverso. Non è come da noi che si vive di obblighi, lì ci si gode la vita, gli uffici aprono alle 9 chiudono alle 5, la gente sta fuori, si incontra e parla, al tramonto in spiaggia ci sono i ragazzi, le famiglie, è una vita completamente differente. Mi rispecchia. Non sono un fancazzista, non è quella l’idea. Il mio amico, per esempio, lavora in una banca molto grossa, ma i ritmi sono differenti».

Quindi lei non è calcio dipendente?

«Ma sì. Mi alzavo alle 3 di notte per vedere l’Atalanta in televisione. L’altra sera ero in piedi per l’Europa League, e faccio lo stesso se c’è la Champions. Sono malato di calcio. È solo diverso l’approccio alla vita, viaggiare mi ha aperto la mente».

Ci spieghi meglio.

«I sogni sono cambiati. Quando maturi ti rendi conto che cambiano. È giusto sperare, ma capisci anche che li devi rivoluzionare. Il mio sogno era vestire la maglia dell’Atalanta. Non avevo mai giocato per nessun altro club, io volevo fare la storia, mi sarebbe piaciuto vestire solo quella maglia. Nessuno ci è ancora riuscito, credo. Quello era il mio unico vero sogno, i colori nerazzurri di casa, mio fratello tifoso, gli amici che tifano l’Atalanta. Magari se vinco questa Champions avrò un’occasione, chi lo sa».

Ma perché non è arrivato in A?

«Ho avuto un po’ di problemi. La squadra non aveva fatto benissimo, fuori al Viareggio. Poi è stato male il presidente dell’Atalanta. Non è andata. Ho fatto un anno al Pergo in C2, con Sannino, e abbiamo vinto il campionato. Poi tre anni bellissimi a Seriate in D. Della B australiana ho già detto. Dovevo andare a giocare nella squadra di Del Piero, ma non c’era più posto per gli extracomunitari, e pazienza. Il calcio mi sta dando comunque tantissimo. Conosco gente, vedo posti nuovi, tante cose»

Diceva del viaggio. Dove le piacerebbe andare?

«Ho avuto quell’esperienza in Australia. Poi ne ho avuta un’altra in Spagna, in un club di C, ma non è andata bene. Stavo a Jumilla, a 80 chilometri da Alicante, una città sperduta, piccola. Un’esperienza fantastica. Ho conosciuto ragazzi di tutto il mondo, avevo compagni venezuelani, argentini. Ci sono stati problemi coi tesseramenti. Ma cerco sempre di prendere il positivo dalle cose. In America ho una specie di nonna acquisita. Sta in California, mio padre ha studiato lì. Mi piacerebbe avere un’esperienza in Thailandia, o da quelle parti».

I suoi genitori saranno preoccupati…

«All’inizio spaventati. Papà è venuto qui a trovarmi, è a Auckland. L’altro giorno siamo usciti e mi ha detto: “Quando torni la finisci questa benedetta università?”. Sono iscritto a economia e commercio estero. Mia mamma era preoccupata più per le cose da mamma. Le dieci ore di fuso, se ti succede qualcosa sei da solo, lontano, cose così. Ero partito allo sbaraglio. Con due valigie. Un bagaglio a mano con dentro dieci paia di scarpe, parastinchi, maglie termiche per allenarmi. Un valigia solo dedicata al calcio, l’altra coi vestiti».

 

 

 

Allora vede che è fissato con il calcio. Chi sono i suoi idoli?

«Quello che mi ha fatto sognare da ragazzino è Cristiano Doni. Ho ancora la camera piena di foto sue autografate. La storia di Doni la volete sentire?».

Ok, ci dica.

«All’epoca non ci allenavamo a Zingonia. Un giorno esco da scuola e passa a prendermi mio papà che mi porta a pranzo a Colognola. Ero in quarta elementare. A ristorante c’era Doni che mi aspettava, avrò avuto 9 anni. Mio padre aveva staccato le foto dal muro per fargliele autografare. È stato incredibile».

Poi ci ha giocato insieme, no?

«Chiamavano i ragazzi degli Allievi, ma passavo più tempo a guardare lui che a giocare. Portavo i capelli lunghissimi come lui, la fascetta, imitavo persino il modo di correre, avevo le sue scarpe. Quando stavo in Primavera ci uscivo insieme, da lì è nato un rapporto. L’ho sentito per il suo compleanno».

Il calcio è bello dappertutto e in tutte le categorie?

«Se sei un appassionato è la stessa cosa. È logico, in Italia c’è qualcosa che non hai da altre parti. Però giochiamo in strutture con spogliatoi belli, siamo in diretta su Fox. Adesso non vengono in molti allo stadio perché c’è il rugby, ma dipende».

L’Italia le manca?

«Gli amici, i nonni e l’Atalanta che non posso andare a vedere allo stadio».

Il cibo?

«Ci si adatta. Eviti la pasta, la polenta e il coniglio di nonna non li trovi. Mangi riso, tanto pesce, pollo. Però è sempre un aspetto secondario per me».

Allora la cultura?

«L’Italia è sempre il posto più bello del mondo. Ma se l’Australia sfrutta le spiagge e le città coi grattacieli e noi non sappiamo farlo con Firenze, Verona o Venezia, beh, qualcosa non va, no? Qui sembra quasi un paese finto, è tutto perfetto. A Sydney andavo a fare la spesa e c’erano solo le casse automatiche, nessun controllo, giusto le telecamere. Prova da noi. Tenevo le chiavi di casa sotto lo zerbino. Lo Stato si fa rispettare, è questa la differenza».

Ci ha convinto. Ci ospita per la finale?

«Dobbiamo battere Auckland, è la più forte. Se vinci quella vuol dire che hai possibilità. E poi magari vai a giocare il mondiale per club, poi lì non si sa mai».

Perché c’è sempre un’altra storia da raccontare.

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