Claudio Biava, l’attore di Dalmine
che ha recitato con i più grandi

Circa settanta anni fa, due genitori dalminesi avevano scelto con una certa sicurezza quale sarebbe stata la futura professione del figlioletto adolescente: metalmeccanico. Perché metalmeccanici, nella famiglia Biava, lo erano un po’ tutti. Tuttavia, la natura di quel ragazzo, Alessandro, classe 1932, si discostava parecchio dai programmi stabiliti: «Fin dalle scuole medie, mi ero sempre sentito un saltimbanco, il Pulcinella della situazione. Mi piaceva ricreare situazioni brillanti, scenette che ogni volta facevano divertire tutti, sia i miei compagni che gli insegnanti, anche se mi comportavano quasi sempre espulsioni o sospensioni. Così, quando mio padre mi iscrisse all’Esperia, non ero convinto. In mente avevo altre aspirazioni, ma non avevo il coraggio di esprimerle».

Sandro Biava (in arte Claudio) parla con le mani in grembo, si racconta con un timbro fermo e rotondo, ripercorrendo con una voce spogliata da ogni inflessione dialettale le tappe che, quasi per caso, hanno trapiantato quel “pulcinella” dalminese su un teatro cinematografico di spessore internazionale. «Durante la scuola, con l’aiuto del mio amico Gianfranco Baraldi, mi misi ad aggiustare biciclette, e a scrivere novelle per il Grand Hotel. Lo facevamo per racimolare un po’ di soldi, che poi mi servivano per andare di nascosto a Torino, l’unico luogo dove potessi confrontarmi con un ambiente teatrale. Allora a Bergamo non c’era ancora nulla di simile, e nemmeno a Milano. Così, raccontavo ai miei genitori che rimanevo a studiare da Baraldi per la notte, mentre la mia destinazione era Torino». È infatti lì che Alessandro inizia a misurarsi con quella sua inclinazione innata verso il teatro e viene spronato a continuare.

 

 

Le strade imboccate per tenere il passo di quella sua scalpitante vocazione interiore, però, saranno tutt’altro che artistiche. «Insieme a quella mia passione, arrivò il tempo della leva militare, e io iniziai a sviluppare un interesse per la carriera da pilota. Completai i moduli di richiesta per essere mandato a Napoli, ma mi dissero che avrei dovuto attendere almeno 2 anni, perché tutti i posti erano occupati e che se avessi voluto, avrei potuto accettare un posto nei paracadutisti. Firmai il foglio per partire, e mia madre pianse di disperazione per un’intera settimana». Alessandro vestirà i panni di paracadutista militare per circa 3 anni e mezzo, e nel ’54, proprio quando sta per congedarsi dall’incarico, la strada del ritorno gli viene sbarrata dall’arrivo di una troupe da Roma, guidata dal regista abruzzese Duilio Coletti. «Erano alla ricerca di un paracadutista che girasse il film Divisione Folgore, e venni selezionato». Così, il giovanissimo dalminese cuce quei primi intrecci che lo porteranno sempre più vicino al futuro che aveva imparato a desiderare in silenzio; compie dei lanci, talvolta dolorosi, in veste di Terence Hill che, ricorda Biava, «era la mascotte della troupe»; conosce poi Fausto Tozzi, Marco Guglielmi e Dado Trionfo, direttore di produzione nonché impresario teatrale.

«La faccenda del film Divisione Folgore mi fu utile anche perché mi aiutò a trovare il coraggio di spiegare ai miei genitori quello che volevo fare veramente. Prima non ero mai stato in grado di dirglielo. Ricordo che loro rimasero lì, senza dirmi nulla, ma si vedeva che non erano troppo convinti della mia scelta. Fu mio padre a rompere il silenzio assoluto, dicendomi soltanto: “Fai quello che vuoi, al patto che tu mantenga sempre i principi e i valori che ti abbiamo trasmesso noi”. Io, in realtà, non sapevo ancora quali sarebbero stati i valori e i principi che avrei incontrato nell’ambiente in cui stavo per andare».

 

 

Alessandro parte per Roma, si butta a capofitto in un’atmosfera professionale densa di incertezza e di imprevisti che stravolgono i suoi piani; completamente solo, si ritrova a portare sulle spalle l’ingente peso delle sue speranze. «Ero privo di contatti. Dado Trionfo, su cui avevo fatto affidamento, aveva perso il padre da poco, e dovette andarsene per occuparsi di alcuni affari di famiglia. Quindi decisi di iscrivermi al centro sperimentale di Roma, che mi consentiva di guadagnare quei pochi soldi utili ad andare avanti. Finché una domenica mattina non ho ricevuto una chiamata dal mio agente, mi disse che c’era in studio un regista, tale Renato Polselli, pronto a farmi fare un provino per il suo nuovo film Solo Dio mi fermerà. Firmai il contratto quella stessa mattina per il ruolo di giovane protagonista: 89mila lire ». Il viaggio a Maddaloni (cornice del film) sarà a sue spese, verrà messo a dormire in una stalla, in compagnia di due mucche, ma recitare a stretto contatto con artisti del calibro di Lea Padovani e di Gérard Landry dà ad Alessandro il vigore per superare le ostilità e i disagi dati dall’inesperienza. «Io ero contento di fare il film, ero il protagonista giovane. Ma alcuni contrasti per via della trama crearono le condizioni affinché il Vaticano, che era il produttore, abbandonasse il progetto. Così il film lo comprò Gérard Lanry, lo portò a Parigi e vinse il festival di Vichy».

Biava comincia a collezionare diversi film, a cui lega per sempre il suo volto caratteristico: il ’58 sarà l’anno di Apocalisse sul fiume giallo, ambientato in Cina, dove recita con una splendida Anita Ekberg, star indiscussa de La dolce vita. «Il film con la Ekberg avrebbe dovuto avere la prima a Dalmine: all’epoca le pellicole venivano fatte girare prima in provincia, per testare il pubblico, e fui io a proporre il mio Comune. Ma il prete, don Sandro Bolis, si oppose un po’. Si concluse invece l’accordo con l’Astra di Bergamo: i miei andarono a vederlo lì. Da quel momento mio padre divenne il mio più grande tifoso. Quando era libero, veniva a Roma; ma non stava in città attendendo che io finissi di lavorare, no. Mi raggiungeva sul set, occupava la mia sedia, e si metteva in ascolto di tutto ciò che veniva detto dietro la macchina da presa, i pro e i contro che mi venivano rivolti dai macchinisti, dal personale di regia».

 

 

Dopo Apocalisse sul fiume Giallo, sarà il momento di Occhi del ragno, e poi ancora di Metello, de Il prato Macchiato di rosso, di Maigret a Pigalle. Mentre Biava rievoca le sue esperienze dietro la cinepresa, la luce viva che gli attraversa lo sguardo rende estremamente presenti gli anni di cui discorre, quegli anni in cui, come lui stesso precisa «accaddero le cose peggiori e migliori della mia vita». A partire ’59 fino al ’70, Alessandro si trova impegnato in una quindicina di pellicole, si sente travolto dalla sensazione di essere pieno di fortuna, ma «non potei godermelo appieno. Quello fu lo stesso periodo in cui persi la mia prima moglie. Subito dopo se ne andò anche mio padre». Completa la serie di avversità un incidente stradale, in pieno centro capitolino: «Fu una cretinata, ma bastò a mettere fine a quel momento ricco per la mia carriera: mi trovavo sul lungo Tevere, sulla strada davanti al ministero della Marina, all’epoca era ancora a due sensi. Tornavo da un carosello, avevo appena fatto scendere dalla mia Triumph l’attrice che aveva girato con me e suo figlio; una Seicento fece inversione, mi prese la borchia del fanale e il parabrezza mi esplose in faccia, distruggendomela. Mi soccorsero che avevo ancora in mano il mio naso, avevo avuto la prontezza di afferrarlo quando me lo ero trovato davanti agli occhi. Mi portarono al Santo Spirito, dove mi hanno cucito col filo dei calzolai, mi hanno fasciato mentre avevo ancora vetro infilato dappertutto. Chiamai un medico che rifacesse il lavoro e che mi estraesse le schegge. Fu un macello, mi ci vollero due anni e mezzo per riprendermi».

Da quel giorno, il 4 aprile del 1968, Alessandro sceglie di liberarsi degli specchi; eviterà con grande attenzione di inciampare nella sua stessa immagine e anche se l’entusiasmo professionale andrà affievolendosi, sarà proprio il lavoro a riscattarlo dal periodo in discesa: «Un giorno mi chiamò Giuliano Montaldo. Gli dissi che avevo avuto un incidente, che mi dispiaceva ma che non avrei potuto aiutarlo. Lui mi chiese se avevo ancora le cicatrici. “Sono pieno”, risposi io. Il giorno dopo si presentò a casa, mi guardò e mi disse che il giorno seguente avrei dovuto firmare il contratto per il film Gli Intoccabili con Peter Falk e John Cassavetes. Un viso segnato era proprio quello che cercava».

 

 

Nel ’75, Biava sente il bisogno di volgere lo sguardo a una professione parallela. Così si mette in società con un impresario di antiquariato, con cui collaborerà per 20 anni. Un lasso di tempo in cui resta nel mondo del cinema, anche grazie anche a una nuova prospettiva: «Un mio amico, Enzo Tarascio, aveva fondato una cooperativa di doppiaggio, dove ero incaricato di formare gli anelli dei dialoghi o di fare il doppiaggio stesso». Poi, nel ’99, con il ricordo di una quarantina di film in valigia, il ritorno a Dalmine: «Sono tornato per via di mio nipote, e anche per il fatto che mio figlio cominciò a soffrire di linfatismo. I dottori ci dissero che gli avrebbe fatto bene respirare l’aria del posto in cui era nato, che era Bergamo, dove mia moglie Anna aveva voluto partorire. E così, ora salto dal giardinaggio, alla meccanica, lavoro il legno. La notte mi capita di svegliarmi, e di mettermi a scrivere tutte le cretinate che mi vengono in mente, non riesco a stare fermo».

Arrivato a 85 anni, Alessandro sembra custodire dentro l’intensità di altre cento vite, almeno quanti sono stati i personaggi a cui, tra cinema e doppiaggio, ha dato un corpo e una voce; un caos interiore che ha saputo domare e attraversare, senza mai perdere di vista lo spirito genuino di quel Pulcinella ribelle: «I miei errori? Sono stati tanti, lo ammetto. Ma nel cuore posso dire di avere una piccola soddisfazione: non sono riuscito a cambiare il mondo del cinema, ma quel mondo non è riuscito a cambiare me. Sono tornato mantenendo la promessa che avevo fatto a mio padre quando andai via, quella che sarei rimasto fedele ai miei principi. E questo è stato il punto più alto che ho raggiunto».

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