In bici da Londra a Hong Kong
La bella impresa di due fidanzati

Per la rassegna Il Grande Sentiero, giovedì 12 novembre interverranno Giulia Saccogna e Damian Hicks, che nel 2014 hanno viaggiato in bicicletta da Londra a Hong Kong. L’appuntamento è alle 21.15 all’Auditorium di Piazza Libertà.

Giulia è nata e cresciuta a Bergamo. Compiuti i 25 anni, si è trasferita in Australia e successivamente a Londra, dove attualmente vive col fidanzato Damian. Ama da sempre la bicicletta, con la quale percorreva in lungo e in largo i colli di Bergamo, mentre Damian ha una spiccata passione per le differenti culture, anche perché le sue origini sono assai composite: è un australiano con radici danesi, irlandesi, inglesi, tedesche e in piccola parte cinesi. Damian aveva già compiuto un lungo viaggio in bicicletta, mentre Giulia era al debutto. Sta di fatto che sono partiti in direzione Oriente, nella primavera 2014; senza saperlo, avevano iniziato un viaggio lunghissimo e meraviglioso.

 

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Partire in bicicletta, senza una meta precisa. «Nell’aprile 2014, senza allenamento e con una rotta appena abbozzata, siamo partiti per la strada che conduce a Oriente. Senza intenti sportivi né competitivi, abbiamo scelto il mezzo che ci sembrava più adatto ad attraversare i luoghi con lentezza, che ci permettesse di guardare con attenzione. In otto mesi, le nostre due bici ci hanno permesso di vedere tutti quei luoghi che avremmo perso se avessimo viaggiato con mezzi di trasporto più veloci e di incontrare le persone che in quei luoghi vivono. Il nostro itinerario ogni giorno evolveva in qualcosa di diverso rispetto a quello che avevamo pianificato il giorno prima, in base a ciò che scoprivamo per strada, e ci ha portato da Londra a Hong Kong, incontrando popoli di culture diverse: dai curdi ai turkmeni, dai pamiri agli uiguri, dai tibetani agli han».

Il percorso e i costi. «Siamo partiti da Londra ad aprile 2014 e siamo arrivati a Hong Kong a dicembre 2014. Da Londra abbiamo attraversato la Manica a Calais e poi proseguito in Francia, Germania, abbiamo seguito il Danubio fino a Bulgaria, Romania, Grecia, Turchia, Georgia, Armenia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, concludendo in Cina ad Hong Kong (per un totale di 10mila chilometri in otto mesi). Abbiamo viaggiato a budget basso, dormendo quasi sempre in tenda, cucinando noi i nostri pasti (a parte quando gli abitanti locali ci invitavano a pranzo o cena, in effetti molto spesso!) e questo ci ha permesso di spendere poco e viaggiare a lungo».

 

Un intreccio di storie e culture. «La direzione intrapresa e i punti di partenza e di arrivo sono significativi. Abbiamo seguito tracciati carichi di storia, che nel passato sono stati cruciali per scambi di culture, come il corso del Danubio, la via della Seta, l’antica via cinese del tè e dei cavalli. I luoghi che ci hanno appassionato di più, anche se davvero è difficilissimo scegliere, sono quelli dove abbiamo passato più tempo. L’Iran – per il calore della gente, la diversità della loro cultura che ci ha colpito così tanto arrivando da Paesi come Turchia, Georgia e Armenia, che comunque conservano evidenti tracce della cultura europea. Il Tagikistan – per la sua bellezza stupefacente, per la sua storia di divisione post-sovietica, per il suo confine estremo e quasi proibito con l’Afghanistan. La Cina – per i suoi molteplici gruppi etnici e le estreme differenze regionali, per la sensazione di essere davvero in un mondo nuovo dove l’interazione tra le persone è diversa da come la concepiamo in Occidente, per il loro rapporto controverso e assurdo con la politica».

Incontrare tantissime persone. «Abbiamo viaggiato in direzione contraria a quella intrapresa oggi dai profughi in fuga da est verso ovest a causa degli ultimi tragici eventi. Ogni giorno registravamo un’intervista con le persone che incontravamo, ricercando il legame tra l’appartenenza ad un luogo, l’idea di migrazione e le aspettative per il futuro. I momenti migliori sono stati in assoluto gli incontri con le persone, a partire dalla prima volta che siamo stati invitati a casa di qualcuno in Francia, fino a situazioni di estrema incomunicabilità in paesi come l’Uzbeksitan, dove i bambini delle famiglie che ci ospitavano ci insegnavano parole nella loro lingua e dove abbiamo ricevuto un’ospitalità incondizionata pur essendo perfetti estranei. Poi ci vengono in mente i pastori di yak in Tagikistan, che ci hanno offerto rifugio con loro per la notte in una capanna di pochi metri quadri, abbandonata nel nulla, dove si riposavano prima di attraversare clandestinamente il confine con il Kirghizistan (dove avrebbero portato la mandria di yak per rivenderla al mercato nero). Con il pochissimo russo che abbiamo imparato per strada abbiamo passato una nottata in loro compagnia, offrendo pasta al pomodoro cucinata all’italiana sul nostro fornellino da viaggio, mentre fuori imperava una bufera di neve».

 

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Progetto per il futuro. «Stiamo lavorando a un’impresa che non riguarda un nuovo viaggio: intendiamo presentare le risposte delle interviste che abbiamo effettuato in una mostra che faccia ripercorrere allo spettatore il tragitto da noi seguito, mostrando uno spaccato delle differenti idee sulle migrazioni attuali e di come l’idea di futuro si modifichi viaggiando da Occidente a Oriente». La coppia ha tenuto anche un blog su questo splendido viaggio.

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