Tre campioni della bici estrema
(C’entrano Balto e Garcia Márquez)

Il 13 novembre alle 21 l’Auditorium di Piazza Libertà diventerà il palcoscenico di incredibili avventure ciclistiche. Dall’estremo nord alla punta più a sud del continente americano, dalle lastre di ghiaccio dell’Alaska alle alture sudamericane. Ausilia Vistarini e Sebastiano Favaro racconteranno la loro esperienza dell’Alaska in bicicletta per la Iditarod Trail Invitational e a seguire Angelo Minali parlerà della sua di esperienza in bici: stessa terra, ma qualche migliaio di chilometri più a sud, tra altipiani e tropici, attraverso paesaggi mozzafiato.

 

Ausilia Vistarini e Sebastiano Favaro, sulle orme di Balto

 

Ausilia Vistarini è una commercialista di origini lombarde trasferitasi in Veneto. È autrice del blog intitolato Biancaneve Pedala, nel 2011 è stata la prima donna italiana a raggiungere il traguardo della Iditarod e nel 2014 ha realizzato il record femminile di velocità del percorso. È arrivata fino a Nome, traguardo dell’Iditarod insieme a Sebastiano, autore del blog Biciconducimi, impiegato veneto, compagno di avventure e nella vita. Il 2014 è stato il loro quarto anno di partecipazione alla gara.

Potrebbe sembrare scontato che si giunga fino al termine di una gara ciclistica, ma la Iditarod Trail Invitational non ha nulla di scontato. La competizione si tiene ogni anno dal 1973 e si può percorrere in bici, a piedi o con gli sci, per un totale di massimo cinquanta partecipanti. Il tempo massimo per completarla è un mese, ed è divisa da un traguardo intermedio: McGrath, a 563 chilometri dalla partenza. Il percorso completo invece è lungo 1770 chilometri. Il punto di partenza è Knik Lake, nei pressi di Anchorage, e l’arrivo è Nome.

La gara prende il nome dalla Iditarod Sled Dog Race, gara di cani da slitta a sua volta nata per commemorare un evento che tutti conoscono grazie alla sua trasposizione nel cartone animato Balto. Nome, 3.500 abitanti sullo stretto di Bering, è infatti la cittadina in cui nel 1925 scoppiò un’epidemia di difterite, che rischiò di estinguere completamente gli abitanti. A salvare il destino di Nome e dei suoi abitanti, sfidando il gelo e i territori impervi del Paese, fu una spedizione di cani da slitta, che nell’ultimo e più cruciale tratto aveva alla guida Balto, un cane ritenuto inadatto a guidare una muta di suoi simili e che invece riuscì a fare giungere al traguardo gli altri cani, il conducente della slitta e il siero trasportato.

Oggi non si tratta più di salvare una cittadina nell’estremo nord degli Stati Uniti da un’epidemia, ma le condizioni della Iditarod e del territorio che questa attraversa non sono certo meno estreme. Le temperature sono sempre, e di molto, sotto lo zero, i viveri devono essere razionati con cura e si attraversano intere zone completamente isolate. Oltre all’allenamento fisico, è sicuramente la forza mentale a giocare un ruolo fondamentale per giungere al traguardo. Vistarini definisce l’Alaska «l’ultima frontiera», non come un luogo in cui ci si senta fuori dal mondo o abbandonati, ma come uno scenario naturalistico talmente intenso, che riesce a cancellare passato e futuro e a far vivere a chi lo attraversa solo il momento presente. Questa è la magia della gara della Ididtarod Trail Invitational.

 

Angelo Minali, da Cent’anni di solitudine a Cochabamba

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Senza un traguardo fisso da raggiungere in poco tempo è partito invece Angelo “Angelino” Minali, bergamasco che dal primo settembre 2013 ha preso un anno di aspettativa ed è partito alla volta del Sud America, con l’intento di percorrerlo da nord a sud (e viceversa) in bicicletta. Angelo è partito da Caracas ed è arrivato fino al confine colombiano attraversando la frontiera a Cucuta. Entrato in Colombia inizia a percorrere la Panamericana, una strada che parte dalla Prudhoe Bay in Alaska e arriva fino a Ushuaia, la città più a sud del mondo, nella Terra del Fuoco. In Colombia passa anche da Armenia, a circa 4500 metri di altezza, una zona in cui è presente una postazione statunitense per contrastare i traffici di cocaina. Da lì giunge in Ecuador, a Tulcan, dove problemi fisici dovuti all’altitudine delle Ande lo obbligano a fermarsi qualche giorno. Arriva a Quito e continua in Peru, proseguendo sulla Panamericana che costeggia l’Oceano Pacifico, attraversando anche zone deserte e ventose, che lo costringono ad appesantire non di poco il carico della sua bici con riserve di acqua per almeno tre giorni.

Giunge in Cile, dove a fine novembre ha un appuntamento a Santiago con una compagna di viaggio con cui continuerà il percorso per i successivi due mesi e mezzo. Insieme scendono ancora e imboccano la Carretera Austral per arrivare fino in Patagonia, che gireranno per un mese, accompagnati da un terzo ciclista. Iniziano poi a risalire, attraverso la Carretera Atlantica, verso l’Argentina, i compagni di viaggio si salutano e Minali continua il percorso al contrario, e sulla riva dell’altro oceano, passando anche per zone tropicali. Vede l’interno della Bolivia, Macchu Picchu in Peru e il Lago Titicaca, spunta a La Paz dalla “Carretera de la muerte” che, avvisa, nonostante il nome è veramente molto bella. Giunge infine a Cochabamba dove, dopo aver attraversato alture su cui si sveglia già la mattina con il fiatone, paesaggi quasi lunari, riserve naturali e deserti, decide di trascorrere l’ultimo mese di viaggio in relax.

L’idea del viaggio, dice Minali, è nata anche da un libro che ha letto trent’anni fa e che da allora non è più riuscito a togliersi dalla mente: Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez.