Carcano, lo scrittore che racconta
l’oscuro (ma anche l’Atalanta)

«Giornalista che si arrabatta, scrittore che ci prova, libero pensatore e discreto fancazzista»: così si descrive, sui social e dal vivo, Fabrizio Carcano. Un cicianèbia che da dieci anni ha messo radici a Bergamo. Tanto da essere diventato la penna nerazzurra de Il Giorno. Per uno strano gioco del destino, però, è proprio a Bergamo che si è scoperto scrittore. In nome del male (Mursia, pp. 362) è il suo ottavo e ultimo romanzo. Un noir, ovviamente. Perché Carcano racconta il mistero della sua Milano. Ma stavolta anche della Bergamasca.

Come sta andando il libro?
«Dopo una decina di giorni eravamo già sulle mille copie. Quindi bene».

Il suo primo libro, Gli angeli di Lucifero, è stato un successo pazzesco. Se lo aspettava?
«Per niente! Il libro uscì nel più totale disinteresse dei media. E anche mio. Ero già contento di poter mettere sulla mensola un libro scritto da me. Invece il romanzo fece sette ristampe in sei mesi, mi portò ospite in tv e sfondò le ventimila copie vendute».

Come si è scoperto scrittore?
«Per caso. Quando lavoravo a La Padania avevo come collega il padre di Elisabetta Ballarin, una delle bestie di Satana. Ho vissuto dall’interno tutta la drammatica vicenda. E molte riflessioni sul caso mi sono rimaste in testa. Alla fine, nel 2009, scrissi Gli angeli di Lucifero, che è la versione romanzata e addolcita di quella vicenda».

 

 

In quel romanzo c’erano diversi richiami all’arte, a Da Vinci…
«Sì, mi piace arricchire le trame con elementi storici, artistici o religiosi. Per questo mi hanno ribattezzato il “Dan Brown di Milano”».

E cosa c’entra il Dan Brown di Milano con Bergamo?
«La mia compagna è bergamasca e ora vivo qui. Ho scelto Bergamo, come scrivo nella dedica dell’ultimo romanzo, “per cuore e per amore”».

Ne In nome del male, si spinge oltre Milano e narra la Bergamasca, che diventa teatro di vicende legate al satanismo.
«Il satanismo difficilmente opera in città. È costretto a uscire dai confini. Questo mi ha portato a Crespi d’Adda, luogo legato anche a storie di satanismo. E poi c’è la religione: la Bergamasca è una terra molto religiosa. Questa luce bianca attira il male. Questo è uno dei motivi».

E gli altri?
«Vivendo ormai a Bergamo da dieci anni volevo iniziare a raccontarla. E poi è qui che si è svolta la tragica vicenda di Yara».

C’è anche Yara, nel romanzo?
«No, ho troppo rispetto per il dolore dei genitori per trattare direttamente quella storia. Però è chiaro che un caso di cronaca così dibattuto mi ha influenzato. Spesso si è detto che il caso di Yara potrebbe avere legami con il satanismo…».

Legami mai provati.
«Certo. Ripeto, nel romanzo non racconto la storia di Yara, semplicemente mi ha influenzato e ci sono dei passaggi che richiamano quella vicenda».

Ma quindi è un romanzo sul satanismo?
«No. Nel romanzo racconto un’indagine del commissario Ardigò ambientata a Milano. Parallelamente, si apre un’indagine che parte del cimitero di Crespi, che ho ribattezzato Perego sul Brembo, e che “indaga” un po’ altri luoghi dell’Isola come la Rotonda di San Tomè, e sale fino all’Oratorio dei Disciplini con il Trionfo della Morte a Clusone».

 

 

Il commissario Ardigò è il protagonista di quasi tutti i suoi romanzi (tranne de Il mostro di Milano, ndr). Chi è?
«Un personaggio di pura fantasia nato casualmente. Tanto che nel primo romanzo è vuoto, piatto, privo di profondità. Poi, negli anni, ho iniziato a disegnarlo. Oggi è il figlio della Milano degli Anni Duemila: solo, misantropo, scontento di sé e della propria vita e che, per certi versi, non è poi così migliore di quegli uomini a cui dà la caccia. A lui delle vittime interessa poco, quello che gli dà la forza è l’adrenalina della “caccia grossa”. È un personaggio scorretto, che va costantemente e volutamente controcorrente. È un uomo incazzato con la vita senza una vera ragione».

Sullo sfondo, c’è sempre Milano.
«È il palcoscenico perfetto per un personaggio del genere. È una città fredda e indifferente. E lo dico da milanese vero, nell’anima. Io provo, per Milano, un rapporto di amore-rancore».

Perché ha scelto il genere noir?
«Quando iniziai a collaborare con Il Giorno, da ragazzino, seguivo anche un po’ di nera. E i maestri erano giornalisti che venivano dalla “strada”. I loro racconti mi hanno influenzato e hanno, per certi versi, seminato in me quella passione che poi è esplosa molti anni dopo».

Perché ha dedicato In nome del male «a tutti i malati, a tutti coloro che combattono una malattia e a tutti i medici e gli infermieri»?
«Perché fino al 27 novembre dell’anno scorso non me ne fregava molto dei malati. Poi quel giorno mi hanno trovato un nodulo maligno e, in sei giorni, alla Gavazzeni mi hanno operato. È andato tutto bene, ma quell’esperienza mi ha segnato. E ho capito che non tutti hanno la fortuna che ho avuto io».

Nei ringraziamenti, invece, cita Roberto Calderoli.
«Sì, lo conosco da tanto, lavoro con lui sin dal 2002 ed è una persona che ci è sempre stata. Anche solo per una pacca sulla spalla».

E ringrazia pure l’Atalanta.
«Spesso si pensa che il calcio sia un mondo freddo, distaccato. Be’, non è così. Quando, dopo l’intervento, sono tornato a seguire i nerazzurri, sono stato riaccolto con grande affetto e Gasperini è venuto di persona a chiedermi come stavo. Segni di umanità che non mi aspettavo e che mi hanno fatto molto piacere».

Ardigò sta seguendo altre indagini?
«A ottobre torna già con una nuova storia. Un caso molto meno misterioso rispetto a In nome del male, con radici nei tempi del brigatismo. Un libro più corto dove c’è la Milano degli Anni Ottanta, il caso dell’omicidio dei due leoncavallini Fausto e Iaio, e poi la Milano fredda e distaccata di oggi».

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