Cavalleri, il giudice bergamasco
al match di boxe del secolo

Giudizio universale. Il suo. Mentre si consumava lo show del secolo: Floyd Mayweather Jr. che le suonava a Conor McGregor. «Prevedibile. Un uomo pugile da sempre, forse un po’ arrugginito, Floyd, contro uno che proprio pugile non è, Mc». A Las Vegas c’eravamo anche noi, cioè lui, Guido Cavalleri, bergamasco doc, «nato in Città Alta, cresciuto a Valtesse, residente in Maresana», l’arbitro internazionale chiamato per rendere l’evento un incontro sensato. Ha 65 anni, 220 incontri alle spalle (giudicati, non combattuti), l’aplomb di un gentleman consumato e il pudore di non vantarsi mai, anche se come lui nel mondo della boxe non se ne trovano più. «La boxe non è per presuntuosi, se fai lo sbruffone o l’arrogante non vai molto lontano. Mayweather è conosciuto nel mondo come un presuntuoso. Lui invece ha solo capito il suo personaggio, si muove in un certo modo, e fa business. Io l’ho visto dal vivo quattro volte, due l’ho giudicato. Quando scavalca le corde del ring diventa un grande atleta».

 

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Alla fine che match è stato: farsa del secolo o match vero?
«Mayewher ha applicato una tattica studiata, Mc lo ha lasciato scaricare un po’. La differenza è stata evidente. Uno spettacolo decente. Qualcuno si aspettava non durasse molto, ma McGregor è un guerriero».

Bene per chi ha incassato quattrini…
«È stato pubblicizzato molto bene. Sul palcoscenico c’erano due personaggi. Sulle tv locali passavo continuamente questo doc su McGregor».

E il suo match personale come è stato?
«Io sono molto freddo. Gestisco l’emotività. Riesco a creare uno stress tonico, un’energia che mi porta lucidità. Anzi, riesco a trasformare lo stress tossico in tonico».

Di pugili su di giri prima di un incontro quanti ne ha visti?
«Dipende. Stefano Zoff era un pugile che si agitava molto, ma poi riusciva a trasferire l’agitazione nel match. David Haye, invece, si fa addirittura i bendaggi da solo».

Chi è il più grande che ha visto?
«Vitalij Klyko, perché è alto due metri e dieci. Mayweather Jr perché ha combattuto cinquanta match da professionista ed è imbattuto. Il più spettacolare, invece, Óscar de la Hoya. Concedeva lo spettacolo, pure se c’era da andare a terra».

 

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Lei come ha iniziato?
«Ho avuto la fortuna di conoscere Egidio Bugada, che per Bergamo è la boxe in persona. È lui che mi ha avviato alla conoscenza del pugilato e all’attività fisica».

Come l’ha conosciuto?
«La mia gioventù l’ho trascorsa a Valtesse e nel quartiere della zona il grande sportivo era Egidio. A 27 anni mi dice: “Guido, c’è un corso per arbitri”. Vado a Milano, un anno. Supero il corso. Il docente era Piero Brambilla, grande arbitro. Aveva diretto Mazzinghi-Beneventi e Monzon-Griffith».

Prima volta all’estero?
«Venticinque anni anni fa, campionato d’Europa dei pesi gallo a Londra. Alla Albert Hall. Bellissimo».

Il giorno che è diventato internazionale se lo ricorda?
«Campionato del mondo dei Supermedi. Parken di Copenaghen. C’erano 30mila persone. Lo sfidante del campione del mondo, il tedesco Beyer, era un giovane danese, Mikkel Kessler. Bel battesimo».

 

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Riesce a gustarsi i viaggi che fa?
«Da quando la mia attività pugilistica è a tempo pieno, io e mia moglie Maria ci siamo presi un motorhome. La prendo tranquilla, un giorno prima. Poi vado in albergo, faccio quello che devo fare. E poi giriamo».

A Maria piace la boxe?
«Sono sposato da quarantadue anni, la conosco dal ’69. Lei è patita di yoga e mi ha aiutato a raggiungere la concentrazione. Ne capisce. Prima mi seguiva, ma guarda dall’altra parte».

Cosa ci vuole per essere un buon arbitro?
«La passione. Grande umiltà, bisogna voler imparare da tutti. Ci vuole l’autorevolezza, non autorità».

Ci parla della boxe a Bergamo?
«È stata un’isola felice quando abbiamo avuto Angelo Rottoli, Stefano Cassi, Paziente Adobati. Trenta, trentacinque anni. Oggi ci sono tantissimi amatori, tutte le palestre sono piene di ragazzi che vengono attratti dal mito del pugilato. Qualcuno sale sul ring, ma bisogna avere anche il talento».

E del campione Luca Messi?
«Bravo ragazzo. Pugile con tenacia e volontà. Sommare le caratteristiche per diventare un campione è rarissimo. Me l’ha detto Bugada: “Ol campiù al gà tot”. Il campione ha tutto. Intelligenza, potenza, forza d’animo e resistenza. Luca è stato tutto questo. Con in più una grande capacità di relazione. È stato stato lui a rilanciare l’immagine del pugilato».

 

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Che sport è la boxe?
«Tutti i ragazzi, oggi più di ieri, dovrebbero frequentare una palestra di pugilato. Insegna il rispetto per il prossimo. La preparazione fisica è eccezionale. È formativo, ti aiuta a superare le paure, le insicurezze. Anche io ho scavalcato le corde di un ring e mi ricordo le sensazioni grandiose provate, molte di più e più importanti di quando paravo un rigore da portiere da ragazzino».

Ha fatto il portiere?
«Allievi. Campione regionale con la Mt. Una delle prime squadre con lo sponsor: Lameria Praderio in via XX Settembre. Il figlio del titolare era appassionato, diventò il presidente. Ma il calcio non era la mia strada».

E qual è stata la sua strada?
«Ho studiato e lavorato. Ho frequentato l’Esperia. Famiglia di elettrotecnici, ma ero portato per altro. Sono diventato consulente finanziato iscritto all’albo».

Bergamo com’era qualche anno fa?
«C’erano tre sport: il calcio, il ciclismo e il pugilato. La palestra della Bergamo Boxe stava sot to la tribuna coperta dell’Atalanta. Adesso c’è la sala vip».

Ci va allo stadio?
«Andavo. Adesso c’è troppa tensione. Si è perso il piacere di sedersi. In questi trentacinque anni di pugilato ho frequentato tantissime arene, dalla Thailandia al Messico. Mai visto un guaio».

Ha avuto dei miti?
«Uno: Pierluigi Pizzaballa, grande portiere. All’epoca l’Atalanta si allenava allo stadio, andavo i pomeriggi, dopo la scuola, e c’era Ceresoli che allenava, mitico. Osservavo questo ragazzo, questo atleta, un gatto».

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