Claudio Locatelli, il bergamasco
che ha liberato Raqqa dall’Isis

Claudio Locatelli, originario di Curno ed ex studente del Natta, vive a Padova dai tempi dell’università, dove ha frequentato il corso di neuroscienze, alla facoltà di psicologia. Visita zone di conflitto da ormai dieci anni in qualità di giornalista free lance e manager per lo sviluppo di progetti nella sfera del sociale. L’esperienza maturata gli è valsa il riconoscimento da parte del Parlamento Europeo, che ha premiato i suoi lavori in quanto realizzati nell’ambito del giornalismo in situazioni di difficoltà. Alla base del suo attivismo si trovano una grande capacità di adattamento e una naturale vocazione per un giornalismo sul campo. Ora che è rientrato, ha in progetto conferenze in diversi Paesi del mondo, dove vuole raccontare la sua esperienza e condividere i suoi ricordi. È infatti convinto che l’Isis si combatta anche comunicando e spiegando.

 

Da combattente il tuo nome era Ulisse Zerdest. Cioè?
«Ulisse lo hanno scelto i miei amici, perché in situazioni difficili me la cavo trovando soluzioni che sembrano impossibili. Zerdest me lo hanno dato sulle montagne, in Siria. Mi hanno chiamato Zerdest, Zarathustra, perché nella mitologia è colui che porta il fuoco, colui che è attivo, che è disponibile».

 

COMBATTERE per AMORE, perché di questo si tratta!
OGGI COMPIO 30 ANNI e lo faccio qui in Siria.

Si sceglie di…

Pubblicato da Claudio Locatelli – Il giornalista combattente su Martedì 19 settembre 2017

 

Come mai a un certo punto hai scelto di aiutare i combattenti dello Ypg, le unità di protezione popolare contro l’Isis?
«Per me non è stato solo un discorso di solidarietà. L’ho fatto perché questa guerra non è lontana da noi, come spesso si vuol far credere, purtroppo. Gli attentatori che hanno colpito l’Europa erano persone nate e cresciute qui. Non è la battaglia di qualcun altro, è la nostra. È con questo spirito che io e gli altri siamo scesi in Siria».

Gli altri chi?
«Io e quelli che come me hanno scelto di combattere per la giusta causa».

Tra questi, quanti italiani?
«Tredici. Mentre gli italiani scesi per unirsi a Daesh, cioè all’Isis, sono circa un centinaio. Dovrebbe far riflettere».

Qual è stato il giorno in cui ti sei detto: “Adesso parto”?
«Nel novembre del 2014, ero nei campi profughi di Suruç, dove curavo come manager un progetto logistico. Mi resi conto che l’esercito turco aveva appena invaso la Siria, i soldati avevano fatto sgomberare venti persone da alcune abitazioni curde. Lì ho capito per la prima volta che non sarebbe più bastato aiutare come avevo fatto in Abruzzo, ad Amatrice».

Ma avevi già esperienza nel campo delle armi?
«Non avevo nessuna preparazione militare, zero. Sono sempre stato uno sportivo, ma non sono mai stato attratto dalle armi, come non lo sono ora».

E tua madre come l’ha presa?
« Be’, era preoccupata».

Che mestiere fanno i tuoi?
«Mio padre è un parquettista in pensione, mia madre ha un’edicola a Gorle».

Ma è così facile mollare tutto e andare in Siria da un giorno all’altro, a livello pratico?
«Se si hanno i contatti giusti e…».

 

Per l’articolo completo, rimandiamo alle pagine 12 e 13 di Bergamopost cartaceo, in edicola da venerdì 27 ottobre e fino a giovedì 2 novembre.

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