La Colonna, il simbolo della città

Colonna del Crotacio. Così, nei primi secoli dell’era cristiana, era chiamata la colonna che oggi si trova davanti alla chiesa di Sant’Alessandro, in Bergamo bassa.

Crotacio fu, probabilmente, un personaggio cresciuto nella stima dei cittadini per essersi distinto in gloriose azioni d’armi tra il II e il III secolo. Si racconta che ospitò Alessandro, anch’egli un militare, durante la sua fuga. La tradizione lo vuole nonno di santa Grata, ossia di colei che raccolse il capo mozzato del martire che sarebbe divenuto patrono della nostra città.

La personalità di Crotacio fu tale che, al momento della morte, il figlio Lupo volle erigergli un monumento che sfidasse i secoli: non una, ma due colonne marmoree impilate l’una sull’altra, entrambe in stile corinzio – ovvero scanalate verticalmente e con capitello a foglie d’acanto. Sulla sommità fu posta la statua di un idolo pagano che rimase intatta almeno fino all’undicesimo secolo. Il luogo della sua collocazione – oggi un punto preciso di via Sant’Alessandro – era destinato a diventare il cuore della città.

È invece difficile stabilire che cosa ne fu della colonna negli anni successivi all’Anno Mille.

Il primo documento che la nomina, seppur indirettamente, è del 1133. In esso la chiesa di Sant’Alessandro è detta «in columna», ossia «vicino alla colonna», a conferma del fatto che essa costituisse un riferimento topografico certo. Da quel momento fino al 1618, data certa e documentata del restauro che conferì alla colonna l’aspetto attuale, i marmi sembrano aver subito traversie difficilmente ricostruibili.

Nel 1575 il Cardinale di Milano Carlo Borromeo venne in visita a Bergamo. Nella relazione di quel viaggio si legge che, «come si crede con assoluta certezza», sulla colonna del Crotacio fu mozzato il capo a Sant’Alessandro. Se ne dedurrebbe che a quel tempo la colonna del patrizio romano fosse  ancora lì, a significare la memoria del martirio del Santo Patrono. Borromeo chiedeva ai bergamaschi di recintare e proteggere il luogo con un’inferriata, a validarne la sacralità. La raccomandazione restò lettera morta e alcuni anni dopo la colonna fu smembrata. Alcuni segmenti rimasero abbandonati nel prato, uno fu utilizzato come peso per un torchio  in Borgo San Lazzaro.

Passato in un primo tempo quasi inosservato, un oltraggio di questa portata alla memoria del Patrono esigeva comunque una riparazione: i pezzi dispersi furono recuperati, riassemblati, integrati nei volumi mancanti, e nel 1618 la colonna – con le sue cicatrici – riprese l’aspetto antico.

La tesi secondo cui l’attuale colonna sarebbe ancora quella voluta da Lupo in onore del padre urta contro uno scritto parrocchiale dei primi del Settecento che dà per certo che l’originale si trovasse invece a diversi metri di distanza. La colonna dedicata al santo sarebbe quindi un’opera nuova? I più propendono per una soluzione intermedia, tanto più che oggi la sua storia millenaria può essere facilmente letta scorrendone con gli occhi la superficie.

 

Colonna-Sant'Alessandro -Photo-Devid-Rotasperti (1)

 

I tre blocchi superiori sono ancora quelli del Crotacio, i due inferiori sono rocchi scolpiti da ignoti “picapietra” (scalpellini) del Seicento, il capitello – dello stesso periodo – è opera di Domenico Fantone, “picapietra” evoluto, che non si può propriamente chiamare scultore.

Una curiosità: il vescovo Emo, ricordato nell’iscrizione e sicuramente tra i fautori del ripristino del 1618, doveva essere appassionato di colonne. A lui si devono infatti anche le colonne in Borgo Canale e la colonna del Santuario di Borgo Santa Caterina.

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