Corioni e quei memorabili derby
«Coi bergamaschi ci ridiamo su»

Aveva ragione lui a dire che la riconoscenza non è di questo mondo. È così che va la vita, e non c’è da stupirsi se tutte le volte che non vinceva gli buttavano addosso i fischi, i mugugni e qualche volta anche gli insulti, per i tifosi i presidenti non cacciano fuori mai abbastanza soldi. Ma anche se non ha conquistato gli scudetti e non ha fatto la Champions League, Gino Corioni era uno che viveva sognando e che ha fatto sognare anche noi. Si dice di tutti, ma per lui era proprio così. Ha vissuto il calcio con le intuizioni, con gli innamoramenti e le idee strampalate, come soltanto i pazzi o i visionari che cambiano il mondo sanno fare. E solo chi lo ha avuto come presidente può capire realmente la genialità di Ginaccio Corioni, ol Gino, con quei suoi occhiali tondi e l’aria un po’ imbronciata, che se n’è andato a settantotto anni dopo oltre un decennio di battaglie contro la malattia al cuore.

 

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Gli anni più belli del Brescia. Nato a Castegnato nel ’37, fondò la Saniplast, un’azienda di prodotti sanitari, e figuriamoci tutte le volte che sbagliava a prendere un giocatore, l’ironia finiva per tirare lo sciacquone. Qualcuno lo avrà anche sbagliato, ma nella lunga carriera da presidente Corioni è riuscito a strappare campioni e talenti smisurati. Quando stava a Bologna con Gigi Maifredi inventarono il calcio champagne dal niente, coi giocatori dell’Ospitaletto che erano stati promossi in Serie C. Nel ’92 prese il Brescia. Ha vinto il Trofeo Anglo Italiano (1994), è arrivato a una finale Intertoto (2001), è stato promosso 5 volte in A (’92, ’94, ’97, 2000, 2010) e altrettante volte è retrocesso. Ma dal 2000 al 2005 è rimasto ininterrottamente nella massima serie. In quegli anni Corioni inventò calcio riuscendo a portare Roberto Baggio e Pep Guardiola, ma anche Hagi, Toni, Gigi Di Biagio e Andrea Pirlo, Maurizio Ganz, Dario Hubner e Marek Hamsik. Corioni non si accontentava di comprare, sognava un calcio diverso, fatto di bellezza e umanità. Guardiola, che in fondo a Brescia giocò appena una stagione, lo ha sempre definito «il mio presidente». Perché c’era qualcosa che andava oltre nel rapporto con Corioni, un senso di immediatezza, senza distanze, che trasmetteva quando ancora era possibile. Un altro calcio, estinto.

 

 

Quella volta con Mazzone… Quanti avranno masticato amaro a Bergamo, nel vedere in quegli anni campioni atterrare a Brescia con quella incredibile facilità. Dietro c’era sempre Corioni. Che viveva la rivalità con una spensieratezza invidiabile. Come quella volta che Mazzone corse sotto la curva dell’Atalanta. Il giorno dopo disse: «Io e i miei amici bergamaschi ci scherziamo su». Poi, negli ultimi anni, ha dovuto fare i conti con un calcio diverso, meno romantico di quello che piaceva a lui. Dopo la retrocessione del 2011, il Brescia ha avuto stagioni complicate. Nel 2013 ha sfiorato il ritorno in A attraverso i playoff. Un anno dopo, in estate, il commissariamento del club da parte di Ubi Banca, le prime penalizzazioni in classifica della carriera. E, nel 2015, un anno fa, il salvataggio del club da parte di Profida. Ma Corioni era sempre lì, a tenere botta e a dare quello che poteva. «Non ho rimpianti – disse nell’ultima intervista di un anno fa -, ho fatto quello che ho potuto, e anche qualcosa di più. Sicuramente avrò commesso degli errori, ma non sono mai stato aiutato, come invece mi era stato promesso. Ho la coscienza di aver fatto il massimo che potevo, punto e basta. A me preme solo il Brescia: se starà bene, io starò bene».

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