Il cuore atalantino di Isaia Testa
(in copertina sul nostro inserto)

Sciarpa al collo, a cavalcioni sui vetri e con le mani a forma di cuore. Ce lo avete chiesto in tanti: chi è il ragazzo che campeggiava sulla copertina dell’inserto celebrativo di BergamoPost per la stagione nerazzurra ’18/’19 intitolato La Storia Siamo Noi? Lo abbiamo cercato e lo abbiamo scovato. Ovviamente, è atalantino fino al midollo. «Mi chiamo Isaia Testa, ho 17 anni e sono di Bergamo. Vado ancora a scuola, frequento il Lussana e sono atalantino da sempre. Allo stadio ci andavo con mia zia, ma da quando ho 14 anni vado in Curva: è la mia seconda casa».

 

 

Che partita era quella della foto?

«Ero a cavalcioni sul vetro alla fine di Atalanta-Parma. Ogni tanto, soprattutto nelle gare non contro le big, dico agli amici: “Dai che andiamo sui vetri”. Ma non lo faccio per prendere qualche maglietta, quelle preferisco che vadano ai bambini».

Per chi era quel cuore?

«In quel momento c’era de Roon che passava vicino a noi, mia mamma è olandese e lui è il mio idolo: ci tenevo a dimostrare tutto il mio amore per l’Atalanta. In Curva non ci sono maschi o femmine, ci sono solo persone che sono lì per dare tutto quello che hanno per la squadra. Quel gesto a cuore è proprio legato a questo motivo: dentro c’era tutto il bene che vogliamo al gruppo».

Qual è stata la partita più bella che hai visto?

«Atalanta-Everton 3-0, senza ombra di dubbio. Sono stato a Dortmund, ma contro l’Everton mi sono commosso. Mi capita spesso quando vado allo stadio, sono molto emotivo. Piango poco, ma quando succede è per l’Atalanta. Sia che si vinca sia che si perda. È un’emozione unica, ogni santa volta».

 

 

A casa cosa dicono della tua passione per la Dea?

«Papà Francesco e mamma Elisabeth non hanno mai seguito il calcio. Poi si sono trovati a casa uno come me, matto per la Dea, ma non mi hanno mai messo i bastoni tra le ruote. Cerco di non pesare su di loro, sono arbitro di calcio e quindi ho qualche entrata extra che mi permette di organizzarmi le partite. Loro non sono atalantini, ma un po’ li ho contagiati. Come mia sorella Irene, lei è quella che ho influenzato di più con la mia passione».

La Curva, per chi non la frequenta, è ritenuta un posto pericoloso. Che dicono i tuoi genitori?

«Mi hanno sempre parlato con chiarezza, abbiamo affrontato sia gli aspetti positivi che quelli negativi, ma ogni volta vedono quanto io sono felice, sia prima che dopo le gare, e indipendentemente dal risultato. Alla fine quindi sono contenti per me. Mi dicevano: “Se ti comporti bene e in modo responsabile, perché non lasciarti andare dove sei felice?”. In quella porzione di stadio ci sono almeno seimila persone, certamente ci sono anche esempi negativi, ma tutto sta nel modo in cui vivi la Curva. Per come lo faccio io, è uno spettacolo ogni volta».

Per un ragazzo come te, la Curva cosa significa?

«La Curva è tutto. Il mio sogno è stare sempre in quell’ambiente. Il 29 aprile, nonostante io sia in Curva da pochi anni, mi sono commosso. Abito a Monterosso, quindi molto vicino al cantiere e ogni volta che passo mi manca un po’ il respiro. Aspettiamo la nuova Curva, ma quella vecchia sarà sempre un pezzo di storia».

 

 

Quando hai capito che potevamo andare in Champions?

«Forse non l’ho ancora ben capito. Ma c’è un momento preciso in cui mi sono detto che potevamo farcela davvero: la sera della semifinale di Coppa Italia, il 25 aprile. È stato tutto molto chiaro. Mi sono detto: se abbiamo conquistato la finale, perché non provare a puntare alla Champions?».

Cosa ti resta, invece, della finale di Roma?

«È stato emozionante, non potevo mancare. Quello che mi resta sono le sensazioni. Se prima amavo alla follia l’ambiente della tifoseria, devo dire che dopo aver vissuto la finale contro la Lazio tutto è ancora più forte. Amplificato. Coinvolgente».

Scegli il tuo girone di Champions: chi vorresti?

«Sicuramente il Liverpool: mi piacerebbe andare ad Anfield e vedere da vicino quella splendida curva. In seconda fascia direi Real Madrid e in terza punto forte sull’Ajax. Avendo anche origini olandesi, andare ad Amsterdam sarebbe il top. Potremmo anche arrivare secondi».

Chiudiamo con un messaggio ai tifosi.

«Continuiamo a sostenere l’Atalanta, bisogna essere consapevoli che prima o poi questo momento magico finirà, ma ciò che dobbiamo fare, con il cuore in mano, è spingere i ragazzi che indossano la nostra maglia. Indipendentemente dalla categoria e dai risultati. Per chi ha dei figli, aggiungo: insegnategli che l’Atalanta è la squadra più bella che c’è».

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