Il cuore di Luciana Previtali Radici
e un piccolo racconto per ricordarla

Sono già passati due anni, e il ricordo resta indelebile, anche attraverso un piccolo grande racconto. Luciana Previtali Radici se ne è andata l’8 agosto del 2016, dopo una vita dedicata alla famiglia, al lavoro e agli ultimi. Nata a Bergamo il 13 dicembre 1925, e nel 1946 sposò il cavaliere del Lavoro Gianni Radici (scomparso nell’ottobre 2005) dal quale ebbe, nell’arco di dieci anni, sei figli, con 19 nipoti e 20 pronipoti. Una famiglia numerosa, a capo di uno dei gruppi industriali che partendo da Leffe hanno fatto la storia della Bergamasca, caratterizzata da un profondo radicamento ai valori del sociale e della famiglia.

A ricordare la signora Luciana ci sono libri, articoli, riconoscimenti e gesti concreti di solidarietà. Meno noto, ma non per questo meno prezioso, è un libretto di poche pagine, nemmeno numerate, scritto da due amici di famiglia, Agnese e Danilo. Riporta La storia di Pietro e ve la regaliamo nella sua freschezza, certi che potrà ricordare a tutti «una mamma e una donna speciale».

 

 

Tanti anni fa, ma poi nemmeno tanti, all’inizio della seconda metà del secolo scorso finita la tragedia della seconda guerra mondiale, inizia il cosiddetto boom economico italiano. Nelle nostre valli si conviveva ancora da punto di vista sociale con una certa arretratezza, prevalentemente economica, che riportava in special modo nelle campagne ed in montagna alla struttura familiare dei primi anni del secolo: famiglie numerose ed un capo famiglia spesso unico portatore di reddito. In questo contesto inizia la storia di Pietro. Pietro aveva casa in un piccolo paese di montagna, dove finisce la Valle Seriana e inizia la Val di Scalve. Per il lavoro svolto precedentemente in miniera si ammalò di silicosi molto presto e dovette abbandonare il posto di lavoro. In Val di Scalve l’unica possibilità di lavoro sicuro sia per gli uomini, in galleria, sia per le donne, in “laveria” del materiale estratto, era la miniera.

In Media Val Seriana, al contrario, già in quel periodo si stava fortemente sviluppando l’industria tessile, forte di solide radici ben piantate nei decenni precedenti. Fu lì che Pietro trovò occupazione in una fabbrica tessile, grazie anche al fatto che una legge dello Stato obbligava ad assumere un dipendente ogni dieci affetto da silicosi o di altre patologie invalidanti. Pietro fu assegnato al reparto tintoria. Quel lavoro portò grande gioia a Pietro ed alla sua famiglia. Per recarsi al lavoro il lunedì, alle quattro di mattina si incamminava a piedi dal suo paese e percorreva per cinque chilometri una strada sterrata che portava alla provinciale da dove, con la corriere, raggiungeva la Val Gandino, sede della fabbrica. A fine settimana, il sabato pomeriggio, tragitto contrario per passare la domenica con la sua famiglia. Vita dura e grama, ma vissuta con fierezza da Pietro e dalla sua famiglia.

 

Un bel giorno arrivò in fabbrica una telefonata: «Per favore, avvisate Pietro che sua moglie ha partorito due gemelli». La Signora, saputa la notizia mandò a chiamare Pietro per comunicargli la bella notizia. Gli disse: «Vai pure a casa e stai vicino a tua moglie che in questi giorni avrà sicuramente bisogno di te». «No Signora – rispose Pietro – la vedrò sabato quando torno a casa: ho altri otto figli e non posso permettermi di perdere due giornate di lavoro». Ringraziando tornò al suo lavoro. Finito il turno, Pietro fu richiamato in ufficio. Con grande stupore e meraviglia trovò ad aspettarlo la grossa auto della Signora, stracolma di ogni ben di Dio: coperte, copertine, lenzuola, lenzuolini, vestitini, panisèi, biscotti, marmellate… con l’autista pronto a partire per portare a casa, nel suo paesello Pietro. Pietro, stupito e felice con il cuore in gola, riuscì a malapena a ringraziare la Signora; la quale perentoria disse a Pietro. «Ora vai a casa, da tua moglie e dai tuoi figli; ci vediamo fra una settimana».

Quando la macchina arrivò nella piazzetta dove si apriva la porta di casa di Pietro, un nugolo di bambini si affacciò all’auto. Fu gran festa, più che il giorno di Santa Lucia. Fu un evento tale che in quel paese è ricordato ancora oggi. Dopo una settimana, Pietro tornò al lavoro portando con sé una gioia, uno stupore e una riconoscenza che non riuscì neanche minimamente ad esprimere tanto era grande. Si chiedeva come potesse esistere una donna così generosa come la Signora.

 

 

Le sorprese però non erano ancora finite. Ai ringraziamenti di Pietro, la Signora gli rispose: «Signor Pietro, il lavoro in tintoria non mi pare che sia molto idoneo per la sua salute». «Non si preoccupi Signora – rispose Pietro – avere un lavoro per me è tanto importante e necessario che va benissimo la tintoria o qualsiasi posto». «No, no – ordinò la Signora – da domani lei cambierà lavoro, è trasferito in magazzino». «Quella Signora si chiama Luciana, nata il giorno di Santa Lucia…».

In quel paese in mezzo alle montagne e in quella famiglia c’era e c’è ancora, l’abitudine di recitare il Rosario prima di andare a dormire. Ancora oggi l’ultima Ave Maria è sempre dedicata alla Signora Luciana. Per poter ricambiare con un grazie la Signora, nella casa di Pietro c’era sempre a disposizione una camera per ospitare i tusèi del Signor Gianni e della Signora Luciana. Così la domenica potevano essere i primi sulle piste da sci di Colere. In quella casa, in quella famiglia, ci sarà sempre un dolce ricordo di una mamma e donna speciale.

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