Dalla Calabria in fuga a Zingonia
per sottrarsi al destino di spaccio

All’ombra delle torri di Zingonia ci sono storie che spesso rasentano l’incredibile. Tra spacciatori, prostitute e spaccio ogni tanto ci si imbatte in qualche spiraglio di umanità. Un’umanità che appare tanto più grande e strabiliante quanto più crudo e inumano è il contesto che la circonda. È il caso della storia del giovane Alì (nome di fantasia), fuggito da un centro di accoglienza in Calabria per sfuggire allo spaccio. E finito, sfortuna vuole, proprio a Zingonia. Lo incontro in un parco, in una cittadina ordinata del nord ovest. È alto e ha grandi occhi scuri. Occhi espressivi che, nonostante il sorriso affabile, non riescono a nascondere tutto quello che ha passato. Nonostante sia molto alto si vede che è giovane. Ha solo 17 anni Alì, eppure ha passato cose che farebbero rabbrividire uomini ben più adulti.

 

 

Ha solo 16 anni Alì quando decide di partire dal Marocco. La madre ha molti problemi e lui non vuole più pesare sulla famiglia. Così parte in cerca di fortuna. L’iter è quello classico: Marocco, Libia e poi le coste del sud Italia su un barcone, senza documenti. Sbarcato Alì viene portato in un centro di accoglienza in Calabria. Quando mette piede nel centro per la prima volta pensa di essere finalmente in salvo, ma poco dopo inizia l’incubo. «Gli altri che c’erano nel centro – racconta – erano tutti grandi, adulti. Volevano che dal centro andassi in paese a 4 chilometri di distanza a vendere il fumo per loro. Io non volevo farlo, ma se mi rifiutavo mi picchiavano». Così, dopo mesi di violenza, Alì decide di scappare. Una fuga rocambolesca, ancora una volta, via da violenza e abusi. Dopo qualche giorno Alì, che ha solo 16 anni, trova il modo di telefonare alla madre, in Marocco. Preoccupatissima la donna cerca aiuto: «Non ti preoccupare – gli dice – chiamiamo qualche connazionale in Italia e vedrai che qualcuno ti aiuterà». Sfortuna vuole che il connazionale scelto per attivare la rete di solidarietà tra migranti sia uno dei tanti magrebini dediti allo spaccio nelle torri di Zingonia. E l’incubo ricomincia, per l’ennesima volta. Ancora una volta ad Alì viene chiesto di spacciare. Ancora una volta si rifiuta: «Giuro che non mi sono mai fatto nemmeno uno spinello – racconta con enfasi – io certe cose non le faccio. Sono un  bravo ragazzo». Ma la vita nelle torri è dura, molto dura. Alì viene picchiato e segregato in un appartamento sfitto ai piani alti del palazzo. Con lui, soltanto un cane. Come cibo, un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua. Niente acqua corrente, niente elettricità, niente riscaldamento. Un paio di pantaloncini, una maglietta a maniche corte e un paio di infradito tutto quello che ha contro il gelo dell’inverno. Ma finalmente è una famiglia perbene a notarlo, infreddolito e impaurito. Si vede che non è il solito spacciatore strafottente che bighellona per le strade in cerca di clienti. Così tentano, piano piano, di conquistarsi la sua fiducia. Gli portano scarpe, vestiti e cibo. Quando alla fine si apre e racconta la sua storia decidono che devono fare qualcosa. Così lo ospitano in casa per diversi giorni mentre cercano di trovare una soluzione. La legge, però, parla chiaro: è un minore non accompagnato senza documenti che arriva da un centro di accoglienza. E da dove è venuto deve ritornare. Anche se significa tornare a vivere un incubo. Soltanto l’ostinazione e la caparbietà della famiglia che lo ha accolto permettono che si eviti il peggio. Alì ora si trova in un centro per minori nel Nord Italia, a molti chilometri da Zingonia e dallo spaccio. Le cose non vanno benissimo: gli danno colazione, cena e posto letto ma durante il giorno deve stare fuori. Così Alì, 5 euro alla settimana in tasca per acquistare vestiti e generi di prima necessità, passa le sue giornate al parco, seduto su una panchina. Ma non si lamenta: «Almeno adesso nessuno mi picchia e nessuno mi costringe a fare cose brutte – mi dice sorridendo – e poi ho vestiti caldi anche se devo stare fuori tutto il giorno».

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