Dieci pittori bergamaschi
con i loro soprannomi artistici

Raffaello Sanzio, ma per tutti è Raffaello. Tiziano Vecellio, ma i più lo chiamano solo col nome di battesimo. E poi Caravaggio, Fra Galgario e tanti altri, che hanno valicato i secoli più che per i loro veri nomi e cognomi, soprattutto grazie ai loro pseudonimi. Vediamo gli artisti di Bergamo, i pittori di tutte le epoche, come si difendono a tal proposito.

 

Andrea Previtali detto il Cordeliaghi
(Berbenno 1480 – Bergamo 1528)

La crocifissione, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Un artista forse mite e riservato, passato spesso in secondo piano a causa del beniamino veneziano-bergamasco, quel Lorenzo che se pur non originario di Bergamo fu suo amico e stimato collega. Nato tra le valli Imagna e Brembana andò a Venezia a commercializzare con il padre corde e aghi, forgiando il piccolo Jacopo Negretti sull’impronta di Giovanni Bellini. Rientrato definitivamente a Bergamo per questioni familiari, operò moltissimo per diversi committenti soprattutto privati, finché la peste del 1528 lo uccise, portandosi via l’ultimo artista bergamasco cinquecentesco prima del Moroni.

 

Giovanni De Busi detto il Cariani
(? 1480 – Venezia 1548?)

Sacra famiglia in un paesaggio, olio su tela, Accademia Carrara, Bergamo

Ancora molti i dubbi circa gli estremi biografici del pittore, figlio di un abitante di Fuipiano che a Venezia ricoprì importanti cariche in Palazzo Ducale. Da qui il suo trasferimento nella città lagunare, dove molto probabilmente mosse i primi passi nelle botteghe di Giovanni Bellini prima e di Giorgione poi, da cui attinse costantemente per la sua produzione. Tornato a Bergamo operò per molte famiglie nobili e per la municipalità, affrescando gli affacci di molti palazzi governativi tra cui quelli in Piazza Nuova oggi Mascheroni. Rientrato a Venezia definì le volontà per la divisione del suo patrimonio, distribuito tra le figlie adottive, e da allora le notizie sul pittore si affievoliscono sempre più.

 

Jacopo Negretti de la Valle detto Palma il Vecchio e Antonio detto Palma
(Serina 1480 – Venezia 1528) (Serina 1515-1575)

Palma il Vecchio, Ritratto di donna detta La Bella, olio su tela, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Nasce in alta Valle Brembana, ma non sappiamo chi o per che motivi già nel 1496 sia documentato a Venezia. Con vitto e alloggio garantito forse presso qualche conoscente, in laguna diviene allievo di Andrea Previtali, che riflette la lezione di Giovanni Bellini. Rientrato Previtali a Bergamo per questioni di famiglia, per Palma questo significa autonomia che attua a partire dal 1511. Rimasto senza coperture a Venezia, ma già evidenziatosi per il suo stile, rivaleggi a pieno titolo con Tiziano Vecellio. A Palma Il Vecchio spetta la definizione del nuovo sottogenere pittorico “Ritratto di donna bionda”.

 

Giovanni Battista Castello detto il Bergamasco
(Gandino 1500 ca. – Madrid 1569)

Amore e psiche, affresco, Palazzo Tobia Pallavicino, Genova

Poche le notizie bibliografiche, tra cui quelle che lo portarono a trasferirsi a Genova e a Roma. A Bergamo realizza il ciclo delle Storie di Ulisse per la villa Lanzi di Gorlago e ora in Palazzo della Provincia (appartamento del Prefetto), in cui si rinvengono chiari riferimenti a Lotto, Raffaello e a matrici venete-lombarde. Tornato a Genova diviene protagonista del rinnovamento edilizio della città, potendosi avvalere di un nutrito ed efficiente team di decoratori, stuccatori, doratori e pittori, che sempre gli riconobbe l’origine orobica, da cui il soprannome. Bergamo venne lasciata definitivamente dopo essere stato soppiantato in una commessa da un collega e una volta trasferitosi a Madrid viene nominato pittore e architetto di Filippo II re di Spagna.

 

Enea Salmeggia detto il Talpino
(Bergamo 1565-1626)

Collera di Sant’Alessandro, olio su tela, Accademia Carrara, Bergamo

Originario della valle serina trascorrerà la sua vita tra Bergamo e Milano grazie ad un parente stretto che lo favorisce in diverse commesse. A Bergamo rientra a pieno titolo nella triade Cavagna Salmeggia e Zucco, i tre nostri artisti controriformati che attingono costantemente dalla lezione di Moroni e di Cavagna. Con loro sarà un rapporto di amore e odio, dovuto alla domiciliazione condivisa nello stesso borgo, quello di San Leonardo, e per questo molti gli aneddoti su commesse, scaramucce e diatribe circa le assegnazioni da privati e parrocchie.

 

 

Andrea, Giovanni Stefano e Giuseppe Danedi detti Montalto
(Treviglio/Milano, Seicento)

Giovanni Stefano Danedi, Decollazione del Battista, olio su tela

Famiglia di artisti, detti Montalto o Montalti, che si formarono nell’ambito della cultura figurativa milanese del Morazzone, del Cerano e del Cairo oltre che del Proccaini e del Nuvolone. Tra tutti emerse Giovanni Stefano, che risultò il più attivo della rinnovata bottega fiorentissima, sempre impegnata in grandi opere di affrescatura: dopo le commesse bergamasche ottennero lavoro a Milano a Pavia a Varallo, località che li mise in contatto con le potenti famiglie Borromeo e Arese.

 

Giuseppe Ghislandi detto Fra Vittore Galgario
(Bergamo 1655-1743)

Gentiluomo con tricorno, olio su tela, Museo Poldi Pezzoli, Milano

Figlio di Domenico, il più importante quadraturista secentesco di Bergamo, e fratello di Defendente, recentemente riscoperto ad Astino, svolse il suo apprendistato bergamasco nella bottega paterna, sebbene le frequenti ostilità, in quella di Giuseppe Cotta e del fiorentino Bartolomeo Bianchini, in quegli anni presente assiduamente a Bergamo. Partì per Venezia per completare la sua formazione seguendo le orme di Tiziano e di Veronese, dove decise di vestire l’abito di frate paolotto devoto a Sant’Antonio di Paola. Rientrò a Bergamo, ma ripartì quasi subito per la laguna, dove collaborò con la bottega di Sebastiano Bombelli. Il suo ritorno ne decretò il successo anche oltre i confini provinciali, dato che nel suo atelier al Galgario, il convento da cui prese il nome per la vicinanza di un corso d’acqua ricco di calcare, giunsero giuristi, nobili e borghesi da Lombardia e Veneto per farsi ritrarre.

 

Antonio Cifrondi detto Fa Presto
(Clusone 1656 – Brescia 1730)

Opera di misericordia: dar da mangiare agli affamati, olio su tela, Museo dei Cappuccini, Milano

Figlio di un muratore e di una massaia, si formò presso un pittore seriano detto Cavalier del Negro e poi a Bologna e Roma, prima di spostarsi in Piemonte e in Francia, dove con il suo operato raggiunse una buona indipendenza economica. Rientrato a Bergamo intorno al 1690 lavorò a fresco per molti ordini monastici locali – domenicani, lateranensi – per poi dedicarsi alla pittura su tela di genere sacro e ritrattistico. A un certo punto armeggiò anche con il cavalletto, ma dopo poco le sue condizioni economiche cominciarono a vacillare, tanto che nel 1712 si trasferì inspiegabilmente a Brescia dove muore.

 

 

Luigi Deleidi detto il Nebbia
(Bergamo 1784-1853)

Paesaggio con fontana, olio su tela, Accademia Carrara, Bergamo

Formatosi a Milano presso la Scuola di Pittura, Decorazione e Scenografia, e pare anche brevemente a Roma, partecipò alla decorazione di alcune nobili ville di campagna e ai teatri Riccardi e Sociale, in cui ambientò rinomate scenografie (La Rosa Rossa, La Rosa Bianca, La Gazza Ladra, Il balletto di Adelina…). Qui è rinomato anche come strumentista, performance di successo già esibita in occasione del Carnevale del 1807. Amico di Simone Mayr e di Gaetano Donizetti, con i quali intrattenne una folta corrispondenza epistolare, frequentò anche il Direttore dell’Accademia Carrara Giuseppe Diotti e i pittori Pietro Ronzoni, Faustino Boatti, Vincenzo Bonomini, Francesco Coghetti.

 

Giovanni Cavalleri detto il Rana
(Sabbio 1858 – Bergamo 1934)

Marina con barche di pescatori, olio su compensato

Studiò a Bergamo alla Scuola di Pittura della Carrara allievo di Enrico Scuri, di cui era acceso contestatore fino all’accusa di danneggiamento di alcuni suoi cartoni, e a Roma per un breve periodo. Era noto per la sua tecnica a macchia, che lo favorì nella realizzazione di molti cicli pittorici per chiese e parrocchie della provincia, derivanti da modelli decorativi del Cinquecento e del Settecento. Molto apprezzato anche come ritrattista, sebbene limitatamente a parenti e amici, i quali furono forse gli stessi che lo soprannominarono scherzosamente Rana dal paese di origine, dove si apprezzavano particolarmente i batraci, appunto le rane.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.