Il dottor Zenoni assolto dalle accuse
Ho patito la vergogna dell’innocente

Mi chiamo Stefano Zenoni, ho 59 anni, sono sposato e padre di due figli. Per dodici anni ho guidato il reparto di oculistica degli Ospedali Riuniti di Bergamo, quello che oggi è il Papa Giovanni. Ho vissuto una vita felice e ricca di successi professionali: nei primi anni ai Riuniti siamo passati da 600 a 1500 interventi, per arrivare poi a quota duemila. Gran parte erano trapianti, chirurgia della retina e chirurgia vetro-retinica. Insieme ai miei collaboratori intervenivamo su casi gravi come neonati con patologie congenite, glaucomi, traumi. I pazienti arrivavano da tutta Italia. Gli interventi più difficili li facevo io: entravo in sala operatoria alle 8.30 e uscivo alle 15, dopo di che mi recavo nell’altra sala dove i colleghi più giovani stavano imparando ad operare.

Una vita piena e di successo, indubbiamente. Fino al giorno in cui mi sono accorto che sul lavoro si era inceppato qualcosa. La direzione sanitaria, stranamente, si mostrava fredda nei miei confronti, sollecitavo risposte di natura organizzativa e mi restituivano solo silenzio. Passa un po’ di tempo e arriva una richiesta: volevano verificare se alcuni pazienti avessero goduto di una corsia preferenziale. Non avevo niente da temere e cartelle alla mano ho dimostrato che i 7 o 8 pazienti sui quali volevano spiegazioni erano stati operati al momento giusto. Tra parentesi, le priorità non le avevo gestite io ma la segreteria del reparto e i colleghi che facevano la seduta pre-operatoria. Poco dopo venni a sapere che anche la magistratura stava svolgendo un’indagine su questo.

Non sapevo nulla dell’inchiesta, a me non era arrivato alcun avviso di garanzia. I carabinieri cominciarono a sentire i miei medici e un po’ mi preoccupai perché temevo che qualcuno di loro avesse combinato qualcosa. Finché una mattina venne un militare a dirmi che mi sarei dovuto presentare per rispondere ad alcune domande. Ero talmente tranquillo che non informai neppure il mio avvocato. Mi recai al comando in via delle Valli e risposi in maniera puntuale a tutte le questioni, poi me ne tornai a casa e ripresi la mia attività pensando che la cosa si chiudesse lì. Invece una settimana dopo mi arriva una notifica. Chiamo l’avvocato e mi spiega che ci sarebbe stata un’udienza davanti al giudice delle indagini preliminari per decidere se avrei dovuto essere sospeso dal servizio. Si informa e scopre che la Procura aveva chiesto il mio arresto, ma il Gip aveva avanzato dei dubbi e consentito solo di valutare l’opportunità della sospensione.

Le accuse

Sono stato accusato di peculato, abuso d’ufficio, concussione, falso, ancora concussione, violenza privata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Vado con ordine.

Peculato e abuso d’ufficio perché la segretaria dell’ospedale veniva nel mio studio privato fuori dal suo orario di servizio.

Concussione perché per le visite di controllo avrei indotto 10 pazienti a usufruire di prestazioni private a pagamento invece di quelle del Servizio Sanitario nazionale.

Falso perché avrei falsificato 108 cartelle sanitarie.

Violenza privata perché quale dirigente medico avrei minacciato i colleghi costringendoli a concorrere nella falsificazione delle cartelle.

Un’altra concussione per avere indotto come pubblico ufficiale i pazienti a sottoporsi a visite private a pagamento presso il mio studio al fine di accelerare gli interventi chirurgici.

Truffa aggravata ai danni dello Stato per avere lavorato in un giorno di malattia.

Abuso d’ufficio perché avrei arrecato un danno ingiusto ai colleghi attraverso la creazione di una mia lista di operati che avevano avuto una corsia preferenziale.

 

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Un meccanismo infernale

Il clima in ospedale era diventato irrespirabile: la dirigenza si negava, il direttore generale Bonometti se ne era lavato le mani, il direttore sanitario Sileo non mi riceveva, il direttore amministrativo Benigni aveva ammonito la mia segretaria: «Non stare vicino allo Zenoni perché è pericolosissimo». In seguito arrivò la richiesta che lei non venisse più a lavorare nel mio studio. Anche i miei collaboratori mi evitavano: sembravo un appestato con cui nessuno voleva aver niente a che fare. I carabinieri decisero anche di perquisire il mio studio di Milano. Uno dei marescialli mi fece capire che se non mi fossi dimesso il pubblico ministero mi avrebbe fatto arrestare. La notizia dell’inchiesta uscì sui giornali, Eco di Bergamo, Corriere della Sera e Prealpina di Varese, città nella quale avevo un incarico all’Università.

Persi completamente la fiducia nelle istituzioni. Incontrai per caso uno dei direttori e gli chiesi: «Scusate, mi spiegate cosa sta succedendo? Voi siete dalla mia parte o no?». La risposta fu gelida: «Noi non stiamo dalla parte di nessuno». A quel punto mi demoralizzai: mi ero messo a disposizione per poter spiegare le cose e chi indagava non mi parlava; i dirigenti dell’ospedale mi voltavano le spalle, i medici mi evitavano (avrei poi scoperto che i carabinieri avevano detto loro che se avessero parlato con me sarebbero stati perseguiti). Sono entrato in un meccanismo infernale dove dominavano il sospetto e la paura, e io ero solo. A quel punto mi sono detto: come faccio in queste condizioni a curare la gente? Piuttosto me ne vado. E decisi di dimettermi dall’ospedale. Era il 26 gennaio 2012.

Dopo di allora ci sono stati tre anni di processo e alla fine di novembre del 2014 è arrivata la sentenza di primo grado: assolto perché il fatto non sussiste salvo che per alcune cartelle sanitarie, per le quali fui condannato a due anni. La sentenza venne appellata per la parte riguardante le cartelle e il 1 ottobre 2015 sono stato scagionato anche da questa accusa. Il fatto non sussisteva neppure qui. Ora la vicenda è definitivamente chiusa.

Il fatto non sussiste

Non vi sto a spiegare come e perché uno dopo l’altro sono caduti tutti i capi di imputazione. Sarebbe lunga. Vi basti sapere che la segretaria dell’ospedale veniva nel mio studio privato perché io ero in regime di intra-moenia allargata. In sostanza, vuol dire che lo studio professionale funziona come una sorta di appendice dell’ospedale e il medico e la segretaria ricevono dall’ospedale il compenso per queste prestazioni. Tra parentesi, il direttore sanitario e quello amministrativo in udienza dichiararono che ero in regime di intra moenia e non di intra moenia allargata e il giudice li rimproverò: è inconcepibile – disse più o meno – che due dirigenti del vostro livello neppure sappiano quale il tipo di rapporto professionale ci sia fra un primario e l’ospedale.

In sostanza, venne alla luce che nessun paziente era stato indotto a far visite di controllo con prestazioni private a pagamento, che sulle cartelle ritenute false la calligrafia non era la mia e che non avevo mai minacciato i colleghi. L’unico di loro che si è presentato come parte civile in aula ha detto: «Sì, il dottor Zenoni a volte mi sgridava e mi riprendeva». Alla domanda del giudice: «Quante volte?» la sua risposta fu: «Due o tre». «Due o tre alla settimana?». «No, in un anno». Il giudice allora lo mise alla prova: «Mi fa vedere una di queste cartelle?». Il medico gliela mostrò e il giudice lo mise a tacere: «Scusi, ma questa è la sua scrittura, non quella del dottor Zenoni». È emerso inoltre che non ho mai indotto i pazienti a sottoporsi a visite private a pagamento presso il mio studio al fine di accelerare gli interventi chirurgici.

 

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Quel che conta adesso

Quel che conta è il fatto che adesso sono stato assolto con formula piena. Peccato se nel frattempo mi sono dimesso dall’ospedale, l’università non mi ha più rinnovato il contratto, i colleghi che prima inviavano i pazienti al mio studio non li hanno più mandati, mia moglie è stata malissimo e ai miei figli abbiamo dovuto stare particolarmente vicini. Quando è cominciato questo incubo il primo aveva 20 anni e l’altro ne aveva 13. Ma a parte la famiglia, chi mi ha preoccupato di più sono stati i miei pazienti perché tanti non li ho più visti.

Nell’ultimo periodo il lavoro nello studio è un po’ ripreso, ma quello che mi rincresce non è il discorso economico, che certo conta per la mia famiglia. Ciò che mi addolora è che la gente possa aver pensato che io non fossi una persona onesta. Se uno è colpevole e ha fatto delle cose sbagliate è giusto che paghi, ma io non avevo fatto niente e quando al mio avvocato han detto: «Se vuole facciamo il patteggiamento o il rito abbreviato», mi sono impuntato: «No – gli ho risposto -, voglio essere giudicato». Ricordo che l’Eco uscì con questo titolo: “L’avvocato di Zenoni: processatelo”. In tanti mi dissero che avrei rischiato molto, che sarebbe stato più facile chiudere la questione con un patteggiamento. A tutti diedi la stessa risposta: «Non mi interessa, io le cose di cui sono accusato non le ho fatte».

Prima del processo, in occasione dell’udienza per la sospensione dalla funzione di primario, avevo avuto modo di incontrare il pm e il giudice per le indagini preliminari. Speravo di potermi spiegare, e invece anche nel Gip ho trovato una durezza incomprensibile. A un certo punto mi fa: «La segretaria non ha mai ricevuto dei soldi da lei?». «No», le ho risposto. Mi ha guardato e ha commentato: «Non le credo». Perché non mi doveva credere? Perché non è andata a chiedere in ospedale come stavano effettivamente le cose? Perché non si sono informati prima su quale regime avevo scelto e non hanno controllato il conto corrente della segretaria? Lì sarebbe stato evidente che lei prendeva le compartecipazioni dall’ospedale. In seguito l’avvocato mi ha spiegato che in realtà il comportamento del giudice è stato corretto, perché anziché limitarsi a controfirmare il testo del pm, come non di rado si verifica, ha studiato il caso e fatto la scelta più coerente. Però io ancora non capisco come si possa agire in questo modo. Quando siamo scesi dall’ufficio del gip – sull’ascensore c’eravamo io, il mio avvocato e il Pm, che avevo visto per la prima volta -, a quest’ultimo ho detto: «Guardi che io non sono così cattivo come sembra». Lui mi ha guardato: «Ma io faccio solo il mio lavoro». In quel momento ho provato un grande sconforto e una barriera di ghiaccio a cui non sono abituato. L’unica soddisfazione che ho avuto in tutto questo tempo è stata, nel primo processo, quando il pm ha chiamato a supporto dei testimoni e tutti hanno parlato a mio favore. A tal punto che i giornalisti han chiesto: ma questi sono i testimoni dell’accusa o della difesa?

 

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Una tristezza che non va via

Adesso che è passata dovrei essere contento e invece sono triste. Per la prima volta provo una tristezza che non riesco a mandare via. Più profonda di quella vissuta anni fa quando persi i miei genitori, ai quali per grazia di Dio è stato risparmiato di assistere a questo mio calvario. Io non mi do pace e continuo a pensare a questa cosa, e non è giusto, non è giusto. Si vive una volta sola e quando ti fanno così del male… I carabinieri sono arrivati al punto di chiedere l’apertura di un fascicolo «per indagare sugli oscuri e segreti motivi che hanno indotto alcuni pazienti a scrivere a L’Eco di Bergamo delle lettere di ringraziamento al dottor Zenoni».

Ho riflettuto molto su quello che mi è capitato. Non sono vendicativo, sono credente e mi sono detto: può darsi che ci sia un disegno superiore che io non capisco. Per questo sono riuscito a reggere e mi spiace tantissimo che gli altri possano aver pensato male di me e ora vorrei dire loro: non vi siete accorti di quello che sta accadendo? Non li vedete in tivù i programmi che condannano una persona prima ancora di conoscere i fatti? Non vi rendete conto che gli articoli dei giornali vengono spesso, per fortuna non sempre, scritti con una malcelata soddisfazione di amplificare le cose cattive?  Non è così che si va avanti. Non è così che si vive serenamente. Ho tirato fuori la forza per continuare perché mi sono detto: o resisto o mi ammazzo, cosa, questa, che ho anche pensato, ma alla fine avrei fatto un torto alla mia famiglia e a tutte le persone che mi volevano bene. E avrei fatto un torto anche a me stesso perché si sarebbe detto subito: avete visto? S’è ammazzato perché era colpevole. Dal primo momento ho affrontato questa ingiusta fatica per essere qui oggi a raccontare queste cose.

Uno spirito bambino

La mia conclusione, magari vi metterete a ridere, è questa: la vita vuole a tutti i costi che noi diventiamo grandi. Pochi giorni fa un amico mi ha chiesto: «Stefano, come definiresti i tuoi sessant’anni?». Ho risposto con tre parole: coraggio, altruismo e fantasia. Coraggio perché mi sono sempre piaciute le cose estreme sia a livello di studio sia a livello umano sia a livello sportivo. Altruismo perché la persona a cui posso essere di aiuto è la cosa che mi rende più felice in assoluto. Fantasia perché nel mio lavoro, nel mio piccolo, sono stato innovativo, ho inventato nuove tecniche chirurgiche, ho disegnato strumenti che sono stati venduti anche negli Stati Uniti, ho creato con altri colleghi società di chirurgia che adesso sono conosciute in tutto il mondo. Tener fede a questo modo di vivere, fatto di coraggio, altruismo e fantasia, è possibile solo se uno mantiene uno spirito infantile. Quello che è capitato mi sembra quasi una gabbia che mi hanno voluto mettere addosso per convincermi che non si può rimanere giovani di spirito. Io però questo modo di vivere voglio mantenerlo ancora fino quando avrò 70 o 80 anni, perché lassù bisogna andarci con uno spirito bambino.

Ventimila interventi

L’unica cosa che so fare veramente bene è operare. Non sono io a dirlo, lo dicono tutti i medici oculisti che mi conoscono in Italia, in Europa e anche in America. Ho superato di gran lunga i 20mila interventi nella mia carriera. Operavo circa mille persone l’anno. A Bergamo abbiamo creato anche un centro di riabilitazione visiva perché è inutile che tutti ti dicano bravo, se poi il paziente non viene accompagnato nel percorso di rieducazione, in modo che chi soffre non abbia più bisogno del cane, del bastone bianco, di chi l’accompagna. Soprattutto i bambini. Tanta gente la curo ancora, ma non poter operare come prima, all’interno del sistema sanitario nazionale, le persone che hanno bisogno è una delle mie più grandi sofferenze. Il mio dolore è che i talenti che il Signore mi ha dato non possano essere utilizzati. Ho provato a bussare a tante porte sia nel pubblico che nel privato. Tutti, in maniera elegante, mi han fatto capire che ero una persona scomoda. Eppure su più di 20 mila interventi da me effettuati ho avuto ben poche complicanze; perché chi dice di non aver mai avuto complicanze è colui che non ha mai fatto niente. L’unica consolazione è essere andato a fare il chirurgo volontario all’estero, nel Benin.

 

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Conclusione

Non c’è dubbio che la mia sia stata una vicenda kafkiana. Abituato come sono io, chirurgo, che di fronte a un problema cerco di risolverlo al più presto, stare a galla per anni in mezzo a tanta melma senza poter spiegare niente è la cosa che ho sofferto di più. All’inizio ho provato quella che chiamo “la vergogna dell’innocente”, perché se uno è colpevole, sa quello che ha fatto e dice ok, mi hanno beccato, adesso mi difendo. Ma la vergogna dell’innocente è una cosa tremenda, perché ti senti trascinato in cose che tu non hai fatto e non c’è nessuno che ti dà retta. Disumano.

A questo punto però vorrei che tutti sapessero che non ho approfittato della mia posizione. Vorrei che tutti potessero leggere il mio curriculum in internet e vedere quanta strada ho fatto, passo dopo passo senza mai guardare la cima, come mi avevano insegnato i preti da ragazzo. Quando fai le passeggiate in montagna, mi dicevano, non alzare gli occhi verso la vetta, guarda per terra e un passo dopo l’altro vedrai che ci arrivi. Io ho sempre agito così e mi piacerebbe che le persone andassero a vedere che cosa ho fatto. Si eviterebbero tante cattiverie come quelle che ho letto in quel periodo maledetto. Come l’ottico che aveva scritto un commento sul sito de L’Eco: «I pazienti non tanto, ma il dottor Zenoni ci sapeva vedere bene». Ma ci si rende conto di quanta violenza c’è in questa frase? Come si permette una persona che neppure mi conosce di lasciarsi andare a questi giudizi senza cognizione di causa? Certo, c’è gente che mi ha sempre creduto. Ma io oggi ho bisogno anche di quelli che non mi credevano. Vorrei che uno di quelli che pensavano che fossi colpevole venisse e mi dicesse, cavoli, ho pensato male di lei e mi dispiace.

 

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Non so da che cosa sia nata questa indagine. Il mio avvocato un’idea ce l’ha e tanto basta. Di uomini e donne che hanno subito torti ce ne sono molte e io in un certo senso sono stato fortunato perché ho avuto la forza e i mezzi per difendermi. Non mi considero un perseguitato, ma mi rendo conto che ci sono persone che hanno una mentalità ristretta e un animo cattivo. Io vorrei recuperarli tutti, far sapere loro che le cose non stavano come avevano pensato, che è stato uno sbaglio e che io perdono chi ha fatto questo errore se l’ha fatto in buona fede. Se invece l’ha fatto volontariamente no, non lo posso giustificare. Sinceramente, chi mi ha fatto più male sono stati quelli che dicevano: se l’hanno sottoposto a indagine è perché era colpevole. Non è così che funziona la vita, non è così.

Scusate se l’ho fatta tanto lunga. Ho atteso per anni questo momento in cui avrei potuto parlare. L’ho atteso anche e soprattutto per dire grazie alla mia famiglia, agli amici, a quei colleghi e a quei pazienti che mi hanno cercato. In particolare al mio avvocato, l’unico che è riuscito a imbrigliarmi. Sono un cavallo che non ama la sella e le redini e lui è stato capace di contenere la mia insofferenza e di dimostrare l’unica cosa vera di tutta questa vicenda. Che ero innocente.