Chi era San Martino di Tours
e come andò col mantello

San Martino di Tours. In realtà di Sabaria Sicca (oggi Szombathely, in Ungheria), avamposto militare a difesa del confine orientale dell’impero contro i barbari delle pianure del Danubio e oltre.

Il padre era tribunus militum, un alto – non altissimo – grado dell’esercito. Fu chiamato Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Siamo nel 316 o 17. Poi il padre si ritirò in pensione. Come tfr ebbe un appezzamento di terra a Pavia, e vi trasportò la famiglia. Quando il ragazzo compì il quindicesimo anno di età uscì una legge che obbligava tutti i figli di veterani ad arruolarsi nell’esercito. Martino doveva avere i numeri perché finì nelle truppe scelte destinate a compiti speciali. Disponeva pertanto di un cavallo e di un attendente pagati dallo Stato. E in questa posizione si preparò a far carriera.

Nel 335 – dunque quando non aveva ancora venti anni – nel corso di una ronda di notte, si trovò davanti – tra un posto di blocco e l’altro – un barbone seminudo che tremava come una foglia. Nonostante le cronache ricordino quell’anno come particolarmente gelido, Martino tagliò in due la clamide (il mantello da ufficiale, che era bianco) e ne dette un pezzo a quel poveraccio, che si coprisse.

Tornato in caserma e buttatosi sul letto sognò Gesù che, indossando la sua mezza clamide, stava dicendo alle sue truppe di angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato ma mi ha vestito». Al mattino seguente, al momento di rientrare in servizio, si accorse che il mantello era tornato intero.

Lo presentò ai suoi superiori, che probabilmente lo avevano visto tagliato la sera prima e magari gli avevano pure fatto osservazione, che lo portarono ai rappresentanti del potere centrale, che lo confiscarono per collocarlo nella già preziosa collezione di reliquie del re.

La clamide piccola (la cappa di servizio, non quella lunga da parata), di modeste dimensioni (cappella in latino; capparella ancor oggi sull’Appennino Tosco-Emiliano) fu affidata alle cure di addetti speciali (cappellani) nella saletta del palazzo reale riservata alla preghiera: da allora chiamata – per metonimia – cappella.

A questo punto, però, doveva essere battezzato. La cosa avvenne – come spesso a quel tempo – nella notte della Pasqua seguente. Martino continuò prestare servizio nell’esercito fino all’età del pensionamento, che prevedeva quarant’anni di servizio.

Trovatolo finalmente in condizione di darsi al volontariato nel 371 – a 55 anni, un’età ragguardevole a quel tempo – i cristiani di Tours (in Gallia, l’attuale Francia) lo vollero come vescovo, nonostante a qualcuno facesse problema il fatto che andasse in giro sgualcito come il Tenente Colombo e non provenisse da una famiglia importante. I preconcetti sono duri a morire, ma facilissimi a nascere e svilupparsi.

Accettato l’incarico Martino non andò ad abitare al vescovado: preferì rimanere in santa Marta (ooops! volevamo dire nella casa) che condivideva con altri cristiani come lui (in seguito si sarebbero detti monaci) per essere più libero di proseguire la sua missione continuando ad aprire continuamente altre case come la sua, dove si condivideva quel che si aveva, si pregava, ci si dedicava a far del bene intorno. Una cosa molto semplice.

A Tours fondò – nel 375 – un monastero un po’ più grande e per questo lo si chiama san Martino di Tours. Ma non ci si fermò a lungo, perché doveva sempre correre da una parte e dall’altra. Morì a Candes (oggi Candes – St. Martin, nel dipartimento Indre et Loire) dove si era recato per sentire cosa aveva da litigare il clero locale. La sua memoria è presente dappertutto, nei nomi di cittadine come nelle chiese a lui dedicate, la più bella della quali (ci pare) è la cattedrale di Lucca.

Da noi però, ha anche il suo monumento più grande: i giorni dell’estate fredda, dei morti, come la chiamò il Pascoli. Qualche miracoloso giorno di tepore nel freddo della nostra vita, come preferiamo ricordarla noi poveri.

Cosa ci colpisce ancora nella sua vicenda: che quando si fermò a dividere la capparella col povero che non conosceva non era un cristiano con tutti i crismi. Lo divenne per le conseguenze di quel gesto. Se il prossimo papa si chiamasse Martino non ci stupiremmo.