Ma chi era questo San Siro
(prima di essere uno stadio)

San Siro non è sempre stato uno stadio. Prima era un gruppetto di case sulla via da Milano verso Novara. Poche cascine a tiro delle campane della chiesa di san Siro alla Vepra. La Vepra è un affluente della Vettabbia, di cui Bergamopost si è occupata quando Milano si è allagata. Oggi della Vepra non rimane traccia (visibile) e il villaggio è diventato un quartiere: San Siro. Che vuol dire stadio, ippodromo, ville molto belle, cottages in stile inglese con stalle per galoppatori e trottatori e case popolari che quando ci sono i concerti allo stadio non si riesce a dormire. Della chiesa di un tempo è rimasta solo l’abside: la parte anteriore sembra entrata in una costruzione degli anni Trenta come un treno in una galleria. La si vede passando da via Masaccio (zona metro Lotto). C’è anche il cartello indicatore giallo. Dunque “stadio di San Siro” vuol dire lo stadio che si trova nel quartiere omonimo. Come si dice lo stadio di Marassi a Genova, dell’Ardenza a Livorno e altri.

Ma chi era il san Siro cui era intitolata la chiesetta? Non si sa. O meglio: ce ne sono due che potrebbero essere quello giusto.

Il primo sarebbe il ragazzo che, secondo il Vangelo di Giovanni (Gv. 6,8) aveva i cinque pani d’orzo e i due pesci coi quali Gesù avrebbe poi sfamato tutta quella gente che non aveva di che mangiare. Rimasto con gli apostoli, questo Siro avrebbe successivamente raggiunto l’Italia al seguito di San Pietro e sarebbe stato da lui inviato ad annunciare la buona novella al nord, nella pianura padana. Da lì il suo diploma di protettore della città di Pavia e il diritto a riposare in cattedrale con tutti gli onori.

Ma non erano, quelli, tempi tranquilli. Pochi secoli dopo, come noto, la penisola sarebbe stata teatro di scorribande estremamente nocive alla memoria: tra Goti d’un tipo e d’un altro, Longobardi, Franchi non ancora nobilitati da un re come Carlo, archivi, basiliche, costruzioni d’ogni sorta subirono oltraggi spesso irreversibili.

 

San Siro alla Vepra

[San Siro alla Vepra (Milano)]

 

Accadde così che quando, verso la metà del IV secolo, un altro Siro, anche lui proveniente dall’oriente – ma via Dalmazia-Aquileia-Venezia – divenne vescovo di Pavia, l’omonimia finì per generare qualche confusione. Il secondo era personaggio attestato storicamente anche in forza del fatto che del suo terzo successore in diocesi si conoscono le date d’inizio e fine dell’episcopato. Del primo – al contrario – era difficile tracciare un profilo plausibile, stanti le incertezze dei primi tempi del cristianesimo e la tristizia di quelli successivi. A ciò si aggiunga il fatto che Milano non vedeva di buon occhio la primogenitura che la città sulle rive del Ticino avrebbe volentieri rivendicato in fatto di vicinanza a Cristo e si dette dunque a far circolare una serie impressionante di documenti atti a provocare il massimo di confusione possibile. Pochi sanno che l’archivio storico sito presso la Basilica di Sant’Ambrogio in Milano è quello che contiene più falsi al mondo: una manna per gli appassionati di diplomatica.

Ma in questo caso è plausibile che Milano avesse ragione: la fondazione della diocesi di Boezio e Agostino difficilmente può essere fatta risalire a prima della metà del IV secolo. Ma le dispute su chi sia stato il primo, cioè – per estensione – su chi possa vantarsi con maggior ragione di essere il più vicino a Gesù, non si liquidano facilmente. Così, quando centocinquanta anni fa circa un sacerdote pavese, don Cesare Prelini, trovò – su una pietra del pavimento della chiesa dei SS. Gervasio e Protasio – l’incisione “SURVS EPC (SYRUS EPisCopus, nel nostro alfabeto) la vicenda tornò all’attenzione, anche perché si sapeva che Siro era stato sepolto in quella chiesa.

Spostate alcune pietre si trovò anche una piccola tomba interrata, che non poteva essere altro che il luogo del riposo eterno del primo Siro, il ragazzo dei pesci, anche perché il più grande archeologo per quanto attiene ai primi tempi della cristianità, Giovan Battista De’ Rossi, decretò che il nome era stato inciso con una tecnica risalente all’inizio del II secolo (e dunque Siro poteva essere l’ex ragazzo), mentre il titolo era stato inciso dopo. Dunque un tal Siro a Pavia c’era stato prima dell’altro, ma forse non era stato consacrato vescovo. D’altra parte il diritto canonico era ancora di là da venire.

A quale dei due Siro era consacrata la chiesetta della Vepra che dette il nome al villaggio, poi trasformato in quartiere su cui sorse lo stadio di San Siro poi divenuto stadio Giuseppe (Pepìn) Meazza? Forse non lo sapevano nemmeno quelli che gliela dedicarono.

Scrive Giorgio Fumagalli in santiebeati.it: “A Milano esiste un reperto archeologico di un personaggio ritenuto siriano, chiamato Siro, che si trovava a Milano alla metà del primo secolo: ha perfino un cappello da sommo sacerdote. Il monumento è il più imponente tra quelli conservati all’Antiquarium dell’Anfiteatro Romano di Milano; sotto il ritratto, c’è la scritta:

SEX(to) COELIO SEX(ti) F(ilio) SUR(o) MEDIOLANENSI. A Sesto Celio Syro, figlio di Sesto, Milanese. È già stata proposta l’identificazione di questo personaggio con il Siro del Vangelo”.

Milanese, come volle scritto sulla sua tomba Marie-Henri Beyle, detto Stendhal, che però non era santo. D’altronde dal 1969 neanche san Siro è più annoverato nel calendario universale dei santi della Chiesa cattolica. È solo un santo locale. Glocal, diremmo oggi.