Erina Gambarini, la bergamasca
che incanta e fa cantare Milano

Erina Gambarini, lei a dodici anni era protagonista alla Scala, a diciotto recitava con Sbragia. Oggi dirige il coro dell’orche stra sinfonica Verdi di Milano, ma Bergamo non la considera. Perché?
«Dico la verità: è un problema che non mi sono mai posta. Sono nata a Bergamo, vivo a Bergamo, mi piace la mia città. Ho tanti amici, la mia famiglia. Mio padre era un compositore molto amato. Forse è per via del mio carattere, sono estroversa, ma non chiedo mai niente. E sono ottimista: Bergamo si accorgerà anche di me».

A dodici anni era protagonista alla Scala in Giro di vite, ispirato a Henry James, musiche di Benjamin Britten. Come andarono le cose?
«Fu un’esperienza davvero meravigliosa. E contrastata. Nel senso che mio padre non voleva assolutamente, sebbene fosse un musicista. Riteneva che il mondo della lirica non fosse un mondo adatto a una sua figlia».

E quindi?
«Andò così. Mio padre lavorava con don Egidio Corbetta che dirigeva il coro dei ragazzi dell’Immacolata, io studiavo pianoforte a Santa Cecilia. Venne pubblicato un bando per un’audizione alla Scala, per voci bianche. I protagonisti di Giro di Vite sono due bambini, un maschio e una femmina. Don Egidio mandò due maschietti a quella audizione e per la parte femminile chiese a mio padre di mandare me».

E suo padre?
«Disse no. Però don Egidio insistette e allora diede il suo assenso, all’ultimo giorno, così non potei studiare la parte. Ma andai lo stesso con don Egidio e con i due maschietti alla prova dove potei soltanto solfeggiare. E venni selezionata».

 

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Erina a 12 anni durante lo spettacolo Giro di vite alla Scala di Milano.

 

E suo padre?
«Premetto che mio padre era molto dolce, amorevole, ma aveva questa idea che il mondo della lirica non fosse adeguato. E di nuovo si oppose. Disse che non sarei mai andata a cantare alla Scala. Allora cominciarono a tartassarlo. Don Egidio, quelli della Scala. Lui resistette fino a un paio di settimane prima del debutto. Alla fine accettò. Io imparai la parte in una settimana. Il regista era Virginio Puecher, il direttore d’orchestra Ettore Gracis. Fu un bell’allestimento, ci sono molte fotografie».

Poi passò alla prosa.
«Sì. Puecher venne a Bergamo perché dirigeva la Boheme, mi fece conoscere Sbragia e Sbragia mi volle nella sua compagnia di prosa. Recitai con loro per qualche anno, facemmo cose molto belle in giro per l’Italia. Ma ero innamorata».

E quindi?
«Quindi a vent’anni mi sposai con l’uomo che è ancora mio marito».

Precoce in tutto.
«A ventiquattro anni avevo due figli».

Appunto. E la professione?
«Non si può fare tutto, soprattutto a certi livelli. Sono necessarie delle scelte. Mi sono chiesta: che cosa è più importante nella vita? La carriera o la famiglia? Io ho risposto la mia famiglia. E adesso sono felice di averlo fatto».

Eppure prometteva di diventare una grande artista.
«Sì, ma la vita non si è fermata lì».

 

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Oggi lei è la direttrice del coro dell’Orchestra sinfonica Verdi di Milano. Come ci è arrivata?
«Avevo respirato la musica fin da quando ero nata, avevo studiato tanto. Tra un figlio e l’altro studiavo da un grande soprano, a Vienna, Teresa Stick-Randall. Nel 1984 il maestro Marcel Curaud, direttore del coro della radiotelevisione francese, tenne un corso di interpretazione vocale da camera a Brescia. Partecipai, entrai nel mondo dei cori. La mia esigenza era conciliare lavoro e famiglia. Cominciai a cantare con il gruppo da camera di Michele Guadalupi, poi verso il 1988, in ricordo di mio padre diedi vita al coro delle Grazie, il Canticum Novum».

Perché questo nome?
«Fu un pensiero di don Lumina, il parroco di Sant’Alessandro, lo volle sulla tomba di mio padre Et immisi in os meum, canticum novum. E il coro ebbe questo nome».

Poi conobbe il grande maestro di coro, Romano Gandolfi.
«Sì, fu al concorso di Castel Gavarno, voluto dal maestro Ceccato. Io andai con il Canticum Novum, lui ci sentì, ci apprezzò e mi volle a Milano. Nel 1998 partì il coro dell’orchestra sinfonica Verdi di Milano e lui mi volle con sé».

Oggi che cosa è la Verdi?
«Una grande orchestra sinfonica che realizza quindici- sedici produzione l’anno; il coro è composto da centoventi elementi».

E a Bergamo?
«A Bergamo continuo con il Canticum Novum».

Come le sembra la città?
«Mi sembra in una fase di rinnovamento positivo, almeno per il settore musicale. Finalmente abbiamo un bel liceo musicale, finalmente si può avviare un discorso importante con i giovani».

 

 

Il Donizetti?
«Francesco Micheli sta facendo un gran bel lavoro, ha il grande merito di avere dato uno scossone, di cercare di coinvolgere la gente “normale”, di portarla verso la lirica che, non dimentichiamo, è una musica popolare. Anche il direttore del conservatorio, Emanuele Beschi, mi sembra molto attivo, propositivo».

Ma la cultura interessa ai bergamaschi?
«Domanda molto difficile… È un problema di tutte le città ».

Le persone davvero coinvolte sono poche migliaia a fronte di oltre un milione di abitanti.
«Me la cavo dicendo che bisogna fare tanto ancora, che bisogna lavorare per portare la cultura, la conoscenza fra la gente con iniziative diverse, magari non canoniche, non ovvie, non scontate. Aprire porte e finestre. Uscire dalle stanze polverose. Penso all’opera di Donizetti cantata nel ristorante “Da Mimmo”, per esempio. Penso al lavoro che sta facendo Bergamo Scienza. Bisogna lavorare tanto, anche nelle scuole per coinvolgere gli studenti, per sviluppare le sensibilità, le curiosità. Noi bergamaschi siamo un popolo pragmatico, legato al fare. La cultura sembra un orpello… Dobbiamo ancora imparare che c’è un legame stretto fra cultura e buona vita».

Ma come appare Bergamo vista da Milano, dalla metropoli che dista soltanto cinquanta chilometri?
«Domanda difficile. Bergamo certo ha un suo spazio, offre proposte diversificate, interessanti. Appare forse un po’ autoreferenziale, chiusa. Ci sono persone e contesti che mantengono il loro discorso di proposta con forza e fermezza. Ci sono soggetti che si fanno carico di portare avanti istituzioni come la Greppi, la Società del Quartetto, la Gioventù musicale… Questo, al di là del ruolo pubblico del Comune, dell’assessorato. Storicamente penso a personaggi come Filippo Siebaneck, come Nino Zucchelli, che hanno fatto tanto per Bergamo, persone intelligenti, tenaci. Penso ai coniugi Bulla. A volte l’iniziativa si è identificata con la persona e quando la persona è venuta a mancare anche la manifestazione è terminata. Penso alla rassegna di musica barocca in Santa Maria Maggiore, venivano anche da Milano ad ascoltare. In altri casi per fortuna si è andati avanti come nel caso del Festival di Bergamo e Brescia, un avvenimento musicale di grande importanza che resiste nonostante i tagli pesanti nei finanziamenti provenienti dal ministero. A proposito: mi è spiaciuto vedere dei vuoti in platea in alcune esibizioni al Donizetti».

 

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Il Coro Sinfonico Giuseppe Verdi con il M° Erina Gambarini.

 

Si può ipotizzare un confronto Milano-Bergamo sul fronte culturale?
«Una specie di Atalanta contro Milan o Inter? Certo, Milano offre tanto di più, in quantità e qualità, ma è ovvio. Punterei l’attenzione su un altro aspetto: secondo me a Milano c’è molta dinamica, più apertura verso le esperienze degli altri, il piacere del confronto. A Bergamo si è ancora un po’ lenti a reagire agli stimoli, troppo legati alle appartenenze, alle abitudini»

Che cosa significa cantare in coro?
«È un’esperienza strepitosa, il coro moltiplica la potenzialità di ciascuno, aiuta a esprimersi, a manifestare la propria voce, la propria interiorità. Al contrario di quello che si pensa, il coro è l’apoteosi del singolo, gli conferisce una forza che mai potrebbe avere. Cantare in coro non significa annullarsi, ma esaltarsi. Nel rispetto degli altri, delle regole… Ma in questo modo si cresce. Il coro in tempi come questi è una grande scuola, ha un grande significato sociale, educativo. Io penso che nelle scuole dovrebbero esistere delle corali. E non è vero che il coro mortifica le grandi voci: è una scuola che aiuta anche l’espressione individuale».

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