Che fine ha fatto Domenghini

Pizzaballa, Pesenti, Nodari, Veneri, Gardoni, Colombo, Domenghini, Nilsen, Calvanese, Mereghetti e Magistrelli. Questi undici giocatori, domenica 2 giugno 1963 allo stadio Giuseppe Meazza di Milano, vinsero per 3-1  contro il Torino la finale di Coppa Italia e conquistarono quello che, oltre cinquant’anni dopo, resta l’unico trofeo nella bacheca dell’Atalanta. Dal 1907, ad oggi.

Quel giorno, a San Siro, il protagonista assoluto fu un ragazzo che negli anni a seguire sarebbe stato conosciuto dal grande pubblico per le sue gesta con la maglia dell’Inter. Il primo segno importante nel panorama calcistico italiano, però, Angelo Domenghini lo lasciò proprio giocando quella finale con la maglia dell’Atalanta. Vincendo la Coppa da trascinatore e segnando una tripletta: non gli capito mai più in carriera.

Un bergamasco DOC. Nato a Lallio il 25 agosto del 1941, Domenghini è cresciuto in una famiglia molto numerosa con ben nove figli tra maschi e femmine. Il padre aveva un’osteria proprio vicino alla chiesa del paeseUn’infanzia dura perché portare avanti una famiglia tanto numerosa era veramente complicato.

In alcune interviste, Domenghini ha descritto la sua adolescenza come quella di un ragazzo scatenato. «Facevo diventare matti tutti. A tredici, quattordici anni, ero uno senza legge. Ne facevo di tutti i colori, dormivo nelle stalle, fumavo le pagine dei giornali vecchi, andavo a raccogliere le uova nei nidi delle rondini sui cornicioni della chiesa. Rubavo la frutta ai contadini e quelli mi inseguivano fino a casa, all’osteria».

Dopo il lavoro in fabbrica (a quei tempi si poteva e si doveva anche a quell’età), la sera giocava a pallone all’oratorio. Fu durante un torneo estivo a Verdello che il curato lo notò e gli disse che lo avrebbe fatto giocare in Prima Divisione. Prima centravanti, poi esterno sinistro ed infine via sulla destra: nel tempo, Angelo Domenghini divenne l’ala destra che segnò più di tutti nel calcio italiano. Il presidente del Verdello, Peppino Brolis, vendette all’Atalanta quel furetto instancabile per duecentomilalire. Angelo riceveva solo il rimborso spese della corriera.

Con l’Atalanta si allenava al pomeriggio. Il lavoro alla Magrini per mezza giornata era troppo poco e quando l’Atalanta del patron Tentorio decise di dargli una chance la raccolse al volo e iniziò la sua formidabile carriera.

Prima la Coppa Italia, poi la Grande Inter. Tra il 1960 e il 1964 Domenghini giocò un totale di 69 partite con la maglia atalantina e realizzò 17 gol. Non aveva fatto una preparazione nel settore giovanile, non aveva avuto un percorso da calciatore, eppure chi ha avuto al fortuna di averlo visto giocare lo racconta come uno degli interpreti più forti mai visti in quella zona di campo. A Bergamo guadagnava circa 1 milione di lire. Il suo contributo alla squadra fu in quegli anni molto importante e nonostante le belle vittorie ottenute anche in campionato (l’Atalanta di quegli anni riuscì a vincere in casa della Juventus e dell’Inter, qualcosa di sensazionale se pensiamo alla realtà di una provinciale rispetto alle grandi squadre), il punto più alto venne toccato proprio in occasione della Coppa Italia vinta a San Siro.

«Successe una cosa grossa – ricorda Domenghini -, battemmo il Torino per 3-1 e io realizzai una tripletta». Il dettaglio, per tutti i tifosi nerazzurri, riguarda il fatto che un’impresa simile sarebbe riuscita nella storia solo al romanista Giuseppe Giannini molti anni più tardi. L’importanza di quella tripletta è tale che anche a distanza di 50 anni, la Curva Pisani decise di celebrarla con una delle coreografie più belle mai realizzate allo stadio.

 

 

 

La storia di Domenghini a Bergamo si concluse nell’estate del 1964. La grande Inter di Helenio Herrera lo cercò. Angelo si comprò subito la macchina nuova e iniziò un’avventura che gli permise di conquistare lo scudetto già al primo anno e poi la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Con la maglia del Biscione, segnò 50 reti in 134 partite giocando da attaccante esterno. Quel periodo rappresentò il punto più alto della sua carriera. Successivamente le gesta del “Domingo” vennero ammirate anche dai tifosi di Cagliari, Roma, Verona, Foggia, Olbia e Trento.

Complessivamente sono 349 le partite giocate da Domenghini con ben 93 gol realizzati, cui vanno aggiunte 33 gare con la Nazionale, impreziosite da 7 gol: il titolo Europeo del 1968 e il secondo posto ai Mondiali del Messico nel 1970 rappresentano la storia in maglia azzurra di un campione nato e cresciuto a Bergamo e poi partito alla conquista del mondo.

Che fine ha fatto Domenghini? Dal 1977 iniziò la sua carriera di allenatore: Olbia, Derthona, Torres, Sambenedettese, Novara e Battipagliese furono le sue squadre ma dagli inizi degli anni ’90 ad oggi la vita di quel giocatore portentoso che è stato si è trasformata nella tranquilla pensione di chi si è diviso per molto tempo tra il ruolo di osservatore (per l’Inter) e la famiglia.

Oggi Domenghini non ha più incarichi di scouting e il suo presente è all’insegna della tranquillità. «Mi divido – racconta – tra i miei quattro nipoti e l’orto in Sardegna. Vivo a Lallio ed ho una casa a Liscia di Vacca, a cento metri dal mare. Lì coltivo l’orto come faceva mio padre e aspetto i miei figli Laura e Davide. Il maschio vive a Londra, sono un nonno felice e mi godo la mia tranquillità».

Domenica c’è Atalanta–Inter, e per Domenghini non è certamente una gara semplice. «L’Inter è in ripresa ma l’Atalanta a Bergamo è sempre un avversario molto complicato da affrontare. Se guardo ai valori in campo, la squadra di Mancini potrebbe puntare al successo, ma i punti servono anche alla squadra di Colantuono, quindi potrebbe uscire anche un pareggio: stiamo a vedere, sono curioso».

L’ultima battuta, l’uomo che ha segnato la tripletta più importante di tutta la storia della Dea, la regala ai giovani calciatori. Vede in circolazione un nuovo Domenghini? «Mi auguro che si possa ancora ammirare un giocatore con la facilità di puntare l’uomo in velocità che avevo io, ma devo essere sincero: non vedo in giro qualcuno che mi assomiglia. Il nostro era un calcio diverso, ognuno ha le sue caratteristiche, ma credo che come me non ce ne siano”.